LETTURE/ L’apocalisse di Derrida: della verità non c’è possesso

- Silvano Facioni

È stato appena tradotto e pubblicato un libro di Jacques Derrida che investiga la domanda di senso che si cela nella “apocalissi” del nostro linguaggio

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Traffico a New York (LaPresse)

In tempi oscuri e fragili come quelli che stiamo vivendo, nei tanti ‒ forse troppi ‒ discorsi sulla pandemia ascoltati, letti, orecchiati più o meno distrattamente, era sotterraneamente presente un “tono” che si potrebbe definire “apocalittico”. In cosa consiste questo “tono”, quali colori assume, quali timbri? E poi cosa si intende sottolineare con l’aggettivo “apocalittico”, il cui uso ormai frusto e, per questo, generico, lo rende simile a tanti altri aggettivi usati con disinvolta sciatteria come l’ormai inascoltabile “kafkiano”?

Negli anni 60 del secolo scorso, grazie all’ironico e fortunatissimo titolo di un famoso libro di Umberto Eco, il discorso culturale, soprattutto in virtù di nuovi mezzi di trasmissione e comunicazione, veniva analizzato nel suo divenire sempre più “popolare” e diviso tra quanti lo sostenevano e difendevano ‒ i cosiddetti “integrati” ‒, e quanti invece lo criticavano con aristocratico pessimismo, i cosiddetti “apocalittici”, teorici di una “decadenza” senza possibilità di salvezza. Oggi, tale “sociologica” divisione (divenuta anch’essa uno stereotipo), dopo essere andata in cortocircuito, sembra incapace di fare da bussola rispetto a quanto ci circonda: quasi ogni giorno nascono nuove classificazioni, tutte accomunate dal desiderio di identificare, sempre e comunque, un “dentro” e un “fuori” (anche se solo nella forma semplificata e primitiva di un like o di un pollice alzato che decreta e, automaticamente, espelle chi magari la pensa diversamente).

Ma, forse, nel corso della storia non sono mai mancate queste pulsioni “identitarie”, questa voglia di sagomare il mondo ‒ brulicante e proteiforme ‒ dividendolo in categorie di volta in volta politiche, sociali, culturali, e via dicendo, attraverso interminabili processi le cui cause sono talmente remote da essere andate perdute.

Anche la filosofia, regno che si suppone non solo immune da troppo facili divisioni ma, più ancora, che proprio tali divisioni dovrebbe interrogare nella loro genesi e nei fini che producono, si è ritrovata coinvolta in quanto avrebbe dovuto, prima di altri saperi, diagnosticare, e per questo, come scriveva Jacques Derrida in un testo che esce in questi giorni per i tipi della Jaca Book (J. Derrida, Di un tono apocalittico adottato di recente in filosofia), anche tra i filosofi non sono mai mancati quanti declamano una morte della filosofia attraverso “la fine della lotta delle classi, la morte di Dio, la fine delle religioni, la fine del cristianesimo e della morale, la fine del soggetto, la fine dell’uomo, la fine dell’Occidente, la fine di Edipo, la fine della terra”. Ebbene, dichiara il filosofo franco-algerino, cosa significa questo “tono apocalittico” che annuncia la fine?

Va notato che il testo di cui stiamo parlando viene pronunciato come conferenza nel 1980, anno inaugurale di un’epoca che, in maniera superficialmente liquidatoria, si cominciò a chiamare “post-modernità” ed in cui sembrava che il tramonto delle ideologie e la fine delle cosiddette “grandi narrazioni”, più che inaugurare nuovi paesaggi di pensiero, stesse producendo inesorabili ripiegamenti della riflessione filosofica che non riusciva più a trovare fondamenti saldi al proprio procedere. Derrida, con la consueta rabdomantica lucidità, non soltanto coglie i numerosi “sintomi” di questa tendenza ma prova a indagarne i moventi: è così, allora, che lungo pagine puntuali e vertiginose, si scopre che la dicotomia tra “apocalittici” e “illuministi” (quanti si oppongono a qualunque discorso sulla “fine” in nome della forza della ragione) in realtà li accomuna a partire da una nozione di “verità” di cui entrambi gli schieramenti vorrebbero essere i gelosi possessori.

La posta in gioco, allora, è decisamente più alta di quanto le polemiche (antiche o nuove) vorrebbero: l’esclusività che caratterizza entrambe le posizioni, infatti, si trasforma in esclusione, vale a dire in estromissione di quanto rimane lungo i bordi e non si lascia assimilare, di quanto “resta” fuori dall’ordine dei discorsi o, in una parola, da tutto ciò che rimane “altro”. In fondo, quando si parla di “tono”, è sempre di “altro” che si sta parlando, perché un timbro, un respiro, una sillaba si producono come “vibrazione” (Derrida dice “vibrazione differenziale”) che implica di per sé una pluralità, un “più di uno”, un “invio” che fa appello e, insieme, ingiunge ad altro di farsi avanti.

In questo senso allora, e proprio in riferimento all’Apocalisse di Giovanni, il libro che chiude (ma lo chiude davvero?) la Bibbia cristiana ma che pure si abbevera alla tradizione ebraica, Derrida riesce a far ruotare le proprie riflessioni intorno alla “pluralità” di voci (ad esempio quella ebraica e quella greca) che sono importanti non solo per quello che dicono ma, prima ancora, per il fatto che si richiamano le une le altre, si indirizzano le une alle altre e, allora, per il fatto che fanno spazio ad altro.

L’apocalisse, intesa a questo punto non più o non solo come un testo o un genere di testi, diventa una struttura, una modalità dell’esperienza in cui l’intreccio delle voci non è altro che l’indice dell’impossibilità (per la storia, il mondo, l’uomo) di fondarsi su di sé o, comunque, di chiudere il circolo delle interpretazioni, del senso. Non è un caso, nota Derrida, che propri gli ultimi versetti dell’Apocalisse di Giovanni (dunque i versetti che “chiudono” il libro e, più ancora, che “chiudono” il canone biblico cristiano) ripetano continuamente l’ingiunzione “Vieni” che non annuncia nessuna visione o verità, ma annuncia il suo essere “invio” ad altro, all’altro, prima di ogni (sempre in agguato) esclusione: “Sarete forse tentati di chiamare questo il disastro, la catastrofe, l’apocalisse. Ora in realtà si annuncia qui, promessa o minaccia, un’apocalisse senza apocalisse, un’apocalisse senza visione, senza verità, senza rivelazione, degli invii (perché il ‘vieni’ è plurale in sé), degli indirizzi senza messaggio e senza destinazione, senza destinatore o destinatario decidibile, senza giudizio finale, senza altra escatologia che il tono del ‘Vieni’ […]. ‘Vieni’ non annuncia tale o talaltra apocalisse: risuona già con un certo tono, è in se stesso l’apocalisse dell’apocalisse, ‘Vieni’ è apocalittico”.

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