LETTURE/ “Il drago” di Schwarz: la viltà europea e italiana di fronte alla Russia

- Alberto Leoni

Il drammaturgo russo Evgenij Schwarz nel 1943 scrisse “Il drago”, sulla lotta contro il totalitarismo hitleriano. Ma è molto attuale ancora oggi

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In fuga da Mariupol (LaPresse)

Quando il nazismo si impadronì della Germania furono in molti a chiedersi come la patria di Beethoven, Schiller, Goethe, Bach, Hölderlin, Wagner e tanti altri geni che hanno migliorato l’umanità nei secoli a loro successivi fosse divenuta la potenza malefica guidata da Hitler, Himmler e Goebbels. E così oggi la Russia, che è la madre di ciò che vi è di più autenticamente umano in Europa con Dostoevskij, Solov’ev, Berdjaev, Majakovskij, Pasternak, Rachmaninov, Stravinskij, Tchaikovskij, Grossmann, Solzenicyn e tantissimi altri, è dominata da un’oligarchia che concepisce la brutalità della guerra come generatrice della Storia.

Vale, quindi, il mito tolkieniano per cui gli Uruk-hai, feroci antropofagi, derivano da elfi fatti prigionieri da Melkor e corrotti nell’intimo. Il Male non crea, ma corrompe una grandezza originaria.

Ciò è tanto più vero se solo si ripensi al periodo staliniano: eppure, anche in quel tempo terrificante il genio russo trovò il modo di esprimersi in un drammaturgo oggi dimenticato: Evgenij Schwarz (1896-1958). Schwarz scriveva drammi satirici e la domanda che viene spontanea è: come ha fatto a sopravvivere durante lo stalinismo? Risposta: scrivendo commedie per l’infanzia.

Attraverso favole e racconti poté sfuggire alla censura, anche se Il drago, di cui trattiamo oggi, scritto nel 1943, fu rappresentato una sola volta. Era vero che trattava della lotta contro il totalitarismo hitleriano, ma i censori si avvidero che poteva essere interpretato in molti modi: e, come tutte le grandi opere, risulta sempre attuale, specie oggi con la guerra scatenata dalla Russia contro tutta l’Europa. Di seguito un riassunto con la trama, i personaggi e le battute principali.

Un giorno un cavaliere errante (ser Lancillotto) arriva in una casa deserta, abitata solo da un gatto che, inizialmente, resta zitto perché “quando sei sul morbido e al calduccio, è più saggio sonnecchiare e tacere”. Ma il gatto finisce per rivelare il dramma dei suoi padroni: Carlomagno (un archivista) dovrà consegnare la propria bellissima figlia Elsa al Drago che signoreggia sul villaggio. Il Drago, infatti, oltre ad esigere greggi e armenti, pretende la consegna di una vergine ogni anno ed è così da quattrocento anni. Lancillotto vorrebbe uccidere il drago, ma Carlomagno tenta di dissuaderlo, precisando come sia uno stratega imbattibile e di potenza formidabile. Ogni tentativo di resistenza è sempre stato schiacciato senza pietà ma, d’altra parte, precisa Carlomagno, essere protetti dal Drago ha i suoi vantaggi: innanzitutto col suo fiato ha scaldato l’acqua del lago ottantadue anni prima, facendola bollire e salvando il paese dal colera. E poi, sempre secondo l’archivista, il Drago elimina gli zingari che “intonano canzoni da smidollati e diffondono idee perniciose”. E poi “finché il Drago è qui nessun altro drago può molestarci”.

Lancillotto obietta che non vi sono altri draghi, ma serve a poco. Si presenta il Drago in persona in forma umana, come un uomo vigoroso e volgare. Sfidato a duello da Lancillotto, cerca di ucciderlo mentre è disarmato, ma Carlomagno si oppone invocando una legge scritta dal Drago stesso che tutela i suoi avversari.

In attesa del duello, Lancillotto parla con Elsa. La ragazza riferisce che la città partecipa del suo dramma: infatti, dopo la sua morte, la città farà lutto per tre giorni e, all’ora del tè, verranno serviti dei pasticcini speciali chiamati “Povera donzella”. Nessun abitante è disposto a morire per difenderla e, soprattutto, non lo è il borgomastro, che collabora col Drago per eliminare Lancillotto prima del duello. Del resto, proprio il cavaliere ricorda di aver subìto, nella sua carriera, diciannove ferite lievi, cinque gravi e tre mortali, queste ultime inflitte da gente che Lancillotto aveva cercato di difendere.

Il Drago sa benissimo di avere il potere assoluto e dice a Lancillotto: “Se tu vedessi le anime dei cittadini, ti passerebbe la voglia di morire per questa gente mutilata nell’anima. E sai chi li ha conciati così? Proprio io. Li ho lavorati a dovere. Le anime umane, mio caro, sono piene di vitalità. Se tagli in due il corpo, l’uomo crepa. Se invece ne squarci l’anima, eccolo diventare più docile e basta. Anime così ne trovi solo nella mia città. Anime senza braccia, anime senza gambe, anime sordomute, anime da guardia e anime da punta, anime dannate. Sai perché il borgomastro si finge psicopatico? Per nascondere agli altri che non ha più un’anima. Sono anime bacate, anime venali, anime morte. È un vero peccato che non si possano vedere al naturale”.

Ma Lancillotto risponde: “Buon per voi. La gente si spaventerebbe vedendo coi propri occhi che cos’è diventata la sua anima. Preferirebbe affrontare la morte anziché vivere in schiavitù. E allora chi vi nutrirebbe?”.

Lancillotto, aiutato da alcuni artigiani, acquista oggetti prodigiosi coi quali sconfigge e uccide il drago, rimanendo però mortalmente ferito. Il borgomastro che, inizialmente, aveva cercato di nascondere la disfatta del Drago propalando “fake news”, si assume il merito e la gloria di aver liberato il villaggio e cerca di sposare Elsa. I cittadini sono sottomessi al nuovo potere, ma ricompare Lancillotto, che ristabilisce verità e giustizia, anche se la sua anima è ferita per sempre. “Mi attende – dice – un lavoro più minuzioso di un ricamo. In ciascuno dei cittadini vive un drago che bisogna uccidere”.

Il lettore potrà attribuire i ruoli dei personaggi agli attori coinvolti nella tragedia di questi mesi. Oltre al Drago del Cremlino, Elsa potrebbe essere l’Ucraina, Carlomagno l’Unione Europea e il borgomastro quanti tra opinionisti, docenti e politici stanno (con successo) influenzando l’opinione pubblica italiana sull’opportunità di non resistere alla violenza.

Ma è sul ruolo di Lancillotto che, oggi più che mai, dobbiamo cercare l’attore giusto e che non può essere la Nato. Gli unici veri vincitori della Guerra fredda e che hanno fatto sì che l’Unione Sovietica crollasse senza che fosse sparato un colpo sono coloro che, in questi tre mesi di guerra, non sono mai stati citati, nemmeno per sbaglio. Di Lancillotti ve ne sono migliaia, decine di migliaia, ma nella folla possiamo scorgere alcuni volti cari e familiari a chi ha vissuto intensamente quegli anni: San Giovanni Paolo II, Vaclav Havel, Jan Patocka, Vaclav Benda, il cardinale Stefan Wiszinski, il venerabile Josef Mindszenty, Lech Walesa, Andrej Sacharov, Vladimir Bukovsky, Tatjana Goritcheva, Irina Ratusinskaya e tanti altri.

Questi sono gli uomini e le donne che hanno sconfitto la più grande macchina militare mai costruita dall’uomo e noi oggi li abbiamo dimenticati. E se fosse per questa nostra dimenticanza che meritiamo di soccombere ed essere asserviti alla Russia di Putin?

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