LETTURE/ Hemingway, Wallace, e molti altri: il dolore dell’“ultima pagina”

- Paolo Vites

Ne “L’ultima pagina” Susanna Schimperna affronta il tema del suicidio in 25 scrittori che non hanno più avuto la forza di vivere e sperare

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Ernest Hemingway (1899-1961 (LaPresse)

LETTURE/ “L’ultima pagina”: 25 storie di scrittori morti suicidi

“Questo alieno che ragionava così bene, che insegnava così bene, che scriveva cose sensate, che invitava a uscire dai meccanismi mentali autodistruttivi che ci vogliono vittime cupe e lamentose, che chiedeva di vedere il mondo con occhi diversi, di occuparsi degli altri, di trovare in ogni situazione e persona lati divertenti o degni di compassione, il 12 settembre 2008 scrive un messaggio di saluto di due pagine, lavora un po’ sul manoscritto del romanzo Il re pallido, quindi si impicca a una trave della sua casa di Claremont, in California”.

È David Foster Wallace, l’autore di libri come Infinite Jest, forse il più significativo autore americano degli ultimi decenni. Così ne parla Susanna Schimperna, scrittrice, giornalista, personaggio televisivo, una delle migliori intellettuali, meglio, una delle poche ancora in giro, nel suo ultimo libro L’ultima pagina (Iacobelli editore, 2020). Un volume dedicato al grande mistero del suicidio, un tabù ancora vigente, di alcuni grandi e misconosciuti scrittori dell’ultimo secolo. Per tutti loro probabilmente, così come per tutti noi, vale quanto scrisse Cesare Pavese (anche lui trattato): “Aspettare è ancora una occupazione. È non aspettare che è terribile”.

Sono figure che, invece di essere appagate dal successo (quando sono riusciti ad averlo in vita), dalla soddisfazione per la creazione che sono capaci di esprimere, soffrono un male indicibile. Quasi tutti hanno attraversato il dolore, e questo li ha segnati, che ne fossero coscienti o no. Ancora a proposito di Pavese, Schimperna osserva come “un uomo che aveva avuto un’infanzia segnata dai lutti – una sorella e due fratelli morti prima che lui nascesse, il padre portato via dal cancro quando Cesare aveva cinque anni, la madre cagionevole di salute, presto con problemi economici, autoritaria e spigolosa –, pateticamente e struggentemente in cerca d’amore, capace di scrivere pagine in cui la pietà e il senso di solidarietà nel dolore sono protagonisti assoluti”.

Il suicidio, dicevamo. Nell’epoca pre-cristiana, per gli antichi greci e romani, “lasciarsi uccidere significava non rinnegare, non abiurare. Un valore positivo. Così, a fronte di chi criticava il sacrificio, tanti altri ammiravano il coraggio e la coerenza. Non si parlava di suicidio, bensì, appunto, di sacrificio. Una scelta operata in nome di qualcosa di più grande, alto, importante. Per questo e soltanto per questo la società poteva consentire l’autouccisione, e per il singolo la vergogna ribaltarsi in vanto, lo scandalo in gloria”. Poi l’avvento del cristianesimo e il suicidio diventa un peccato osceno, togliersi da soli ciò che Dio aveva donato, tanto che per duemila anni i suicidi non hanno neanche potuto avere sepoltura o funerale. Solo recentemente la Chiesa ha dato loro la dignità che meritano.

In tempi recenti, scrive ancora Schimperna, lo psicanalista americano James Hillman ha saputo identificare nel suo libro Il suicidio e l’anima il tema dell’“assassino interiore”: “Ci suicidiamo quando siamo convinti di non avere altra strada, perché siamo noi stessi artefici della nostra sofferenza. Non siamo capaci di uccidere una sola parte di noi, come sarebbe “sano”, ma sentiamo di dover procedere in modo drastico. Il suicidio altro non sarebbe che l’espressione della necessità impellente di cambiare, di andare via dalla propria vita, dal dolore che pensiamo sia tutt’uno con noi e quindi da noi non superabile, e di procedere verso qualcosa d’altro. Il suicida vuole lasciare il vecchio per andare verso il nuovo: “Il suicidio è il tentativo di passare violentemente da una sfera all’altra attraverso la morte”.

Qualunque cosa cerchiamo di dire, comunque, il suicidio rimane il più grande mistero dell’esistenza umana, la domanda ultima a cui nessuno può rispondere.

Venticinque suicidi in queste pagine, da Ernest Hemingway, Cesare Pavese, Antonin Artaud, Pierre Drieu La Rochelle, Vladimir Majakovskij, Guido Morselli, Antonia Pozzi, David Foster Wallace, Sarah Kane, Virginia Woolf e molti altri.

Ecco allora il misconosciuto Eros Alesi, morto suicida neanche ventenne il 31 gennaio 1971, appartenente al primo movimento contestatario italiano, quello dei beat, chiamati con dispregio “cappelloni”, autore di tragiche e a tratti insostenibili poesie dedicate alla madre e al padre, quest’ultimo figura assente, violenta, alcolista, riscoperto culturalmente solo in tempi recenti.

E ancora la storia terribile del geniale Antonin Artaud, per anni rinchiuso in manicomio e uscitone “che sembrava una strega pelle e ossa”: “Sono io, io, Antonin Artaud, qui presente, ad aver sofferto il supplizio della croce sul Golgota e sono tutti gli anticristi del Padre Eterno che non ha mai voluto soffrire che hanno invocato la Lama con il tono di Dio”.

O la scrittrice britannica Sarah Kane, nota per le sue opere teatrali che raccontavano all’estremo un mondo violento e feroce, che diede come titolo 4,48 Psychosis all’ultima sua pièce, scritta quando aveva 28 anni. Secondo vari studi, le 4 e 48 di mattina è l’orario più consueto da chi sceglie di uccidersi, quando si sente l’approcciarsi del mattino e non si trova la forza per affrontare un altro giorno. La protagonista alle 4,48 di una mattina prende la bellezza di 190 pillole per chiudere la sua vita. Pochi giorni dopo e mentre era ricoverata in ospedale a causa di un sovraccarico di sonniferi preso più o meno alle 4,48 del mattino, la Kane reale, che i medici avevano lasciato sola per tre ore, pur di non continuare a vivere trovò la forza di impiccarsi alla maniglia della sua stanza adoperando i lacci delle scarpe.

E ancora: lo scrittore ungherese Sandor Márai, fuggito prima dall’Ungheria fascista e poi da quella staliniana e che  aveva continuato a scrivere i suoi libri in ungherese. Márai si tira un colpo di rivoltella a 89 anni, nel 1989, dopo che nello spazio di un anno erano morti la moglie, il figlio, i due fratelli e la sorella e stava cominciando a diventare noto in tutto il mondo.

Un libro, questo, che permette di guardare in faccia “il lato oscuro della vita”, troppo spesso dimenticato, cancellato, ridicolizzato. Non dovrebbe essere così. Perché la vita è un mistero da rispettare, in ogni sua piega. Anche quella del suicidio.

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