LETTURE/ Giovanni della Croce, “vedere” Dio in questa vita

- Francesco Roat

Trai più grandi mistici cattolici, san Giovanni della Croce, carmelitano, ha segnato il suo tempo e lasciato opere decisive per la ragione e la fede

Papa Francesco in Piazza San Pietro
LaPresse

Ritenuto da molti studiosi il più insigne mistico cattolico, nonché un grande poeta, Giovanni della Croce nasce ad Avila nel 1542. A ventun anni decide di farsi religioso optando per l’ordine dei Carmelitani presso la sede castigliana maggiormente prestigiosa: Medina. Lì incontra in seguito Teresa di Gesù (Teresa d’Avila) che lo convince a partecipare alla riforma del Carmelo da lei avviata; ha inizio così l’intensa vita spirituale di Giovanni all’insegna della preghiera, dell’austerità e dell’apostolato.

Data cruciale sarà però il 1577, allorché egli ‒ accusato di fomentare la ribellione/secessione, legata ai contrasti sorti tra i due gruppi dei carmelitani: gli Scalzi e i Calzati ‒ viene arrestato e imprigionato nel convento di Toledo, dove è costretto a rimanere in una cella angusta per circa nove lunghi mesi travagliati di prigionia dura e penosissima; carcerazione dalla quale Giovanni uscirà stremato grazie a una fuga avventurosa, per trovare poi rifugio in Andalusia.

Seguiranno successivamente anni intensi in cui il nostro si prodigherà ancora per la riforma dell’ordine, assumendo vari incarichi: ora quale superiore di comunità, ora quale direttore spirituale. Sarà quello anche un periodo d’impegnativa e fruttuosa produzione letteraria. Una volta poi fatto ritorno nella natia Castiglia riprenderanno tuttavia le frizioni/incomprensioni con alcuni confratelli e con il suo autoritario e poco duttile superiore generale.

Allontanato da ogni responsabilità, Giovanni si ritirerà nel silenzio e nella meditazione senza mai cedere al turbamento, mantenendo un’inscalfibile serenità d’animo che non verrà meno neppure con l’aggravarsi delle condizioni di salute, via via sempre più precaria. Morirà quindi a soli 49 anni sul finire del 1591, venendo proclamato santo nel 1726 e dottore della Chiesa nel 1926.

Quattro sono le opere maggiori del nostro: la Salita del Monte Carmelo, la Notte oscura, il Cantico spirituale e la Fiamma d’amor viva; tutte composte da una parte poetica e da una serie di commenti esplicativi intorno ai versi. Ma è forse il primo testo, a mio avviso, a risultare più significativo/stimolante degli altri, specie per quanti vogliano conoscere in che consista l’itinerario mistico proposto da Giovanni della Croce o, meglio ancora, per chi intenda ripercorrerlo.

Tale scritto infatti, come nota in apertura il suo autore, specificatamente tratta delle disposizioni che un’anima deve avere per giungere in breve tempo all’unione divina.

La prima cosa da farsi, secondo il trattato in questione, è una purificazione dell’anima ‒ la quale implica lo svuotamento di tutte le brame mondane ‒ da compiersi mediante l’attraversamento di quella che il mistico spagnolo chiama, con felice immagine poetica, la noche oscura (notte oscura), che equivale a una mortificazione degli appetiti, e può esser ben chiamata tenebrosa, in quanto finché ne rimane avvolta, l’anima non ha la possibilità d’essere illuminata dalla luce di Dio.

Ma la cosa interessante è che il liberarsi da ogni tipo di desiderio si riferisce non solo agli appetiti legati alle questioni materiali ma pure a quelli spirituali. Come già aveva a suo tempo predicato Meister Eckhart, nemmeno aspirare alla perfezione e all’unità con Dio è cosa opportuna. Occorre lasciar cadere ogni proposito, ogni mira, divenendo assolutamente poveri di spirito; tutto il resto è impaccio, ostacolo, ambizione velleitaria.

Si tratta dunque di praticare in completa umiltà una radicale e ascetica kenosis: quello svuotamento e abbassamento egoico che, secondo la tradizione cristiana, ci affratella a Cristo, il quale non solo da Figlio di Dio si fece uomo (umiliandosi), ma accettò di buon grado la spoliazione estrema di venir ucciso in croce. In estrema sintesi, la purificazione praticata nell’attraversamento della noche spirituale deve riferirsi a quelle che Giovanni chiama agostinianamente le tre potenze dell’anima: l’intelletto (nulla sapere), la memoria (distogliersi da ricordi, pensieri, elucubrazioni) e la volontà (non intender perseguire appagamenti di qualsiasi tipo).

Anche il secondo trattato, la Notte oscura, consiste in un commento alle strofe poetiche iniziali. In primis, dunque, il nostro utilizza ancora la poesia, avvalendosi cioè di metafore e immagini che possano alludere a un ambito ‒ quello divino ‒ che la discorsività della mera ratio non permette di raggiungere. Ne sarà ben consapevole un altro insigne mistico-poeta: Angelus Silesius (1624-1677), che scriverà il suo capolavoro ‒ intitolato Il pellegrino cherubico ‒ solo attraverso brevi/incisivi testi in versi, spesso limitandosi a dei semplici (ma quanto indicativi e folgoranti) distici.

Tornando all’opera giovannea, essa è ovviamente una ripresa e un ulteriore approfondimento di quanto già delineato nel testo precedente. A questo proposito va comunque precisato che un po’ tutti i mistici, senza alcuna tema di ripetersi, tendono a ribadire più volte quanto ritengono basilare. Le loro reiterazioni sono pedagogico-mistagogiche, al solo fine di far comprendere ai lettori la necessità delle operazioni essenziali a ogni itinerario mistico: annullamento dell’ego, accettazione (sia fatta la tua volontà), totale affidamento (a Dio), rinuncia ad ogni pretesa (volizione, desiderio).

Tutto questo comporta un lungo lavoro su di sé, che appunto Giovanni della Croce equipara all’attraversamento di uno spazio-tempo tenebroso/pauroso, il quale però non è affatto da temere giacché esso è spiritualmente fruttifero. Si tratta, insomma, di varcare la porta angusta di cui parla Matteo (Mt 7,14). Non va però posta troppa attenzione agli aspetti negativi/purgativi d’un tale itinerario. Anzi, al termine del suo secondo trattato, Giovanni evidenzia le tre qualità positive (virtù) che vengono a comparire nell’intimo di chi proceda senza tema ‒ né attese ‒ nell’esercizio ascetico. La prima consiste nella beata solitudine, che consente al mistico di non venir distolto/disturbato da alcuna cosa nel suo cammino verso l’unione d’amore; la seconda permette all’anima ‒ grazie all’oscurità in cui è immersa ‒ di divenir libera da ogni impaccio intellettualistico che potrebbe turbarla o distoglierla dalla vacuità meditativa propedeutica all’incontro con Dio; infine la terza virtù, data dal non affidarsi più né al proprio intelletto né ad alcun altro soccorso esterno all’anima.

Nel terzo trattato (il Cantico spirituale) la poesia prende spunto dal biblico Cantico dei cantici, in versi che narrano come l’anima-sposa, la quale credeva d’essere giunta all’unione con l’Amato, si scopre all’improvviso sola e “ferita” d’amore. È l’inizio d’una ricerca sofferta di chi sembra introvabile ‒ il riferimento palese è al cammino spirituale da compiersi per giungere a Dio ‒, ma poi questi le dà un indizio della sua presenza, per quanto egli si mostri il loin-près, per dirla con la mistica medioevale Margherita Porete, ossia il lontano-vicino, cioè: colui che appare a quanti lo cerchino inavvicinabile ma al contempo mirabilmente presente.

Qui e altrove l’accento è posto quindi sulla descrizione/indicazione della vita ‒ o, se vogliamo della via ‒ spirituale che si configura come un vero e proprio esercizio d’amore. Così, in un susseguirsi d’assenze e presenze divine, la sposa dei versi poetici giovannei s’avvia verso quello che sarà il suo nuovo stato di comunione/unione con Dio, ovvero le nozze mistiche tra l’anima innamorata e il suo sposo spirituale. Questo traguardo segna la fine dell’itinerario mistico, allorquando si raggiunge un’interiorità che diviene intimità col divino, facendosi Fiamma d’amor viva, per dirla col titolo dell’ultima opera di Giovanni ‒ scritta due mesi prima della sua morte ‒, che con questa espressione si riferisce appunto a Dio, il quale è visto poeticamente come una fiamma ardente, un “cauterio soave” o una “deliziosa piaga”.

In tutta franchezza non credo sia opportuno aggiungere davvero altro intorno a questo testo: riuscito connubio di prosa e poesia ‒ ancora più simbolico e metaforico dei precedenti ‒, se non l’invito a leggere la Fiamma, per farsi contagiare dal suo ardore. Ricordo infine che le Opere complete di Giovanni della Croce sono state recentemente pubblicate, in una nuova traduzione, dalle Edizioni OCD.

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