LETTURE/ Il morto di Avola: così la realtà batte ancora gli algoritmi

- Giuseppe Di Fazio

L’unico modo per difendere il giornalismo dagli algoritmi del digitale è insistere nel mettere le notizie alla incessante prova dei fatti

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L’11 ottobre del 1961 si aprirono le porte del carcere di Ventotene per Salvatore Gallo. Il contadino di Avola (Siracusa), che si era sempre dichiarato innocente, scontava da sette anni la pena dell’ergastolo per l’omicidio del fratello Paolo. Il delitto, a detta degli inquirenti, era avvenuto nell’ottobre 1954 dopo una lite. L’indagine dei carabinieri non aveva lasciato margini di dubbio, anche se il cadavere non era stato mai trovato. E anche i giudici, nei vari gradi di giudizio, avevano convenuto che quel contadino analfabeta era proprio un omicida. Non li aveva smossi neanche la testimonianza di due braccianti che durante il processo avevano dichiarato di aver visto vagare nelle campagne di Avola il presunto morto. No, per i giudici quei testimoni erano in malafede, e per tale motivo dovevano essere condannati per falsa testimonianza. Anche l’opinione pubblica aveva dato la sua sentenza su quel fatto di sangue: Salvatore Gallo era stato bollato col marchio dell’omicida e perciò doveva marcire in cella. Insomma, la sentenza era stata emessa e il colpevole “giustamente” condannato al carcere a vita.

Fuori dal coro restò un cronista dal fiuto infallibile. Si chiamava Enzo Asciolla e scriveva per il quotidiano La Sicilia. Egli chiese al direttore del giornale il permesso di distaccarsi per qualche settimana dal lavoro in redazione per dedicarsi a provare la veridicità di quel labile indizio offerto dai due testimoni incriminati per falsa testimonianza. Con la foto dello scomparso in tasca, il giornalista cominciò a setacciare piccoli comuni e campagne nei dintorni di Avola, alla ricerca di una verità oggettiva.

Dopo alcune settimane di indagini, Asciolla incrociò una maestra dei corsi serali per adulti che riconobbe Paolo Gallo come uno dei suoi alunni dell’ultimo anno e anzi fornì al giornalista la copia di un compito firmato dal presunto morto. Fatte le verifiche calligrafiche, i carabinieri dovettero rimettersi in azione. E, nel giro di pochi giorni, rintracciarono Paolo Gallo, che s’era nel frattempo ricostruita una nuova esistenza. Il morto di Avola, dunque, era vivo ed era stato rintracciato. L’ergastolano innocente poteva così tornare in libertà.

Il legal thriller – magistralmente documentato anche dal romanzo di Paolo Di Stefano Giallo d’Avola (Sellerio) – era risolto. Un giornalista attraverso la verifica di una ipotesi (“il contadino Paolo Gallo è davvero deceduto?”) aveva smentito i risultati delle indagini dei carabinieri e una serie di sentenze dei tribunali. E aveva contribuito a ridare libertà a un innocente.

L’esempio che abbiamo raccontato esalta il valore della verifica delle notizie attraverso un riscontro nella realtà. Una notizia, insegnavano i vecchi maestri del giornalismo, per quanto eclatante e suscettibile di favorire una diffusione straordinaria di copie del giornale (oggi si direbbe di ottenere decine di migliaia di like), esige sempre di essere messa alla prova dei fatti.

 Ma nell’era degli algoritmi le cose stanno ancora così? O i social rischiano a poco a poco di far sparire dal nostro orizzonte la realtà? È questo il social dilemma di oggi. Così come 60 anni fa si poteva credere in maniera acritica alla verità offerta dalle forze dell’ordine o dai tribunali, oggi ci pieghiamo facilmente alla legge dettata dagli algoritmi. Il digitale e, soprattutto, l’intelligenza artificiale ci stanno abituando a dare credito ad essi piuttosto che ai fatti. In questo modo la nostra narrazione rischia di allontanarsi sempre più dalla realtà e da quella ricerca di senso che costituisce il fattore caratterizzante dell’azione umana. Con la conseguenza che un giornalista che ha perso l’abitudine e la voglia di verificare le notizie può essere tranquillamente sostituito da un robot. Come sta già accadendo in alcune redazioni di giornali britannici.

 Eppure far sparire la distinzione fra soggettività e oggettività porta “il caos infodemico nella comunicazione” e apre le porte alla crisi della democrazia in nome della dittatura dei dati. In questo contesto, ce lo ha ricordato di recente il sociologo Derrick de Kerckhove, il ruolo dei giornalisti diventa più che mai indispensabile: “Per garantire la presenza dei referenti contro le fake news; per sostenere gli elementi positivi della cultura alfabetica contro lo tsunami digitale; per sostenere il giudizio individuale contro gli algoritmi di manipolazione”.

Non ci troviamo più di fronte a semplici errori giudiziari, come accadde nel caso del morto-vivo di Avola. Il confronto oggi è con un modo di intendere l’informazione che nega alla radice il rapporto con i fatti. Per questo, come scrive Domenico Quirico, “agli artigiani come noi di labili narrazioni su pezzi di carta, palpabili o online, è prudente praticare un’obbligatoria intimità con (…) la realtà”. Solo così i fatti potranno tornare decisivi nella narrazione giornalistica più degli algoritmi.

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