LETTURE/ La memoria corta sulla musica contemporanea: il caso Gentilucci

- Giuseppe Pennisi

La figura dimenticata di Armando Gentilucci, compositore e studioso di musica di avanguardia, ricordata in un libro

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Armando Gentilucci

La musica “alta”, o “colta”, che dir si voglia è sempre contemporanea, se non altro perché gli esecutori e gli strumenti sono contemporanei (gli stessi “strumenti d’epoca” reclamizzati da alcuni ensemble, sono in gran parte imitazioni con sonorità differenti dall’originale). La musica “contemporanea” in senso stretto (quale che sia il secolo in cui viene composta) soffre della “memoria corta” sia di ascoltatori sia di critici. Abbiamo, in effetti, “dimenticato” gran parte della musica dei “contemporanei”, ad esempio, dei tempi di Mozart. Un’azienda chimica illuminata (quella che sostiene il Palazzetto Bru-Zane e la sua produzione di musica dal vivo e di registrazioni) ha creato una fondazione per fare riemergere quello che era il repertorio francese del periodo tra gli ultimi anni del Settecento ed i primi del Novecento, repertorio di gran pregio ma “dimenticato” dalla “memoria corta” di ascoltatori ed anche di musicologi.

Questa è la prima considerazione che ho fatto prendendo in mano il volume di Monica Boni Le Trame di un Labirinto – Riflessione teorica e concezione compositiva di Armando Gentilucci Lucca, Libreria Musicale Italiana, pp. 526 € 40. E’ un volume importante non solo per evitare di fare sì che “la memoria corta” faccia dimenticare uno dei maggiori teorici, oltre che compositore, della musica italiana, soprattutto elettronica, della seconda metà del secolo scorso ma anche e soprattutto per innescare un nuovo dibattito su avanguardia musicale in Italia. Mi è venuto in mente come, nel giro di vent’anni, è finito in gran misura nell’oblio mio cugino Francesco Pennisi. Un dibattito sulla musica “nuova”  non può prescindere dal testo di Gentilucci Oltre l’avanguardia. Un invito al molteplice, libro analizzato con cura in varie parte del volume di Monica Boni.

E’ utile ricordare che, nato in una famiglia di musicisti, Gentilucci ha studiato composizione a Milano sotto la guida di Bruno Bettinelli e Franco Donatoni. Dopo essere stato docente nei conservatori di Bolzano e di Milano, dal 1969 alla morte (avvenuta prematuramente nel 1989) ha diretto l’istituto musicale “Achille Peri” di Reggio Emilia. Ha affiancato all’attività di musicista quella di critico, saggista e musicologo. Negli anni Settanta è stato tra i fondatori di Musica/Realtà, associazione culturale che ha prodotto rassegne di musica contemporanea oltre ad una rivista periodica. È stato autore di un’importante Guida all’ascolto della musica contemporanea (Edizioni Feltrinelli1969), della Introduzione alla musica elettronica (Feltrinelli1972) nonché del già citato Oltre l’Avanguardia, un invito al molteplice (Discanto Edizioni, 1980). Lavori analizzati con impegno da Monica Boni.

Dopo gli esordi compositivi, influenzati dalla poetica di Béla BartókEdgar Varese e Charles Ives, produsse brani connotati da un notevole impegno ideologico e da precise scelte di indirizzo politico; non fu immune alla tecnica dell’assemblaggio di materiali eterogenei. Significativi in questo senso sono i brani “Cile, 73” e “…come qualcosa palpita nel fondo…” per violino e nastro magnetico. Successivamente, in particolare nel corso degli anni Ottanta, la sua scrittura diventò sempre più flessuosa, tesa alla creazione di un personale linguaggio denso di suggestivo lirismo e finezze sonore (la sua stessa scelta delle altezze in quest’ultimo periodo tiene conto prevalentemente del fattore timbrico); in tutto ciò, però, Gentilucci non ebbe intenti puramente coloristici o decorativi, ma fu semmai il logico evolversi della sua aspirazione ad un’espressività densa e spesso molto sofferta, con un utilizzo abbastanza ricorrente di dinamiche estreme.

Il volume è in quattro parti arricchite da appendici in cui vengono presentati due importanti testi inediti di Gentilucci. Il primo capitolo esamina l’ideologia e l’impegno per la “Nuova Musica” sulla scia di Adorno e Webern. Il secondo traccia il cammino verso una nuova teoria compositiva, da Nono a Gentilucci, passando per l’interazione tra Gentilucci e Ligeti. Il terzo è un’analisi della teoria compositiva di Gentilucci. Il terzo esamina “la terza dimensione del suono”, ossia l’approdo verso il quale il compositore stava viaggiando quando venne colpito da morte prematura.

E’ un libro “dotto” in quanto nasce da una tesi di dottorato ma da leggere e che può interessare anche i lettori che non sono tecnici della materia poiché aiuta a comprendere un periodo importante e tormentato della vita musicale (e non solo) italiana nella seconda metà del Novecento.

Gentilucci è vissuto poco e non ha composto molto. Tuttavia, sarebbe bello se venissero programmati da una società di concerti o da un’associazione come Nuova Consonanza i suoi Canti di Majakovskij, uno dei suoi primi lavori, o il Rien de plus scritto prima di morire ma eseguito postumo a Bergamo.

Il suo lavoro più importante è l’opera Moby Dick di cui una serie di “frammenti” (senza le parti vocali) sono stati eseguiti nel corso di un convegno nel 2015. E dire che almeno una volta l’anno il canale Classica HD propone l’opera tonale Moby Dick di Jake Heggie nella produzione dell’Opera di San Frascisco.

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