LETTURE/ Il Dio bambino: dalla Spagna alla Boemia, passione per l’umanità di Cristo

- Silvia Stucchi

Nel suo lavoro dedicato a “Il Dio bambino”, il critico d’arte Michele Dolz ripercorre le principali tappe artistiche e storiche della devozione al Bambin Gesù

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Gesù Bambino di Praga (Foto dal we)

Ultimi giorni di Avvento: quale lettura migliore del nuovo saggio di Michele Dolz, Il Dio bambino. La devozione a Gesù bambino dai Vangeli dell’infanzia a Edith Stein (Ares, 2020)? 

Il testo è la terza versione, rivista e ampliata, di un volume che aveva avuto la sua prima edizione per Mondadori nel 2001, e che era stato poi riedito in Spagna da Almuzara con molte integrazioni. Per questa terza edizione l’autore, docente di storia dell’arte nella Pontificia Università di Santa Croce e critico d’arte per Avvenire, offre al lettore una versione molto rivista, che assomma in sé il rigore esegetico nell’indagare le ragioni della devozione a Gesù Bambino con la ricchezza dell’apparato inconografico. Il risultato di questo sforzo è un volume molto bello, non solo per i contenuti, ma anche esteticamente, a partire dalla sua veste grafica, sino alle immagini, che può rappresentare anche una buona idea per un regalo di Natale di un certo spessore in queste feste così strane e atipiche. 

Michele Dolz prende le mosse dal santuario dedicato al Bambin Gesù forse più famoso d’Italia, ovvero il Santuario di Arenzano. Esso ha una tradizione che attraversa tutto il XX secolo, dato che era il Natale 1900 quando padre Giovanni della Croce, priore dei carmelitani di Arenzano, collocò nella chiesetta del convento un quadro raffigurante Gesù Bambino. Al dipinto seguì una statua e nel 1904 si iniziò la costruzione di una chiesa più ampia. Poi, nel 1928, l’immagine del Bambino fu incoronata dal cardinale Merry del Val con la benedizione di Pio XI, e nel 1966 fu portato a termine un notevole ampliamento della chiesa e delle altre strutture, a causa del numero sempre crescente dei fedeli.

Il santuario di Arenzano, però, è solo una “succursale” del “vero” Bambino di Praga, che ovviamente si trova a Praga, ma che conta oltre settanta luoghi di culto nei cinque continenti. Il santuario di Praga, dopo decenni di semi-oblio negli anni della Cortina di ferro e del comunismo, dalla metà degli anni Novanta è poi tornato alla grande fra le mete più visitate della città, specialmente da turisti italiani.

La devozione nasce da una statuina di cera con anima di legno, alta solo 47 cm, che ha tutta l’aria di un piccolo re, vestito com’è alla maniera degli infantes spagnoli. Da sempre, il Piccolo Re è stato rivestito con abitini tessuti a mano, e oggi si può ammirare un’esposizione del suo splendido guardaroba. Nel Settecento se ne occupavano le Dame inglesi, religiose appartenenti alla famiglia gesuitica. Il Santo Bambino veniva avvolto da una cotta su cui poi indossava una tunica bianca e i vestiti con mantellina di seta, simile a una dalmatica, e sopra ancora una specie di piviale. Intorno al collo poi gli vengono posti dei collarini di pizzo. La statua ha due enormi corone: quella originale del 1767 e una seconda confezionata ai primi dell’Ottocento. Il suo guardaroba ha ormai superato i cento capi, a cominciare dai più antichi del 1700 come quello che si dice tessuto e cucito nientemeno che dall’imperatrice d’Austria Maria Teresa. 

La storia di questa immagine comincia da lontano, nel sud della Spagna, a opera di uno scultore sconosciuto. La leggenda vorrebbe che a modellarlo fosse stato un frate carmelitano, che avrebbe cercato di riprodurre nella statua le fattezza del Gesù Bambino apparsogli e che sarebbe morto in estasi davanti all’immagine ultimata. Di certo l’immagine appartenne a una nobile spagnola, doña Isabel Manrique de Lara y Mendoza, che la diede come regalo di nozze alla figlia Maria Manrique de Lara, sposa di un nobile ceco, Vratislav di Pernštein: così questa piccola figura prese la via della Boemia. 

Ma, come chiarisce Dolz, non solo il Bambino di Praga viene dalla Spagna (del resto, gli Asburgo regnavano ai quattro capi dell’Europa), ma, sempre nel sud della penisola iberica, troviamo una città in cui la devozione al Bambin Gesù è onnipervasiva: a Siviglia, infatti, è pressoché impossibile trovare una chiesa dove non ci siano una o più cappelle dedicate a Gesù Bambino, e, ancora oggi, spesso nei negozi si trovano in vendita statuine del Bambinello, rappresentato secondo una iconografia tipicamente iberica, ovvero non con un’aureola, ma con le cosiddette tre “potenze”.

La devozione per Gesù Bambino, spiega l’autore, è un modo di esprimere l’amore all’umanità di Cristo, che è poi il quid della vita cristiana, e se ne trovano tracce molto antiche: nel volume infatti sono citate, e presentate, alcune antiche raffigurazioni della Natività, come, per esempio, sul sarcofago di Stilicone; e i Vangeli apocrifi, del resto, si soffermano spesso su episodi, di sapore aneddotico e anche divertente, dell’infanzia di Gesù. Da un punto di vista più propriamente spirituale e teologico, però, una vera e propria devozione inizia nel Medioevo, grazie all’ordine Cistercense di San Bernardo, e, in seguito con i Francescani (come non citare il Presepe di Greccio?).

Altre tappe importanti di questa devozione sono quella, fondamentale, nella Spagna del XVI secolo, con Santa Teresa d’Avila, e nella Francia del XVII secolo, quando le grandi dame, a volte, non tenevano “salotto letterario”, ma un “salotto religioso”; e tuttavia, sbaglierebbe chi pensasse che questa devozione fosse un tratto di una modalità tipicamente femminile, languida e languorosa, di vivere la religione. Al contrario, il volume di Dolz ci mostra come la devozione e l’iconografia di Gesù Bambino sia trasversale a epoche e luoghi, arrivando, per esempio, a citare uno dei dipinti più singolari del Victoria & Albert Museum, un quadro di William Blake, realizzato tra 1799 e 1800 per Thomas Butts, che di Blake fu amico e mecenate, e raffigurante il Bambin Gesù addormentato su una croce con le braccia aperte come se dovesse esservi veramente inchiodato, mentre la Madonna, in piedi, medita addolorata. Dietro di loro, un’impalcatura di legno e sullo sfondo un paesaggio aperto e arioso. Tutto in toni leggeri, quasi dorati, come un sogno, ma dai sottintesi inquietanti e drammatici. 

Inoltre, come sottolinea Il Dio bambino, la devozione a Gesù Bambino è un tratto che ha caratterizzato grandi intellettuali e teologi, come Fénelon, o santi pienamente contemporanei e moderni, dal grande spessore intellettuale, come Edith Stein, martire e grande filosofa o Josemaría Escrivá de Balaguer. In questa lunga cavalcata fra i secoli, dunque, Il Dio bambino ci presenta tutte le sfumature di una devozione che non è semplicemente nostalgica rievocazione dei nostri trascorsi infantili, quando molti di noi scrivevano la lettera di Natale a Gesù Bambino, ma è uno strumento, dotto e profondo, per una riflessione su uno degli aspetti fondamentali della vita cristiana e del mistero del Natale.

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