LETTURE/ “L’ultima volta”: così i genitori ci sfidano a ridiventare padri (e madri)

- Max Ferrario

“L’ultima volta” di Marcella Manghi: si può essere genitori due volte, verso i propri papà e mamma. Ed è una nuova, non facile scoperta

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(LaPresse)

C’è una generazione, la X (i nati fra il 1965 e 1980) che oggi non ha più il tema di gestire la neo-maternità, ma di affrontare una genitorialità diversa, di ritorno, quella che riguarda non più i figli ma i propri genitori. Sempre più spesso si accendono dibattiti, si invocano leggi, si parla tanto del tempo lavorativo da preservare per la cura dei figli piccoli e quasi mai del tempo che molti devono dedicare all’accudimento dei diversamente piccoli, i propri genitori 70-80-90enni. Uno zero in più, che fa la differenza tra un doposcuola e un centro diurno, nel migliore dei casi.

Un libro appena uscito che affronta questo tema è L’ultima volta, di Marcella Manghi (Ares, 2022): “C’è una ultima volta in cui sei sceso dallo scivolo del parchetto e non sapevi che fosse l’ultima; così c’è una volta in cui parli a un tuo genitore non sapendo che sarà l’ultima”. La protagonista del romanzo si trova all’improvviso catapultata nel mondo della malattia dei genitori, in un tragicomico equilibrio tra la famiglia d’origine e quella che ha creato sposandosi. Costretta a dividersi per tenere assieme, si accorge di quanto possono essere paradossali certe situazioni, déjà-vu che la riportano indietro di quindici anni.

C’è una ciclicità e un parallelismo nell’accudire figli e genitori. Spesso questi ultimi vanno incontro a demenza o Alzheimer: ci si ritrova a tenerli occupati con pennarelli e album da colorare; si comprano pannoloni e cannucce; con loro si parla di gusti di gelati, si ascolta il meglio dello Zecchino d’oro, si contano i denti in bocca, i passetti che fanno. Con un figlio sai che ci sarà un’evoluzione, con i genitori un’involuzione. Il destino dei figli è di staccarsi da te per diventare sempre più indipendenti, un genitore si aggrappa a quell’adulto che è suo figlio ogni giorno di più.

Poi a volte l’anziano destino sfocia nella malattia, un ictus, spesso un tumore. Così si è costretti a vivere il quotidiano su due binari paralleli. L’uno fatto di minestrine, tac, medici, esami del sangue e di coscienza. Un altro fatto di figli adolescenti, mariti in mezz’età, bar, traslochi, parcheggi, negozi, commercialisti, account social…

Genitori dei propri figli e genitori dei propri genitori. Con ostinazione e humour, non resta che provare – come ha tentato l’autrice – a trovare un senso nel dolore, un ottimismo da trasmettere ai figli nonostante la vertigine associata a una malattia all’ultimo stadio. Rispetto ai nostri mamma e papà, potremmo definirci dei genitori in incognito, e arrivare un giorno a dire, parafrasando James Bond, “mai dire l’ultima volta”.

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