LETTURE/ Landi, “Il tempo che rimane”: restare uomini nella morte degli altri

- Leonardo Tirabassi

Un punto di vista diverso sulla guerra, sulle guerre. Fatto di incontri, persone, non metaverso o geopolitica. È quello di Filippo Landi in "Il tempo che rimane"

africa genocidio tutsi hutu 1 lapresse1280 640x300 Montagne di cadaveri a Goma, Congo, allora Zaire, nel 1994 (LaPresse)

La guerra, le guerre, fanno schifo. Ci proteggiamo dalla distruzione assoluta, non guardando, girando la testa, nascondendoci dal male. Facciamo finta che non esistano. Adesso per giunta confondiamo le immagini riprese dai droni con il metaverso. Provate ad aprire i video sui social che arrivano dai teatri di guerra, e guardate cosa mostrano. Un mirino di un drone che inquadra figurine che corrono e poi spariscono in una nuvola di fumo, case che si disintegrano, carri armati che esplodono, riprese accompagnate magari da una bella colonna sonora rock.

E poi l’opposto atteggiamento di chi cerca di capire con distacco la terribile realtà della guerra con lo sguardo presunto freddo, tenendo lontani i sentimenti secondo la massima di Spinoza. Ed ecco gli analisti, i politici, gli strateghi, i militari, i professori.

E i giornalisti, chi per professione ha il dovere di raccontare la verità anche quotidiana? Qual’è il loro ruolo ai tempi della bulimia di informazioni che in tempo reale sono a disposizione di tutti e sempre?

Filippo Landi, giornalista con una lunga esperienza in Rai, corrispondente da Gerusalemme, non ha dubbi. Di guerre ne ha viste tante, l’elenco è lungo a partire dalle guerre nella ex Jugoslavia (1991-95), guerra del Kosovo (1998-99), Prima guerra del Golfo (1990-91), guerra nel Burundi e Ruanda (1994-1996), Seconda Intifada (2000-2005), e poi i viaggi nelle aree di crisi, la Pechino alla vigilia della strage di Tien an Men, il Vietnam dopo la guerra.

Il suo modo è dichiarato fin dal titolo del suo libro Il tempo che rimane (Hopefulmonster, 2013). Il tempo che ci rimane è troppo importante per essere sprecato. Ma dalla guerra che cosa impara l’inviato speciale, il corrispondente? Non come racconta a noi, pubblico a casa, la guerra, le crisi, i movimenti, gli eventi, i combattimenti, le distruzioni, la morte degli altri e la paura per la propria vita. Come fa ad andare, vedere, scrivere o filmare e tornare? Come può conservare la propria umanità, senza diventare cinico, o essere sopraffatto dalla nausea?

Il tempo che rimane, Filippo Landi ha deciso di dedicarlo alle persone, all’incontro con l’altro, persone comuni o personaggi famosi che siano. Ha ragione, mi affido ad un esperto, il cardinale Matteo Maria Zuppi nel bel commento al libro: “la sapienza è saper cogliere il tempo, entrare in questo, non subirlo e trovare nella nostra storia quello che non finisce, capirne il significato, il senso che ne rivela il mistero”.

Così l’orrore si squarcia, il mondo si apre. E si incontrano le persone in carne e ossa con le loro vite, il bagaglio di dolori dentro magari quattro stracci, raccattati prima di scappare. Ed ecco i sorrisi del guardiano a Giseny, nelle terre disgraziate dei Grandi Laghi al centro dell’Africa, il vecchio tutsi alla porta dell’alloggio del nostro inviato con cui piano piano costruisce un rapporto di fiducia basato sui sorrisi e saluti quotidiani. “Lui era sempre lì, a qualsiasi ora. Vicino al suo cancello. Austero nel portamento e nello sguardo, ma sempre con un sorriso sulle labbra. Lo consideravo quasi un amico e credo che anche lui cominciasse a considerarmi allo stesso modo”.

Ma Landi non si dimentica certo che accanto a barlumi di speranza si accalca la tragedia della guerra tribale, con le sue cifre spaventose. In poco più di tre mesi nel 1994 si compie il genocidio dei tutsi e degli hutu moderati per mano delle milizie hutu. Un milione di persone vengono uccise con machete, asce, coltelli, mazze. Ecco le file di profughi, di disgraziati inermi che tentano di sfuggire alla morte nei campi profughi, che silenziosi vestiti di quattro sudici stracci muoiono di malaria, dissenteria ai cigli delle strade. “Nessuno che si lamentava… un mondo ridotto all’essenziale”.

Piccole storie che si incastrano nella grande storia, ma spesso ci si dimentica che la storia con la “s” maiuscola, quella dei libri di scuola, passa dentro la vita delle persone comuni. Spesso quando ci occupiamo dei grandi eventi ci dimentichiamo che se la storia ha un senso è in cosa e in quanto significa per la vita della gente normale. Che, come ci ricorda Landi, dietro i fatti di Tien an men ci sono gli studenti e quel piccolo professore dell’università che lo fece entrare dentro l’ateneo a dispetto delle guardie per permettergli di filmare i tazebao non più inneggianti alla Rivoluzione culturale, ma alla libertà e gli striscioni, svelando due mondi incomunicabili della Cina contemporanea, il tetragono regime comunista e chi invece vuole cambiare.

Ma il punto di partenza dell’avventura è segnato dalle guerre nella ex Jugoslavia, perché rappresentano un trauma importante per l’Europa, perché avvengono qui accanto a noi in un Paese che l’Italia conosce bene da secoli, terre con cui da Roma in poi, passando da Venezia, abbiamo sempre avuto rapporti innumerevoli, anche drammatici e in tempo nemmeno tanto lontano, si veda la vicenda dell’Istria, di Trieste e le foibe. Ecco, nell’occasione del dopo Tito, l’Italia e l’Europa hanno mostrato tutta l’incapacità d’azione possibile davanti al dramma che si stava consumando. Forse è per questo, per una vicinanza geografica e culturale, che le pagine di Il tempo che rimane provocano nel lettore, per lo meno nel sottoscritto, uno scoramento maggiore. Per Landi la guerra in Jugoslavia è importante perché segna le prime esperienze belliche, quando con la forza della gioventù si imbatte “nella sofferenza e nell’impotenza”.

Memorie e storie di guerra, apprendistato di vita all’insegna dell’eterno rimpianto del tempo lasciato fuggire. Scavo utile nella memoria, Landi infatti riporta alla mente anche qualcosa avvenuto sembra secoli fa in Albania, nel 1997. Forse pochi si ricordano che il governo Prodi, ministro degli Interni Giorgio Napolitano, ministro della Difesa Beniamino Andreatta, ministro degli Esteri Lamberto Dini, istituì per la prima volta un vero e proprio blocco navale per fermare le ondate migratorie che provenivano da quel Paese a seguito della crisi economico-sociale e poi politica causata dalla speculazione finanziaria dovuta alle cosiddette “piramidi”, in pratica una sorta di catena di sant’Antonio che causò una serie impressionante di fallimenti a catena. Così scattava l’operazione “Bandiere bianche”, nome in codice del blocco navale, in accordo con il governo albanese.

Nella notte del Venerdì Santo del ’97, la tragedia. L’incrociatore Zeffiro e la corvetta Sibilla intercettarono un barchino con 142 persone a bordo di contro ai 9 passeggeri ammessi. Ne scaturiva un inseguimento che culminò con lo speronamento della barca albanese e la morte di più di 110 albanesi, e la conseguenza di una grave crisi tra Italia e Albania.

A memoria, adesso nel cimitero di Valona c’è una stele di granito con una scritta: “Siete fuggiti da un terrore senza fine e vi hanno condotto verso una fine orribile”. Ma Landi riporta anche in chiusura di quel capitolo un vecchio detto albanese. “Meglio una fine terribile che un terrore senza fine”.

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