LETTURE/ “Il canale delle spie”: 1956, la crisi di Suez e l’abile gioco di Nasser

- Francesco Petronella

Abilmente condotta la Nasser, la crisi di Suez è una tappa chiave del 900. Vi hanno dedicato un saggio Marco Di Donato e Massimo Campanini

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Tito (a sin.) e Nasser nel 1961 (LaPresse)

Il 1956 è stato un anno centrale per quello che lo storico Eric Hobsbawm ha definito “il secolo breve”, ossia il Novecento. Questa centralità non è solo temporale, ma anche dovuta ad una serie di avvenimenti di politica internazionale di quell’anno che hanno segnato per sempre la storia del mondo contemporaneo. Il libro Il canale delle spie. Storia della crisi di Suez 1956 (Salerno Editrice, 2021) cerca di raccontare i retroscena di uno dei tasselli geopolitici che hanno caratterizzato quel determinante anno del secolo scorso, cioè la crisi del Canale di Suez. Il volume è frutto del lavoro di ricerca di Marco Di Donato e del compianto professore Massimo Campanini, uno dei massimi esperti di islam in Italia e nel mondo, scomparso il 9 ottobre 2020.

Il libro accompagna il lettore alla scoperta degli intrighi internazionali che hanno portato, tra il 29 ottobre e il 7 novembre 1956, all’attacco tripartito di Israele, Francia e Gran Bretagna all’Egitto del presidente Gamal Abdel Nasser. Per poter comprendere al meglio le dinamiche di quei giorni, Di Donato e Campanini ricostruiscono innanzitutto la storia di Nasser e la sua scalata al potere in Egitto a seguito del colpo di Stato degli Ufficiali liberi, nella notte tra il 22 e il 23 luglio del 1952. La capacità degli autori di spiegare le dinamiche interne all’Egitto e, soprattutto, tra i militari che hanno deposto la corrotta e filo-britannica monarchia di re Faruq rappresenta sicuramente uno dei numerosi pregi dell’opera. Grande attenzione viene data anche al rapporto tra gli Ufficiali liberi e la Fratellanza musulmana, con cui le relazioni andranno sempre più deteriorandosi negli anni 60 e 70.

Il volume traccia quindi le principali caratteristiche dell’ideologia nasseriana, incentrata sulla cosiddetta teoria dei tre cerchi. Nella concezione del rais, infatti, l’Egitto aveva le carte in regola per essere sì il fulcro del mondo arabo, ma anche il centro dell’intera comunità islamica (la Umma, in arabo) nonché la strada in cui incanalare le rivendicazioni del continente africano, di cui il Paese del Nilo fa inequivocabilmente parte. Nell’ambito della guerra fredda, a queste tre cornici ideologiche se ne aggiungerà una quarta, ossia quella del “terzomondismo” e dei cosiddetti “Paesi non allineati”, inaugurata con la storica conferenza di Bandung del 1955. Il tutto andava poi a incastonarsi nell’ideologia anti-coloniale e anti-imperialista tipica del periodo della decolonizzazione.

Dopo queste necessarie premesse, il libro porta il lettore al centro dell’azione in quei convulsi giorni di fine 1956. Settimane in cui, tanto per rimarcare l’importanza del 1956 per la storia mondiale, l’Unione Sovietica reprimeva nel sangue la rivolta ungherese a Budapest e in altre città magiare. La Francia, per parte sua, vedeva in Nasser il più temibile sostenitore dei moti indipendentisti in Algeria, sfociati in guerra civile giusto nel 1954. La Gran Bretagna, in una miope ottica neo-coloniale, non aveva intenzione di accettare la nazionalizzazione del Canale di Suez, annunciata da Nasser a luglio del 1956. In Israele, invece, andava maturando quell’idea di guerra preventiva che avrebbe informato anche i successivi conflitti coi vicini arabi, specialmente la Guerra dei Sei giorni del 1967.

Districando la matassa dei contatti diplomatici e di intelligence che precedettero e seguirono l’attacco tripartito contro l’Egitto, il libro fa emergere chiaramente quanto la strategia di non-allineamento perseguita da Nasser abbia aperto la strada a quella che è stata sicuramente la sua più grande vittoria diplomatica. Saranno infatti le pressioni degli Stati Uniti di Dwight Eisenhower e dell’Urss di Nikita Khrushchev a riportare Parigi, Londra e Tel Aviv a più miti consigli. La capacità di Nasser di barcamenarsi nei tortuosi gangli della Guerra fredda si deve, fosse solo in parte, al rapporto di amicizia e cordialità tra il presidente egiziano e il leader jugoslavo Josip Broz Tito, altro leader di spicco dei “non allineati” che proprio in quel periodo – dopo la morte di Stalin nel 1953 – aveva cominciato un lento ma deciso riavvicinamento con Mosca.

Il canale delle spie. Storia della crisi di Suez 1956 si conclude con un ricordo personale di Emanuele Khaled Campanini, che commemora l’eredità storica e umana del padre Massimo. Un uomo sulla cui opera accademica e saggistica si sono formate intere generazioni di arabisti e di studiosi di politica internazionale e del mondo arabo-islamico.

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