LETTURE/ Gunnarsson e il “pastore di Islanda”: l’Avvento non è mai vano

- Gabriela Soppelsa

L’avvento come promessa mantenuta: “Il pastore di Islanda” di Gunnar Gunnarsson, un risposta al “Godot” di Samuel Beckett e a Nietzsche

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Siamo in tempo di Covid: la mortalità questa volta per molti ha assunto il volto di persone amate che già non ci sono più. Ma siamo anche nel tempo dell’Avvento, come la lettura del libro Il pastore di Islanda di Gunnar Gunnarsson, scelto da don Paolo Alliata per la sua iniziativa “Passeggiate nella letteratura”, ci ricorda.

Il libro ci regala il ritratto di un semplice pastore islandese che celebra ogni Avvento risalendo gli altipiani e i ghiacciai, sfidando le condizioni climatiche avverse per riscattare le pecore rimaste disperse per i monti, destinate altrimenti a morte sicura. Ogni anno, incurante di coloro che approfittano in vario modo di questa sua generosità, intraprende la sua missione perché, così facendo, respira a pieni polmoni ed è veramente se stesso.

Don Paolo ha enfatizzato il tema dell’attesa che emerge da questa lettura, un’attesa che porta frutto. Questa visione feconda può stridere in noi allorché sentiamo la scia lasciata da Aspettando Godot, dove il famigerato personaggio che non arriva mai serve come pretesto per cancellare la monotonia di giorni sempre uguali, il vuoto fondamentale nella vita, quel “Niente da fare” che segna l’inizio dell’opera. E ancora, quest’attesa impregnata di speranza può evocare anche la mentalità dello schiavo delineata da Nietzsche.

Rimane uno scetticismo in sottofondo quando si sente parlare di tutto ciò e viene naturale domandarsi: questa attesa, questo Avvento non derubano il presente di quello che c’è già? Persino nella nostra cultura pop, John Lennon diceva “La vita è quello che ti accade mentre sei occupato a fare altri progetti”. Come mettiamo insieme tutti questi pezzi? Se Vladimir ed Estragon di Aspettando Godot si incontrassero con Benedikt di Il pastore di Islanda che cosa si direbbero?

L’attesa di Benedikt, come ci ricorda però don Paolo, non nasce da un vuoto. È un uomo ormai contento di sé e della vita, non si considera gran che ma è contento di dove è, contento di quello che fa, soprattutto quando va a recuperare le sue pecore. Perché il servizio è una dimensione fondamentale che rende sacro chi lo compie, “la compassione è una liturgia”, il rito di per sé non è sufficiente a consacrare il tempo. Benedikt fa quello che sa di dover fare, e qui sta la sua libertà. “Un uomo impegnato a fare quello che deve fare, non è mai solo”, la vita trova il modo di sostenerlo, questo è uno dei messaggi del libro come ci ricorda don Paolo. La critica di Nietzsche ha tutte le ragioni quando vuole anestetizzare l’impegno di un uomo nel mondo, quando la fede invece ci porta ad affrontare le circostanze della vita affinché il mondo diventi quel che deve essere. La fede smuove, come dice una delle canzoncine di Benedikt: “se un uomo se ne sta sempre tranquillo la vita la perde”.

Queste parole ci ricordano la poetessa bulgara Blaga Dimitrova quando scriveva: “Nessuna paura / che mi calpestino. / Calpestata, l’erba /diventa un sentiero”. Strano, no? Un uomo contento di sé, un uomo che ha ancora la forza di fare quello che nessun altro si sogna di fare, e lo fa fino in fondo.

Alla  fine del libro un giovane pastore in maniera totalmente inaspettata prende il posto di un Benedikt ormai sfinito e questo finale ricorda quello di Il potere e la gloria di Graham Greene. Dopo l’uccisione del prete protagonista, un altro prete si presenta il giorno successivo bussando alla porta, come a ricordarci Colui che sempre viene, in maniera spesso inaspettata, ma viene. È anche questo, il tempo dell’Avvento.



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