LETTURE/ Fede, cielo e terra: la modernità alla prova della storia

- Andrea Caspani

Si può rileggere la storia dell’età moderna con uno sguardo più vero? Lo fa Danilo Zardin nel suo ultimo lavoro: “Nel cantiere della modernità. Storia, memoria, identità”

bibbia lutero
Bibbia di Lutero del 1534 (da Wikipedia)

Molte volte si pensa che la storia sia un ambito polveroso, di curiosi che rivangano realtà ormai sepolte da tempo e che possono essere apprezzate solo se insaporite da aspetti romanzeschi, ma soprattutto che non influiscono più sulla realtà presente.

Invece la storia, quella autentica, basata su dati e fonti certe e su un impegno di ricerca amante più della verità che del consenso o del sensazionale, è più affascinante di quanto crediamo e soprattutto è capace di sfatare molti pregiudizi sul passato, oltre ad aiutare a illuminare il nostro presente mostrandoci la radice delle problematiche in cui siamo immersi.

Certo, per far questo occorrono testi e storici capaci di superare la crosta di scetticismo, che si è sedimentata in noi, sulla possibilità che il passato costituisca una risorsa per il presente e sia di aiuto ad allargare lo sguardo rivolto al futuro.

Ci mostra ciò, con l’ampio volume Nel cantiere della modernità. Storia, memoria, identità (Edizioni di Pagina, 2019), Danilo Zardin, ordinario di storia moderna alla Cattolica di Milano, che con pazienza, competenza e amore appassionato per l’avventura umana che si è svolta in quei secoli, ci introduce alla complessità affascinante di quel periodo.

È importante premettere che qui la modernità è studiata non solo come periodo storico (l’età che va dalla fine del Medioevo alla crisi dell’Antico Regime), ma anche come il momento della storia in cui emerge con nettezza una nuova visione del mondo, ovvero, come si dice in generale, si sviluppa in modo lineare quel divorzio tra la mentalità “laica” e quella religiosa, per cui quei secoli sono visti come il cammino volto alla realizzazione delle “sorti magnifiche e progressive” dell’indipendenza umana.

Il volume contesta, con una serie di osservazioni di metodo e dovizia di esemplificazioni storiche, questa prospettiva dicotomica della modernità rispetto al periodo precedente e soprattutto rispetto alla coscienza religiosa europea modellata dal cristianesimo, che, anche se ampiamente corretta dalla migliore storiografia italiana e internazionale (soprattutto per quanto riguarda la concezione del decollo della modernità occidentale), permane ancora in troppi uomini di cultura, laici o di ispirazione religiosa.

Prima di addentrarci nelle coordinate del nuovo paradigma di modernità che emerge da queste pagine è bene considerare un’altra premessa, che ci permette di consigliare questo testo anche ai non specialisti di storia: Zardin sviluppa, infatti, le sue tesi in una modalità attenta alla “sintesi e alla divulgazione del sapere storico”, come evidenzia la struttura stessa dell’opera, che è costituita in gran parte da brevi interventi su “momenti, problemi e figure significative che hanno animato il cantiere della laboriosa costruzione della modernità”.

I 35 brevi capitoli (diversi dei quali sono rielaborazioni di articoli apparsi proprio sul Sussidiario) che illustrano punti nodali dello svolgersi della modernità sono introdotti da tre saggi iniziali che mettono a fuoco gli elementi fondamentali della dinamica della conoscenza storica e i fattori caratteristici della storia (dall’avvenimento alla costituzione sociale).

La dinamica della conoscenza storica inizia dalla passione per il presente (“L’interesse autentico per la storia si incrementa in funzione di una esperienza da far maturare nell’oggi, nel momento in cui la coscienza dell’uomo è interrogata e costretta a reagire dalle circostanze” in cui è inserita).

Non si tratta, quindi, di curiosità verso il passato che si genera per autonoma forza immaginativa. La realtà del contesto in cui siamo immersi ci viene incontro e ci provoca con i suoi segni che non si spiegano da sé e rimandano ad altro, recando impressa l’orma del tempo che passa.

Così la storia esiste in quanto è la ricostruzione di una “consanguineità” che ci rende solidali con ciò che ha plasmato la realtà del nostro io e del mondo che abitiamo. La memoria storica getta un ponte verso il passato, lo fa rivivere per noi, lo rende comprensibile e così ci rimette in dialogo con i significati che l’avevano nutrito; la storia è la ragione che ci fa ritrovare i fili di una continuità, ricucendo il tessuto della memoria ci porta a riabbracciare il nostro passato in funzione del presente che siamo, educandoci a vederlo in rapporto con noi.

La realtà della vicenda umana che è l’oggetto tipico dello sguardo storico (“l’intreccio dei nessi che legano la storia della società e delle sue istituzioni con il mondo delle idee e della cultura”) va vista come una realtà che tende inesorabilmente a darsi un ordine, cioè come una realtà sociale che si sviluppa in quanto è una struttura vivente, un ordinamento complesso, che costituisce un tessuto connettivo d’insieme dei rapporti materiali e immateriali di un periodo.

Riprendendo la fecondità ermeneutica della storiografia “socio-costituzionale” (a lungo sottovalutata nel Novecento per il prevalere del fascino della scuola delle Annales) Zardin giunge ad affermare che la storia è “il cammino con cui l’uomo tende a fare del suo contesto di vita una civiltà”.

Ma se ogni ordine sociale è vivente, le “costituzioni” sociali sono dinamiche, evolvono e si sviluppano (o decadono), si tratta allora di individuare il fattore centrale della capacità di trasformazione delle società e delle civiltà. Ebbene, per il nostro autore questo fattore è “la forza creativa della ‘cultura’, intesa come il frutto del fattore umano in azione”.

In definitiva – egli osserva – “le strutture materiali, i quadri sociali, lo scheletro delle istituzioni, le tradizioni culturali, esistono in funzione del capitale fondamentale che è il capitale umano” (ovvero il mistero di bene che è in noi e che si intreccia con l’uso – sapiente o meno – della nostra libertà).

In questo senso riconosce che gli avvenimenti (intesi come i fatti che alterano la continuità del flusso storico, aprendo spazi inediti, tramite innovazioni, scarti o fratture) sono la finestra privilegiata come via di approccio alla totalità della storia, ma non possono essere compresi se vengono visti come fenomeni senza radici e se non si considera come poi si sono prolungati e stabilizzati nel tempo, sono cioè diventati una storia che prosegue, “capace di generare dal suo stesso seno un nuovo ‘ordine’, una forma che recepisca e tramandi gli elementi di più recente innesto”.

La prima applicazione di questa prospettiva di storia globale è messa in atto nell’analisi del momento genetico dell’età moderna, il Rinascimento, che sul piano divulgativo, dove persistono di più i vecchi schemi, è visto come il punto di partenza di una realtà totalmente altra rispetto a quella medievale.

Attraverso la presentazione critica di due dimensioni, quella dei fondamenti culturali dell’universo europeo e quella della continuità delle forme organizzative della società europea emerge invece che il Rinascimento può tornare a essere visto come la prosecuzione del Medioevo, nel senso di uno sviluppo, con ampie correzioni, del patrimonio della civiltà precedente le scoperte geografiche.

Viene delineato, ad esempio, come la novità della riaffermazione del valore della dignità dell’uomo non sia riconducibile a una svolta antropocentrica, ma sia un orientamento antropologico positivo che germoglia dai nuclei fondativi della tradizione cristiana (l’uomo vivente come “gloria di Dio” di Ireneo).

Il nuovo schema di orientamento dello svolgimento delle principali tappe del Cinquecento e Seicento europeo, vien così ricondotto in modo realistico al tentativo di costruzione di nuove sintesi di civiltà capaci di equilibrare le novità economiche, sociali e culturali emergenti (e le tensioni conseguenti) in visioni “organiche” ispirate a un codice biblico-cristiano comune, pur nella frammentazione del quadro religioso e politico.

Il fatto che i fili dello sviluppo della civiltà moderna non possano essere ricondotti a momenti di un processo lineare volto a rovesciare la mentalità tradizionale e a realizzare la secolarizzazione contemporanea, né tanto meno possano essere considerati come gli elementi di un periodo di ripiegamento conservativo dell’ordine “tradizionale”, viene suffragato dal riferimento alla produzione storiografica internazionale (non sempre recepita adeguatamente finora in Italia), ma soprattutto viene validato dall’esame analitico (l’autore li chiama sondaggi) di numerosi episodi ed esperienze significative del periodo.

L’autore è infatti giustamente convinto che “è solo nella capacità di decifrazione del particolare che le ipotesi di lettura generaliste possono fornire conferme del loro grado di autentica attendibilità”.

Essenziale e insieme convincente dimostrazione della “continuità creativa” dell’affermazione della dignità suprema della creatura umana è ad esempio il capitolo intitolato “Grande miracolo è l’uomo. Antropologia e religione nel Rinascimento italiano”, espressamente dedicato all’analisi del tema della “dignità dell’uomo” in Pico della Mirandola, così come illuminanti sono gli schizzi dedicati ai fenomeni di rinnovamento cattolico nell’Italia del Cinquecento o la presentazione delle traiettorie personali di Michelangelo e altri.

Un posto di rilievo naturalmente assume in questo quadro l’esame della Riforma, dove l’autore riscopre, attraverso diversi sondaggi, la comune ansia di rinnovamento religioso della cristianità di inizio Cinquecento, che porterà Lutero a concepire l’abbandono alla giustizia di Dio che si irraggia sul mondo a partire dalla croce di Cristo come “la chiave di una proposta globale di rinnovamento che esigeva penitenza e conversione, chiamando tutta la cattolicità della Chiesa esistente a ritrovare la strada di un suo urgente restauro”.

La frattura che si produsse fu la sconfitta di questa ambiziosa aspirazione, frutto, al di là dei limiti della proposta, soprattutto “del rifiuto della negoziazione, della rapida radicalizzazione dei fronti del dissenso e della demonizzazione feroce dell’avversario, da entrambe le parti della barricata”.

Oggi, a 500 anni dalla Riforma – osserva accorato lo storico – è necessario riscoprire i punti essenziali di coesione tra cattolici ed evangelici, non solo come auspicio ecumenico (che peraltro ha prodotto già una dichiarazione comune sulla giustificazione per fede), ma sulla base di una seria rivisitazione, svolta sine ira ac studio, dei nodi nevralgici del periodo.

È così che Zardin ci mostra “l’esperienza della torre” vissuta e svolta in senso cattolico da Gasparo Contarini, che ci aiuta a riscoprire le affinità e le differenze dei riformatori cattolici ed evangelici.

Poi, con le sintesi dedicate ad Erasmo, alla domanda di grazia di Lutero, all’esperienza del vescovo riformatore Giberti, a Federico Borromeo e con i diversi interventi su Bach, ci conduce a riconoscere che la rilettura della diversità religiosa nella prospettiva di un’apertura di credito alle ragioni dell’altro (cosa che dovrebbe essere, a nostro avviso, la vera molla di ogni giudizio storico) permette alla storia di questa frattura lacerante della cristianità di “caricarsi di risonanze inedite, consentendo di disegnare scenari che sconvolgono gli steccati delle implacabili controversie di un passato destinato a farsi sempre più remoto” (come già diceva Benedetto XVI).

Nella quarta sezione Zardin svolge, infine, una serie di sondaggi da cui emerge sempre più chiaramente il quadro concettuale con cui si può collegare il dipanarsi dei fili di questa riscoperta modernità con la problematica culturale e politica attuale, soprattutto in riferimento al ruolo della Chiesa e dei credenti.

Egli rivendica qui in primo luogo l’apporto fecondo che può portare la storia alle considerazioni sul presente dell’Europa secolarizzata, affermando che “guardare alla storia attraverso cui si è passati per arrivare allo stato odierno di crisi, può offrire un contributo prezioso a ricentrare la coscienza di ciò che siamo e a capire che cosa ci chiede, nelle circostanze del nostro presente, il contesto” della nostra società pluralistica e relativistica.

Zardin condivide con Paolo Prodi e altri la tesi che la “rivoluzione” dell’Occidente cristiano è stata lo sprigionarsi del senso di autonomia del potere religioso da quello secolare e precisa che questo “bilanciamento dualistico” dei poteri perdura per tutto l’Ancien Régime (con la teoria della potestas solo indirecta della Chiesa sul potere temporale, in cambio della sua irrinunciabile libertas nello spazio religioso), pur in un contesto di tensioni e di negoziazioni continue con il potere secolare che aspira ad un potere monolitico (sia pure allora nella prospettiva dell’unità tra politica e religione), e mostra come già nella modernità la cristianità abbia cominciato a innalzare argini di difesa delle realtà sociali rispetto alle pretese di invadenza di un potere che tendeva a rendersi onnipotente, risvegliando il senso di un pluralismo di ordini sociali, autorità e ordini giuridici di cui “ha beneficiato alla lunga l’io dell’individuo”.

Lo storico osserva, poi, che addirittura si potrebbe parlare di un’influenza della cristianità fino all’inizio dell’illuminismo, svolgendo riflessioni interessanti sulla corrente dell’“illuminismo cattolico” studiata dal Lehner e mostrando che il cattolicesimo che rimetteva in simbiosi la grazia e il bisogno dell’uomo “è andato in crisi solo nel momento in cui si è lasciato travolgere dai sogni utopici di dominio nutriti dal dispotismo degli ingranaggi del potere. Il riformismo dei Lumi, facendosi sempre più politico e radicale, secolarizzandosi, ha finito con il rivoltarsi contro le sue matrici più profonde”.

Naturalmente l’autore non sottovaluta il fatto che proprio lì, nel cuore della modernità, la coscienza cristiana ha dovuto rilegittimarsi davanti a una antropologia che esaltava le aspettative del soggetto umano, affascinata dalla prospettiva di autodeterminare il proprio destino.

È sul tema della libertà e dei diritti umani che Zardin evidenzia la fecondità del riferimento alla “risorsa storica”.

Da una parte, infatti, analizza la Dichiarazione conciliare Dignitatis humanae sulla libertà religiosa, esplicitando storicamente le ragioni per le quali la nuova concezione della libertà religiosa ha radici per così dire interne alla storia della Chiesa e non è stata affatto “l’irruzione di una energia totalmente controcorrente, che ha aggredito un mondo religioso statico, bloccato a ogni livello sulle sue antiquate posizioni”.

Dall’altra parte, in dialogo critico con le tesi di Pera, che contrappone la cultura dei diritti al cristianesimo, ripercorre alcuni nodi fondamentali del confronto tra la cultura dei diritti del cittadino e la mentalità tradizionale intrecciata al senso della dipendenza dell’uomo dal piano divino, per evidenziare come la sintesi sia possibile e insieme come sia facile accentuare la prospettiva di una contrapposizione irriducibile.

In particolare analizza la raccolta di testi di Benedetto XVI su fede e politica dal titolo “Liberare la libertà”, mostrando di condividerne le preoccupazioni rispetto ai limiti del pensiero cattolico che ha rotto i ponti nel dialogo con la modernità, mentre – egli afferma – si tratta di riconoscere, come fa il Papa emerito, al fondo della posizione illuminista un nucleo positivo di verità, che “va visto come una risorsa che può aiutare il cristianesimo a ritrovare una via più autentica per parlare all’uomo d’oggi”.

Lo “spalancamento” al valore della libertà di coscienza e alla promozione della dignità della persona è infatti essenziale per l’annuncio della fede cristiana, “che vuole la salvezza dell’uomo e predica la resurrezione della carne”.

È solo così, nota Zardin, che la fede, recuperando il senso della differenza tra l’ordine del cielo e quello della terra, “riconquista il proprium della sua forza originale e re-impara a porsi come baluardo contro ogni involuzione degenerativa della legge umana e del potere arbitrario di Cesare”, mentre nel contempo “la comunione cristiana risale alla sorgente del suo essere e si riscopre non la sovrana di un mondo da imbrigliare in un regime di monopolio, ma il soggetto creatore di una novità irriducibile che partecipa, con tutte le altre forze concorrenti, al compito di generare uomini in grado di misurarsi con la gestione del mondo moderno”.

Nell’ultimo capitoletto (significativamente intitolato “Le forze che muovono la storia”) l’autore riafferma quella che è la cifra dell’intero volume, che sempre nella storia ”emerge prepotente il ruolo da protagonista del soggetto umano”; è necessario, quindi, che oggi si consolidi “un approccio modernamente umanistico alla realtà complessa della storia” per non “ridurre l’individuo a mero esecutore passivo di ruoli scavati dalle forze materiali che definiscono la cornice del suo contesto”, perché è solo con l’energia e il dinamismo inscritto nel cuore dell’uomo, che sogna l’avverarsi compiuto del suo desiderio, che si tessono “i fili di un disegno nuovo e diverso” della realtà storica.

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