LETTURE/ Gurnah, la voce delle “vili tragedie degli immigrati”

- Silvia Ballabio

Lo sconosciuto Abdulrazak Gurnah ha vinto il premio Nobel per la Letteratura, denunciando gli effetti del colonialismo e raccontando le ferite dei rifugiati

Nobel Letteratura 2021
Abdulrazak Gurnah, Premio Nobel Letteratura 2021 (Wikipedia)

Il Nobel per la Letteratura, il prestigioso riconoscimento che apporta una consistente somma di denaro al vincitore e di solito una notorietà che ne fa (ri)salire le vendite, è stato assegnato per il 2021 al romanziere Abdulrazak Gurnah, il primo autore originario dell’isola di Zanzibar, e soltanto il quarto scrittore di colore a ricevere il Nobel. Dalla creazione del premio, nel 1901, più dell’80% dei vincitori sono o europei o nordamericani.

Gurnah è stato catapultato dalla sua posizione di romanziere apprezzato dalla critica, ma certo non conosciuto come Harold Pinter o Alice Munro, a quella di faro che dovrebbe illuminare la letteratura contemporanea. La motivazione data dall’Accademia svedese fa riferimento alla capacità del romanziere di “scrutare a fondo gli effetti del colonialismo e il fato dei rifugiati nel guado fra culture e continenti”.

La storia personale di Gurnah è alla base della sua produzione letteraria. Cresciuto a Zanzibar fra gli anni ’50 e ‘60, fugge con il fratello dalla sanguinosa rivoluzione del 1964, e sperimenta in prima persona sia la condizione del rifugiato che quella della commistione fra più gruppi etnici e religiosi nella terra di origine. La migrazione è presentata nelle opere non come un singolo evento, ma come un processo inarrestabile, continuo, dove la violenza emerge sia dal passato che dal presente.

Queste sono esattamente le linee di tragico sviluppo che caratterizzarono il colpo di Stato che nell’isola di Zanzibar depose il sultano arabo e il suo governo costituzionale, abbattuto da forze che pretendevano di rappresentare la maggioranza razziale africana. Seguirono pogrom, con circa 20mila vittime, e il cosmopolitismo di Zanzibar dovette fare i conti (sanguinosi) con le memorie ancestrali e represse della schiavitù e della tratta degli schiavi. Anche dipartiti, anche lontani, Gurnah sembra suggerire che il rifugiato fa i conti (dolorosi), anche se talvolta pacificatori, con il proprio passato e presente.

In The Last Gift (2011) due vicende umane si intrecciano, quella di Abbas e Maryam, il primo marinaio, che solo dopo che un infarto che lo ha debilitato, rivela a lei, Maryam, come e perché ha dovuto abbandonare Zanzibar. D’altra parte, lei vuole essere non una rifugiata, non l’orfana adotta da una coppia indiana, ma una british: la rivelazione non è liberatoria, anzi, genera in una dei due figli della coppia, Hannah, il desiderio di allontanarsi da quanto lei definisce “le vili tragedie degli immigrati” e di trovare una sua strada per accettare questo passato così lontano e cosi opprimente.

In altri romanzi Gurnah lascia aperta la possibilità di nuovi incontri e decisioni che possano guarire la ferita inferta non da azioni umane, ma dalla propria stessa natura, ereditata per essere figlio dinato in un mondo piccolo, e ora gettato in uno spazio molto, molto più ampio.

I meriti letterari del neo nominato non risiedono, a detta della critica, solo nella penetrante capacità di indagine così personali e intime anche all’interno del fragile nido detto “famiglia”, ma anche nella prosa duttile, capace di accogliere più punti di vista, più personalità in un efficace in/scontro. Meriti che io stessa dovrò appurare perché il neo premiato era per molti, e anche per me, uno sconosciuto, improvvisamente salito alle luci della ribalta.

Il suo arrivo sotto i riflettori ha suscitato nella stampa anglofona sia commenti positivi per il meritato riconoscimento, sia la critica di chi ritiene che altre e ben più critiche voci del lascito coloniale siano quelle che anche oggi si levano dal Global South, e che l’Accademia svedese (rappresentativa del Global North) ignorerebbe.

L’aspetto interessante sarebbe, in effetti, capire se la prestigiosa Accademia stia segnalando, con questo Nobel, un suo interesse per la letteratura postcoloniale di derivazione britannica più continuativo che la estemporanea assegnazione del premio a Wole Soyinka (Nigeria, 1986), Nadine Gordimer (Sudafrica, 1991) e Derek Walcott (Saint Lucia, Caraibi, 1992).

Dal 2000 le assegnazioni sono state un po’ più orientate verso questo ambito con Vidiadhar Surajprasad Naipaul (Trinidad e Tobago ma anche Uk, 2001), John Maxwell Coetzee (Sudafrica 2003), Doris Lessing (Zimbawe, 2007), Alice Munro (Canada, 2013) e ora Abdulrazak Gurnah.

Che uno sconosciuto sia salito alla ribalta non è una tale stranezza per il Nobel; anche in passato il premio è stato assegnato a scrittori totalmente sconosciuti al grande pubblico, e molti di questi lo sono rimasti, sconosciuti, cadendo anche fuori dal quel Pantheon immaginario ove si andrebbero a collocare i grandi. Altri autori non sono mai entrati nel Pantheon dei Nobel, esempio sommo fra tutti James Joyce.

Se la rivelazione di Gurnah sarà una meteora o un nuovo faro, lo si vedrà dalla recezione dei lettori delle sue opere passate o future (sempre che ve ne siano, Gurnah ha 72 anni), oppure dal credito che i lettori del futuro accorderanno alle sue opere a posteriori. Perché i Nobel si assegnano per aggiustamenti all’equilibrio geopolitico, e a volte per evidenza conclamata, quali i Nobel a Thomas S. Eliot, o alla sopra citata Alice Munro, ma la grandezza la decidono i lettori, anche quelli di secoli a venire.

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