LETTURE/ Gilet gialli e populismi, dallo spirito dell’utopia al virus anti-moderno

- int. Francesco Masci

In Francia i Gilet gialli hanno prodotto un fenomeno difficile da interpretare. Ci provano Francesco Masci ed Edoardo Toffoletto in questo dialogo

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Gilet gialli a Parigi (LaPresse)

In queste pagine, Giulio Sapelli aveva definito, sotto un profilo geopolitico e di relazioni internazionali, il manifestarsi trasversale dei “populismi”, di destra o sinistra, come il riemergere dello “spirito di potenza”. Su Business Insider Italia, se ne erano sviluppate alcune implicazioni. Benché la composizione nel parlamento europeo si sia leggermente sbilanciata a favore di detti raggruppamenti “populisti”, i veri vincitori sono i Verdi con 69 seggi e il gruppo Alde (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa). Ad ogni modo, resta evidente che tutti quei raggruppamenti a destra del Ppe che sommati assieme arriverebbero a più di 140 seggi, sufficienti a causare problemi alle attività parlamentari, hanno in verità idee radicalmente diverse, specie riguardo alla politica estera, alla spinosa questione dell’immigrazione, e alle politiche economiche che dovrebbe adottare l’Ue.

Su Project Syndicate, Dani Rodrik indica che il motore di questi movimenti è inestricabilmente culturale ed economico. Egli aggiunge che “la democrazia liberale potrebbe essere stata condannata dalle sue stesse logiche interne e contraddizioni”. In tale quadro, la società sembra spaccata tra generazioni “post-materialiste”, prive di alcun ideale collettivo, e minoranze molto più attive politicamente. Alcuni studi sembrano postulare una concordanza tra la penetrazione socio-economica cinese e la variazione dello spettro politico verso i “populismi”, cosa che conferma l’intreccio fra il culturale e l’economico.

Nel numero di primavera 2019 di Politique étrangère, la rivista pubblicata dall’Ifri (Istituto francese di relazioni internazionali), Chantal Delsol, davanti alla constatazione di un “crepuscolo dell’universale”, ricorda, per esempio, che “certi pensatori cinesi oggi stigmatizzano la democrazia e difendono il potere autoritario con gli stessi argomenti che si trovavano nel XIX secolo in autori quali Joseph de Maistre o Louis de Bonald. Ma c’è di più: l’Occidente moderno incontra la sua antitesi anche al suo interno, oggi persino in oppositori illiberali, che si alleano volentieri con i suoi avversari esterni (per esempio le alleanze di una certa destra francese con la Russia, o di paesi dell’Europa centrale con la Cina)”. “L’Illuminismo occidentale”, continua Delsol, “ha sempre trovato di fronte a sé degli oppositori, e più spesso proprio al suo interno”.

L’Illuminismo è certamente la cifra del pensiero europeo, secondo almeno la percezione comune della modernità, che ha posto le premesse e liberato lo spazio da pregiudizi e superstizioni allo sviluppo poderoso della scienza e della tecnica, che permise l’affermazione globale della civiltà occidentale, prima a partire dall’Europa e poi – fino ad oggi – riverberata ancora dall’impero militare e finanziario statunitense. Eppure, questa narrazione lineare è in costante dissidio con un tarlo che la rode dal suo proprio interno.

Nato a Perugia nel 1967, il filosofo Francesco Masci, che vive attualmente da più di vent’anni tra Parigi e Berlino, definirebbe questo tarlo il “virus anti-moderno”: esso infetta la modernità dall’interno del suo stesso meccanismo strutturato su un complesso rapporto tra tecnica e cultura assoluta. Così, ci rivolgiamo a Francesco Masci, autore per i tipi delle Éditions Allia con cui ha all’attivo quattro pubblicazioni, Superstitions (2005), Entertainment! (2011), L’ordre règne à Berlin (2013, traduzione tedesca per i tipi di Matthes & Seitz, 2014), Traité anti-sentimental (2018, di prossima uscita in versione tedesca sempre per Matthes & Seitz) che ci illustra la sua lettura della modernità e il ruolo del virus anti-moderno che traspare nel discorso e nell’assenza di strategia politica dei cosiddetti movimenti “populisti”, spesso peristaltici e destrutturati, ma non solo.

E. Toffoletto: Vivendo, ormai da molti anni, tra Parigi e Berlino, e considerando che la tua terza pubblicazione del 2013, L’ordine regna a Berlino, è un esperimento di applicazione delle tue categorie della modernità alla capitale tedesca, per mostrare quanto la molteplicità delle sue manifestazioni ibride tra il culturale e il politico hanno saputo, senza volerlo, “conciliare il business del divertissement e la rivolta” (p. 17), cosa pensi del “movimento” dei gilets jaunes che ormai da mesi ha animato le strade e la stampa francese e internazionale?

F. Masci: Secondo me non si dovrebbero mai fare commenti a caldo su tali fenomeni. Essi non si riducono mai a delle spiegazioni puramente congiunturali, benché il contesto specifico possa essere l’occasione del manifestarsi di tali fenomeni. Le loro radici si comprendono solo inserendoli dentro una prospettiva di lungo periodo. Essi sono uno dei tanti sintomi della crisi, o persino della fine della modernità. Benché si siano impiegati fiumi d’inchiostro per commentare questo “movimento” con tante e troppe semplificazioni, mi pare che esso non sia neanche un “movimento”: non esprime alcuna rivendicazione precisa, rientra nel caso della vittimizzazione generalizzata caratteristica della fase finale della modernità che si attacca al nuovo mantra delle fake-news, che di per sé sono un fenomeno vecchio quanto il mondo dei media, oggi è solo la rapidità dei flussi delle notizie e delle immagini veicolate che cambia. C’è quindi anche una grande componente complottista. Inoltre, tutti i loro discorsi si imperniano su una visione del mondo premoderna: sembra di assistere alle rivolte contadine del tardo Medioevo, dove imperava una drammatica separazione tra ricchi e poveri, che spinge ad issare insegne con scritto a lettere capitali: Macron nourris ton peuple – Macron nutri il tuo popolo, come se si ritornasse ad una visione taumaturgica del potere.

Perché sempre in una prospettiva di lungo periodo il progetto della modernità è fondato proprio sull’esclusione del politico, definito come conflittualità immanente ma sprovvista di morale tra amico e nemico, e della violenza che esso comporta; politico che è a volte riemerso in forme parossistiche (polarizzato dalla morale) come per esempio nelle mostruose esplosioni di violenza avvenute durante la prima metà del XX secolo. Si può invece parlare, a proposito dei gilets jaunes, di una vera e propria rivolta esistenziale, il tentativo di fare irruzione nel circolo della rappresentazione pubblica da parte di classi sociali che in Francia ne erano state escluse da almeno una trentina di anni.

Toffoletto: In effetti, in una tua recente intervista in francese per Accattone affermavi: “La complessità stessa della società moderna ha reso l’ipotesi politica impossibile. Essa è il frutto del doppio lavoro della finzione (la cultura assoluta, ndr) e della tecnica, o meglio delle tecniche, di cui il diritto, la più fittizia delle tecniche, ha finito per occupare tutto lo spazio lasciato vacante per via dell’assenza di un autentico confitto politico. Persino le minorità culturali più culturalmente determinate, se vogliono far intendere le loro rivendicazioni, devono passare per il diritto. Il diritto è diventato la tecnica la più invasiva che ci sia, che ha finito per colonizzare la vita intima dell’individuo”. Potresti quindi meglio delineare questo “doppio lavoro” della tecnica e della finzione come cifra della modernità e quindi della società moderna?

Masci: Certamente. Partiamo dal seguente ragionamento: se le tecniche, e qui intendo non soltanto le tecnologie frutto delle scienze applicate, ma anche le istituzioni sociali e politiche, il diritto e le amministrazioni private e pubbliche, non considerano mai l’individuo nella sua totalità, ma, analizzandolo, ne isolano la parte che più interessa loro, lo decostruiscono quindi in una serie di sintomi, casi, ecc. la cultura, che io definisco come assoluta (ab-soluta, sciolta da qualsiasi legame da una società considerata cattiva ma anche assoluta nella sua promessa), è quello spazio in cui l’individuo può di nuovo apparire come intero, soggettività fittizia (perché cristallizzazione effimera di immagini) a cui è concessa una libertà che è però così vasta quanto vacua. La cultura assoluta, emersa dalle rovine della Rivoluzione francese, è una macchina che produce narrazioni, immagini, eventi, il cui unico contenuto è la promessa fatta all’individuo di una libertà appunto senza limiti. L’individuo ritrova quindi la sua integrità negatagli dalla tecnica grazie alla cultura assoluta, ma questo avviene a scapito della sua propria realtà.

Le immagini della cultura assoluta sono prive di contenuto, esse fanno segno verso un altrove, sono cariche di una promessa utopica. Quello che definisco il virus antimoderno è invece il ritorno paradossale della realtà, paradossale, perché questa realtà resta pur sempre una realtà fittizia, veicolata appunto dalle immagini. Se la modernità è sempre stata una macchina di costruzione e soluzione di paradossi – appunto la tensione proficua tra finzione e tecnica – l’immagine che nega la sua stessa funzione, che rinvia semplicemente ad una realtà immediata, anziché ad un altrove, sembra presentarsi come un paradosso definitivo che la modernità non riesce più a risolvere. La cultura assoluta ha prodotto immagini che, in una enfasi quasi religiosa, veicolavano lo spirito dell’utopia, cioè la promessa esorbitante di una comunità di individui assolutamente liberi, sbarazzati dai vincoli di una società tecnico-amministrativa che invece diventava contemporaneamente sempre più oppressiva ed invadente. Come sottolineo nel mio primo libro Superstitions, “la cultura è costituita dall’insieme di tentativi messi in opera per ridare vita in maniera artificiale a questa comunità di salvati” (p. 14). La modernità ha a lungo funzionato grazie a queste due forze concorrenti ma ugualmente orientate verso il futuro, la tecnica, declinata poi in un insieme di tecniche particolari tutte occupate a prendersi cura della gestione del bios, e la produzione immaginaria della cultura assoluta come campo di sperimentazione di una libertà e di un’autonomia fittizie. La forza della cultura assoluta è stata quella di sapersi riprodurre grazie ad uno schema binario basato sull’alternanza di promessa, delusione e promessa. La constante smentita della promessa utopica che comporta l’evidente stato di non autonomia in cui si trova ad evolvere l’individuo moderno (se poi esiste qualcosa di tale) non ha mai bloccato la macchina di produzione di immagini. Anzi, la delusione ha funzionato come un volano capace di amplificare la produzione immaginaria e accelerare il flusso di produzione di finzioni e eventi. “La cultura”, in altre parole, “non aggiunge altro che l’accettazione di un’attesa di una salvezza che essa non fa che aggiornare al proprio tempo e che non arriverà mai” (p. 11).

La crisi che sta affrontando attualmente la modernità dipende proprio dall’incapacità in cui si trova ora la cultura assoluta di assorbire le proprie delusioni. È questo il germe del virus anti-moderno, un eccesso di delusioni che inchiodano per così dire le immagini ad una realtà e ad un presente assolutizzato. Tecnica e cultura si sono come temporalmente dissociate, non funzionano più entrambe guardando al futuro. Vale la pena comunque sottolineare che la realtà (carica anche di presupposti morali) che infetta ora le immagini, resta pur sempre una realtà fittizia; è questo il paradosso di tutti i paradossi che manifesta il virus anti-moderno.

Toffoletto: Potresti specificare ulteriormente per quale ragione ciò sarebbe il germe del virus anti-moderno? Pare che richiedere la verità o la realtà sia per ciò stesso una postura anti-moderna…

Masci: Ma è esattamente così. Ed è questa la matrice della vittimizzazione generalizzata, per la quale qualsiasi gruppo sociale dai poverissimi alle classi medie, ai funzionari di stato fino anche ai rappresentanti – quindi i politici – di questi stessi gruppi non esprimono altra intelligenza (si fa per dire) politica, che ritagliare il proprio spazio di innocenza – e quindi ponendosi come vittime, portatrici di un’ingiustizia non più di carattere sociale ma esistenziale – di fronte ad un capro espiatorio: dai poveri migranti ai vertici del potere, che sembrano investiti di un potere sovrumano, ai quali si chiede di “nutrire il popolo”, oppure di “dimettersi”, come se fossero l’unica causa del malessere collettivo. Tale schema si vede trasversalmente in tutti i partiti europei che isolano propagandisticamente, per esempio, un aspetto delle istituzioni europee come causa assoluta del malessere socio-economico del proprio paese. Anche le maggioranze agiscono come minoranze, secondo una legge che vuole che più sei vittima più sei più prossimo appunto a questa “nuova” fantomatica realtà che è diventata l’alpha e l’omega delle nuove soggettività fittizie sentimentali. Questo innesca anche un fenomeno di concorrenza tra le vittime, per sapere chi è che è più reale cioè anche più vero.

Il punto non è essere cinici. I problemi ci sono e sono oggettivi: se le persone si ribellano e si radunano avranno pure le loro buone ragioni (che io poi, come dicevo, sospetto essere ragioni di carattere ontologico più che economico o politico). Il problema è che la società moderna è, o forse bisognerebbe cominciare a dire era, molto più complessa delle narrazioni che articolano il senso di malessere attuale delle collettività. Tali narrazioni sono troppo semplicistiche appunto perché ruotano attorno a delle immagini della purezza di una realtà salvifica che è nondimeno fittizia, immagini che fanno appello al puro sentimentalismo e all’immediatezza delle sensazioni. Questo è l’orizzonte del discorso politico di oggi, e ogni tentativo di andare al di là dell’immediato piano del risentimento, in cui il mondo appare diviso in bene e male assoluto, viene tacciato di cinismo (o di difensore delle élites o dei ricchi). Per questo preferisco evitare di commentare l’attualità. Il problema vero è che il malessere oggettivo oggi non si traduce più nemmeno in un progetto politico-amministrativo (la sfera della tecnica), ma ricade sempre nelle facili dicotomie di un nuovo moralismo culturale, che conduce alla caccia delle streghe. I 5 Stelle ne sono un esempio preclaro. La colpa è dei politici, della corruzione, dei privilegi, delle fantomatiche élites, ma il popolo – il soggetto politico – ormai ipostatizzato in istanza morale in chiave non più moderna ma anti-moderna (più plebe che moltitudine), è sempre innocente e ha dalla sua parte la verità. Ma la riduzione della nozione di verità assoluta era una delle caratteristiche essenziali della modernità; questo suo ritorno possente sulla scena dell’opinione pubblica è preoccupante.

Toffoletto: Insomma, il punto è che il malessere oggettivo non si traduce più e non si articola facendo i conti con la Realpolitik?

Masci: Sì – ma non sono solo le rivendicazioni del malessere oggettivo a non sapersi più articolare e fare i conti con il politico. Questo, in fondo, non è mai stato possibile nel moderno. La stessa politica, cioè il potere come tecnica amministrativa, non sembra avere più alcuna intelligenza o scaltrezza neanche in termini molto banali di astuzia volgarmente machiavellica, a tal punto che (e lo dico, sia chiaro, come battuta, che conferma comunque che tutto si gioca ora sul piano dei “sentimenti”) sembra riemergere una vaga nostalgia per un Chirac che una crisi come quella dei gilets jaunes l’avrebbe risolta in un paio di settimane (magari concedendo anche meno di quello che ha concesso Macron). Così, siamo portati a considerare come assolutamente normale la continuità di tali manifestazioni, che hanno sfociato e potrebbero ancora sfociare in scontri violenti con morti, al punto che viviamo in una sorta di stato d’eccezione permanente, in cui appunto, come dicevi citando il mio libro su Berlino, si concilia “il business del divertissement con la rivolta”. La Berlino di cui parlo nel libro non è l’eccezione, è il destino di tutte le grandi capitali occidentali di essere svuotate dal politico, trasformando le tensioni politiche in spettacolo mediatico. Il divenire entertainment del mondo, il ruolo di forza d’ordine ricoperto dalla cultura assoluta, anche e direi soprattutto nelle sue espressioni più critiche e “rivoluzionarie”. In fondo, non è solo in rapporto alle tensioni politiche interne che ciò accade, ma anche di fronte alle tensioni politiche internazionali.

Toffoletto: Dato il quadro concettuale della tua lettura della modernità, occorre forse precisare e definire meglio la questione della realtà fittizia o della finzione del reale, perché sembra essere un elemento chiave per capire il virus anti-moderno.

Masci: Dunque, riprendiamo il filo. Se le immagini non sono più cariche di promessa, smettono di fare “come se”, non fungono più da “idee regolative” come direbbe Kant – smettono di agire “come se” la realtà fosse una finzione sempre in divenire e strutturata o predeterminata alla realizzazione di alcune promesse (l’emancipazione, la libertà, etc.), ciò implica un ritorno della “realtà” immediatamente presente, l’attuale finzione di un reale assolutizzato che diviene l’unico metro di misura su cui valutare il proprio grado di esistenza. Un grande mezzo di semplificazione e di sabotaggio delle complesse dinamiche su cui si è costruita la modernità. Questa prospettiva è il fondamento della retorica della vittimizzazione e del mito dell’innocenza, che è speculare all’elogio della trasparenza, la massima morale, che fa da contraltare alla critica delle fake-news e alla lotta contro la corruzione. Fake-news che poi sono fake da sempre, perché bisogna essere davvero naïfs o in malafede per credere che i media siano o debbano essere lo specchio esatto della realtà. Noi conosciamo la realtà solo attraverso la sua deformazione, “la realtà dei media” appunto come dice il titolo di un libro di Niklas Luhmann dove il genitivo è un genitivo soggettivo.

Toffoletto: E come si articola dunque questa finzione del reale, di un’immagine che si pensa assoluta, con l’altro polo della modernità, cioè la tecnica?

Come dicevi bene il malessere oggettivo non si traduce più e non si articola più facendo i conti con la Realpolitik; ciò implica che tutto il plesso di nozioni che fa parte dei discorsi dei “populisti”, dal mito dell’innocenza alla vittimizzazione, all’elogio della trasparenza si fonda sulla rimozione della complessità della società moderna, che si accompagna poi anche alla dimenticanza della tecnica stessa che continua imperturbabilmente a fare il suo lavoro di decostruzione e gestione del bios. Sembrerebbe che di fronte alla pervasività della tecnica ci si rinchiuda nell’immediatezza sentimentale, per cui la finzione del reale implica anche nello spazio pubblico una riduzione alla sfera del mio “prossimo”, comunque sempre fittizio, poiché è un “prossimo”, simile, o consanguineo, sempre in virtù di un’immagine che dimentica se stessa come immagine. La modernità rischia in questo senso di implodere.

Questi fenomeni non sono assolutamente niente di nuovo: l’arcaicità del loro meccanismo ne dà l’illusione di novità. La loro novità devastante è la loro riattivazione grazie a strutture moderne. Perché in apparenza le cose non sono cambiate, il mondo resta sottomesso, come lo è stato in gran parte della modernità, alla duplice organizzazione della Tecnica e delle immagini. Solo che ora le immagini hanno smesso di funzionare in modo moderno. Esse contrariamente a ciò che succedeva nella modernità, strutturata su una temporalità prettamente rivoluzionaria, fanno appello all’immediatezza del sentimento universale, garante di un tasso alto di “realtà”: lo vediamo chiaramente nella gestione improbabile del problema migratorio, totalmente assente a livello europeo, dalla Germania all’Italia, in cui le soluzioni proposte (dall’accogliere strutturalmente un tetto massimo di migranti a sbarrare i porti) sempre dettate da un tempo del “presente assoluto” ancor più che da propaganda (dalla Germania accogliente alla fermezza italiana) non fanno che autoconvincere i governi stessi che le attuano di avere una presa sulla situazione, quando i fenomeni sono oltremodo complessi.

Toffoletto: In questo quadro, l’elogio moralistico della trasparenza certo non aiuta…

Masci: E dopotutto è una trasparenza opaca che per fortuna si nega da sé. Essa conduce all’entropia delle troppo malfamate fake-news, per la quale alla fine la trasparenza e l’esigenza di verità si disperdono nel flusso di informazioni rilasciate che contraddicono qualsiasi tipo di narratività. Non vi è più distinzione tra dichiarazioni ufficiali e commenti mediatici; pensiamo a Trump. L’ironia amara è che questa crisi delle immagini infettate dal virus anti-moderno, che blocca la funzione derealizzante e “progressista” proiettata al futuro della cultura assoluta, ci porta verso un monopolio assoluto della tecnica: il clone dove tecnica e immagine si fondono perfettamente. Ma questa è un’altra faccenda. Sotto un profilo politico, si tratta di capire che l’elogio della trasparenza che struttura la contemporanea finzione del reale, in cui vige il mito dell’innocenza come segno di riconoscimento comunitario, mentre pretende annullare la distanza tra il potere – che è pur sempre un complesso di tecniche – e l’innocenza del popolo, non fa altro che produrre una dominazione ancora più esasperata. Il mito dell’innocenza e del contatto mistico tra la comunità e i propri rappresentanti è una finzione che si ignora come tale: il senso pervasivo di ingiustizia subita sembra essere così negato nella propria esaltazione, e nell’entusiasmo del momento si rimuove la complessità dei problemi di cui una società è nutrita.

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