LETTURE/ Il “Naufragio Mediterraneo” e la crisi di un’Italia che ha tradito se stessa

- Germano Dottori

In “Naufragio Mediterraneo” Paolo Quercia e Michela Mercuri spiegano cosa sta accadendo alle porte di casa nostra. E le responsabilità che l’Italia non ha saputo assumersi

libia guerra 6 lapresse1280 640x300
Veduta di Sirte (LaPresse)

Nel Naufragio Mediterraneo c’è un vuoto d’Italia: è questa la conclusione cui giungono Paolo Quercia e Michela Mercuri al termine delle 172 pagine del loro recente volume (Paesi Edizioni, 2021), una lettura raccomandata a tutti coloro che vogliano comprendere cosa stia accadendo alle porte di casa nostra e quanto complessa sia la situazione che il nostro paese deve affrontare.

Secondo gli autori, infatti, se il Mediterraneo non è più un luogo d’incontro, ma un mosaico infranto e destrutturato, è anche perché l’Italia non è protagonista. Scivoliamo indietro – proseguono Quercia e Mercuri – per molteplici cause, a partire dalla povertà dei nostri investimenti nella politica estera, attestata dalla scarsità del personale che destiniamo alle ambasciate in paesi per noi cruciali. Al Cairo, ad esempio, siamo ben dietro alla Germania, alla Francia e alla Gran Bretagna.

Alle vicende libiche è dedicato un capitolo che ricostruisce i nostri rapporti con il regime di Gheddafi, le circostanze del suo rovesciamento e le vicende che ne sono discese, evidenziando tra le altre cose gli effetti locali della contrapposizione tra sostenitori e avversari dell’islam politico, che attraversa tutto il Medio Oriente e il Nord Africa: si tratta di un aspetto decisivo dello scontro in corso. La Libia è utilizzata anche come esempio del peculiare rapporto cooperativo e competitivo che si è instaurato tra la Russia e la Turchia, dietro il quale s’intravede un processo di determinazione delle reciproche sfere d’influenza che si sviluppa anche in altre direzioni.

Approfondimenti sono riservati altresì al jihadismo che infuria nel Maghreb, del quale sono evidenziate la fluidità delle forme e le intersezioni con la criminalità comune. Il terrorismo attecchisce – rilevano gli autori – dove trae vantaggio dall’erosione della statualità e dalla crisi di legittimità dei governi.

Quanto alle migrazioni, rifletterebbero a loro volta un “cambio di paradigma della mobilità” e risentirebbero della scomparsa del filtro un tempo rappresentato dalle istituzioni nordafricane, che sono crollate. Le organizzazioni dedite alla gestione dei flussi migratori prolifererebbero specialmente nelle aree a bassa sovranità. Se ne sarebbe accorta anche l’Unione Europea, che avrebbe deciso di investire nel Niger proprio per creare un argine, trasformandolo nella propria frontiera meridionale e in uno dei massimi percettori di aiuti pubblici allo sviluppo del mondo.

Le autorità nigerine – osservano Quercia e Mercuri – hanno in qualche modo corrisposto alle attese, varando una legge severissima per reprimere il traffico di esseri umani, senza tuttavia provvedere a creare delle opportunità di sviluppo alternative. Proprio per questo motivo il fenomeno sarebbe sopravvissuto, seppure assumendo vesti differenti e seguendo altri tracciati. Anche in Libia, dove si è scommesso sul potenziamento della locale Guardia costiera, non tutto è andato bene, poiché sarebbero stati arruolati nei suoi organici numerosi ex-miliziani collusi con i trafficanti.

Del Mediterraneo destrutturato, secondo gli autori, a differenza nostra sarebbe protagonista la Turchia, che attuerebbe una politica estera “funambolica” basata sul superamento del kemalismo, entrato in crisi per il profondo cambiamento del contesto geopolitico in cui Ankara si trova. È probabilmente la parte più avvincente di un libro che si legge senza sforzo.

Nessuno, peraltro, ha davvero perso la Turchia. È semplicemente successo che agli occhi dei turchi la Russia ha cessato di essere una minaccia esistenziale per divenire un competitore strategico con cui è possibile regolare gli attriti e perseguire un disegno revisionista dell’ordine esistente. E il presidente Erdogan ne sta approfittando anche per negoziare la dilatazione dell’autonomia strategica del proprio paese dagli Stati Uniti. Di queste ambizioni subiamo gli effetti anche noi italiani – notano gli autori – poiché alla ricerca di una propria profondità strategica i turchi sono entrati anche in Libia.

Interessante anche il rilievo concernente l’attuale postura turca nel Mediterraneo Orientale: tutto nascerebbe dalla volontà di tutelare gli interessi di Cipro Nord, tagliata fuori dall’asse energetico allestito da Egitto, Israele e Libano. Il paradigma neo-ottomano avrebbe inoltre perso buona parte della sua capacità descrittiva: valutazione che si può sottoscrivere, avendo la politica estera turca assunto una marcata multi-vettorialità. Starebbe emergendo una nuova “questione d’Oriente”, che questa volta deriverebbe però dallo sfaldamento dell’Occidente.

La parte del volume che farà maggiormente discutere è senza dubbio quella concernente l’Italia, paese cui Quercia e Mercuri imputano la colpa di non aver saputo assumere la responsabilità di rappresentare l’Europa nel Mediterraneo, esprimendo invece una politica “di stallo”.

La domanda è però questa: avremmo mai potuto farlo, non avendo Roma lo stesso peso di Francia, Germania e della stessa Gran Bretagna prima del perfezionarsi della Brexit? Il dubbio è legittimo, pur condividendo l’apprezzamento relativo al nostro fraintendimento dei meccanismi di funzionamento dei livelli multilaterali della politica internazionale, che è un dato reale.

In effetti, qualcosa sta mutando e a questo proposito appare di grande rilevanza quanto affermato il 28 ottobre scorso in Parlamento dall’allora Capo di stato maggiore della Difesa uscente, Enzo Vecciarelli: non sempre le organizzazioni internazionali di cui facciamo parte hanno i nostri stessi obiettivi. Andrebbe quindi bene operare al loro interno fintantoché ci sia convergenza, mentre dovremmo far da soli o con qualche alleato specifico quando invece ci sia divergenza. Di qui, anche i recenti investimenti che le Forze armate stanno programmando per acquisire le cosiddette capacità abilitatrici per le quali attualmente dipendiamo da altri.

Si tratta di un segno importante, seppure non risolutivo. Quello da superare, infatti, non è soltanto un problema di hardware, cioè di strumenti, ma anche di software: ovvero di pensiero strategico e istituzioni in grado di declinarlo in azioni concrete, circostanza che chiama in causa l’annoso tema delle riforme da apportare al nostro ordinamento.

Se non provvederemo all’adattamento e soprattutto non rinunceremo all’idea che talvolta è necessario mettere le fiches militari sul tavolo anche da soli, risulterà difficile farci carico delle responsabilità che secondo Paolo Quercia e Michela Mercuri giustamente competono al nostro paese.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

© RIPRODUZIONE RISERVATA