LETTURE/ Losev, lettere a Valentina per salvarsi dal buio del Gulag

- Vincenzo Rizzo

“La gioia per l’eternità” di Aleksej F. Losev raccoglie le lettere che il filosofo russo inviò dal Gulag alla moglie Valentina. Un tu in cui brilla qualcosa di resistente

prigione_campodiconcentramento_gulag_lapresse (LaPresse)

Aleksej F. Losev (1893-1988) è stato uno tra i grandi filosofi russi del XX secolo, autore di un’opera vasta e monumentale, capace di spaziare nei diversi campi del sapere.

Studioso del neoplatonismo, appassionato alla tradizione patristica, formatosi all’interno della corrente filosofica post-solovieviana, ha ascoltato, attentamente, sia la lezione dell’idealismo tedesco che quella di Husserl. Ha vissuto una vita in perdita. Perdita della sua valigia con i manoscritti nella precipitosa fuga dalla Germania allo scoppio della Prima guerra mondiale. Poi, perdita della madre e dei suoi archivi, durante la Rivoluzione. Perdita della libertà per i suoi ideali, perdita della moglie e poi perdita quasi totale della vista.

La sua opera di fondamentale importanza viene curata, grazie alla Dom Loseva (Casa Losev) di Mosca, centro intellettuale vivace e attivo, in cui si svolgono incontri e convegni sulla filosofia russa.

Il lettore italiano ha ora l’opportunità di apprezzare il vigore di un intellettuale di poderoso spessore, autore di una Storia dell’estetica antica in otto volumi, grazie al volume La gioia per l’eternità. Lettere dal Gulag (1931-1933) edito da Guerini e Associati (2021), con un’illuminante postfazione di Elena Takho-Godi.

Si tratta di un carteggio del filosofo con la moglie in un periodo di dolore, separazione e persecuzione. Losev era stato arrestato il 18 aprile 1930, perché nel suo libro Dialettica del mito aveva apertamente attaccato il materialismo storico e la mitologia relativa del marxismo con le sue parole e immagini formulate per impadronirsi delle menti degli uomini.

“I banditi in frac”, “i cannibali con la mitra”, “gli squali della finanza”, non erano per lo studioso solo mortali parole d’ordine, ma il tentativo catastrofico di costruire un mondo mitico e nuovo. La demistificazione dei meccanismi ideologici del potere sovietico costò cara al filosofo: cella d’isolamento, interrogatori logoranti e umilianti. E infine, l’esperienza della notte della ragione e della vita nella caverna del Gulag. Una primitiva caverna caratterizzata dalla convivenza coatta con altri prigionieri costretti a subire vessazioni e violenze.

Le imposizioni e il trionfo della stupidità mentale portarono Losev vicino al crollo interiore, ai bordi dell’abisso. “E tuttavia la mia anima è così travagliata, in essa vi è tanta sofferenza animale assurda, mancanza di gioia, di tenerezza, di preghiera, mi sento così abbandonato da Dio e privato della sua grazia, che alla fine mi chiedo se non corro il rischio di una mostruosa e irreparabile catastrofe spirituale, di un totale tracollo esistenziale di tutti i miei progetti e i miei ideali più cari”.

Che cosa sostenne il filosofo, “creatura tremante”, che si sentiva come un cane picchiato, in un momento così drammatico a livello esistenziale?

Dalle lettere con la moglie una debole luce trapela nella caverna. È il segno sfocato e lontano, ma certo di una gioia segreta e ineffabile: quella di un tu. Le lettere della moglie, scritte col cuore in mano e dal di dentro di un’unità profonda, contengono un oltre che parla alla ferita presente, amandola.

Valentina, con cui era stato unito nel vincolo matrimoniale dal sacerdote Pavel Florenskij a Sergiev Posad, è non solo sposa, ma madre, figlia, anima sorella e Tu. Nella separazione tra quelle che Zazubrin definirebbe minuscole schegge della Rivoluzione o frammenti di vita schiantati dall’incomprensibile Macrostoria, brilla qualcosa di resistente e impensato. Qualcosa che non si fa rinchiudere ed è memoria di un dono.

Prima del matrimonio, Losev aveva regalato a Valentina un breve testo di Pavel Florenskij La gioia eterna, quasi ad indicare una comunità di destino, una stessa direzione, uno sguardo alla stessa profondità. E così scrive Valentina, dieci anni dopo, nella sua condizione di prigioniera, al marito, autore della Filosofia del nome (1927), che conosce perciò la forza e la provenienza della parola: “Mio caro, buongiorno! In questo momento da noi ci sono delle bellissime notti stellate, guardo le stelle ogni giorno e mi dico che forse anche tu le stai guardando nello stesso momento. Il cielo è lo stesso per noi, vale a dire qui e a Svir’, perché ci troviamo quasi alla stessa latitudine”.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI





© RIPRODUZIONE RISERVATA