LETTURE/ Giuseppina Biondo, alla poesia il compito di custodire l’uomo

- Massimiliano Mandorlo

Un canto alla vita, pieno non solo di stupore ma anche di impegno: sono le poesie de “La contadina” di Giuseppina Biondo

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Milano. I navigli (LaPresse)

Ha ragione il poeta e critico letterario Giuseppe Conte, nella sua prefazione a La contadina di Giuseppina Biondo (Puntoacapo, 2020), ad individuare nella poesia di questa giovane autrice siciliana il “coraggio di cantare la vita e di far cantare le idee con una freschezza aurorale”. Già dalla dedica in epigrafe possiamo cogliere lo slancio vitale che percorre queste poesie, tutte attraversate da un respiro che è flatus d’amore, desiderio di continua rinascita: “a chi semina, a chi raccoglie, / a voi e alle mie metamorfosi”.

Chi è questa contadina di cui ci parla la Biondo, alla ricerca di una totale libertà di invenzione e linguaggio contrapposta alla “povertà dei poeti contemporanei”? Eccola comparire nel poemetto che dà il titolo al volume, sbucare in mezzo a un sogno quasi dantesco dove è lei – figura dell’autrice – a descriverci la propria natura: “tocco la terra, le gambe piegate, / le ginocchia calcano il pavimento terrestre, / la terra, la tocco, con le mani / la dissecco. Sbriciolo l’arcano, / l’antica materia, e ho un’antica visione: / la vista vicina alla natura, alla terra”.

Così la poesia della Biondo, attraversata da uno stupore pieno di naturalezza, non teme di cantare la realtà esistente nei suoi quotidiani risvolti: un “ulivo, / verde militante, / rivolto al cielo”, la bellezza che dimora anche “nell’attendere e nelle stazioni”, l’esistenza nascosta di un uomo “che guarda dalla vetrata / del grattacielo in cui lavora”, un biglietto della metro “sospinto dal vento sui sanpietrini di Roma / e sul pavé dei Navigli” di una Milano guardata con incanto, nella sua vita brulicante di strade, chiese e appartamenti universitari.

Le poesie d’amore della prima sezione hanno una grazia e delicatezza che ricorda forse – dietro all’apparente semplicità dei testi – la lirica greca arcaica: “Lega pure questa mano / – gli occhi ti tratterranno – l’altra basterà a sentirti”. Quello della Biondo è un viaggio tra due poli geografici estremi – Sud e Nord – che corrispondono alla terra di origine (Mazara del Vallo) e a Milano, città di studi, avventure e amicizie capaci di spalancare un mondo, come quella col teologo Pierluigi Lia: “questo è l’uomo della città / mista d’acqua di Darsena e pietra di chiesa”. “Cosa ti innamora? / Cosa ti incanta?” si chiede l’autrice di queste liriche, facendo nascere una domanda rivolta al lettore e offerta in dono all’uomo come riflessione universale. Ed è da questa domanda che pare sorgere la poesia, nei suoi continui slanci vitali e accensioni che uniscono misure più lunghe, poematiche, all’incisiva leggerezza degli haiku giapponesi: “nell’alba estiva / guizzo di pesci rossi: / silenzio”.

Giuseppina Biondo non teme di far entrare nella sua poesia – così piena di passione e impegno civile e sociale – tutto ciò che riguarda l’uomo e il suo destino: amori, amicizie, incontri, attese e partenze, così come la denuncia delle ingiustizie e dei mali che affliggono la società contemporanea e la natura stessa, sconvolta nei suoi delicati equilibri.

Così assistiamo, nell’originale poemetto Canto con versi meccanici. Poemetto d’ambiente, impazienza e detenzione a un visionario tentativo di cantare in versi la vita tutta, con il suo desiderio di libertà e forza creativa, propria di quei poeti che – come scrive l’autrice con un neologismo – ancora “sognaggregano”. In questo piccolo poema che ricorda, almeno per libertà e forza d’invenzione, i manifesti futuristi, ecco comparire “le folle e i suoi palazzi, / gli uomini, gli edifici e le montagne dai colori del cielo, / il cielo e il suo orizzonte colore della terra” e ancora le foreste in fiamme del pianeta o il progressivo inquinamento degli oceani: “Bruciano gli alberi dell’Amazzonia, / bruciano gli alberi, i tronchi, le foglie, gli animali, / bruciano in Siberia e nelle Canarie, / nell’Africa subsahariana, in Libano. / Mantelli di plastica ricoprono le acque / e oggetti si infiltrano, sprofondano magmatici”.

Alla “lingua terrestre” della poesia è affidato il compito universale di custodire l’uomo, di preservarlo dalle minacce del presente. Per una nuova metamorfosi: “Questi versi meccanici stanno per concludersi. / È tempo di agire, di mutare”.

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