LETTURE/ Maneskin, cipria e Jovanotti: il bestiario dell’estate ferma

- Domenico Bilotti

Le cose più gravi si nascondono, dissimulate dalle facezie. E così viene da occuparsi di queste ultime. Ossimori e distopie di un’estate ferma

jova beach party
Jovanotti durante il Jova Beach Party (LaPresse)

Dovremmo sentirci addosso un razionale senso di rapidità, un’apprensione dinamica ad occuparci delle cose. Un governo appoggiato dai tre quarti delle forze politiche (parlamentari e non) ha visto smarrirsi la sua maggioranza amplissima, messa sotto stress da un decreto legge “aiuti” che era sulla carta tra i provvedimenti meno avvertiti e discussi degli ultimi due anni. Una guerra è in atto e se questo fatto è già entrato nelle tasche dei nostri conti ha trovato l’Unione Europea incapace di articolare non tanto una risposta alta e autorevole, ma un più modesto tavolo di negoziati a stretto giro. Caldo torrido e focolai epidemici “nuovi”, più commestibili del Covid ma che da pensare hanno dato, danno e daranno, mettono in luce la carenza di risposta emergenziale a un sistema energetico, sanitario e ambientale che proprio sulla capacità di lettura dell’emergenza aveva dichiarato di fondarsi.

E invece siamo a girarci i pollici con due/tre titoloni di non notizie che producono in compenso un’alluvione di commenti dal bar alle reti di maggiore ascolto.

Si è cominciato con la trionfale tournée dei Måneskin; un gruppo di giovani, piuttosto energico, che ha svoltato passando dal cantato efebico a un immaginario da arena reality, chitarre, talenti e suoni ben prodotti. I ragazzi non fanno ideologia, semmai si accordano a quello che detta il ritmo (e ben lo fanno, negli arrangiamenti come nelle dichiarazioni). Aprire un concerto al grido di “Fuck Putin” e giù le analisi: sono i nuovi ribelli o i nuovi conformisti? E però non c’era bisogno di scomodare l’estetica della rivoluzione. Molto più della storica PFM degli anni Settanta e anche più del pop col cantato lirico de il Volo, i Måneskin stanno diventando il primo vero complesso italiano pronto ai tour nei palazzetti americani. Sicuramente disprezzano la guerra (e noi con loro), sicuramente gli anfiteatri sold out nel Circo Barnum statunitense della musica dal vivo saranno il loro prossimo terreno di caccia. Col giusto mix di (massmedio)logica e ingenuità, si schierano nel loro spicchio di mondo. Ricordate U2 e Simple Minds nel 1985? Sembravano entrambi pronti alla terza British invasion negli stadi yankee. Eppure, il terzomondismo filopalestinese di Jim Kerr fu poco gradito al pubblico d’oltreoceano: Bono e gli U2, con dischi migliori e più ecumenismo, si presero il mondo.

Sempre il carrozzone dei raduni estivi ci ha dato un’altra polemicaccia da Italia coi paraocchi: il Jova Beach Party. Nome pomposo quanto efficace con cui Jovanotti ha ulteriormente saputo allargare il suo pubblico. Idea semplice: portare sulle spiagge, con costi minori e più volontari, le migliaia di biglietti che l’industria musicale può staccare solo negli stadi e negli autodromi. Il Nostro, certo, ha messo la sua energia scenica al servizio di qualche parolone di troppo: i suoi concerti non sono feste né psichedeliche né gratuite, ci si diverte, ma non si salva il mondo (semmai, lo si consuma un po’ di più, in location normalmente intatte ed estranee al musicbiz così di massa). Ha poi dato degli “econazisti” ai suoi critici, che hanno molte ragioni, pratiche e morali, ma forse troppa dedizione da pulpito. Jova è come al solito l’agile controtessitore del luogo comune: il rivale è sempre l’indicibile, il male grottescamente spettacolare (un nazista!), invece per fare soldi a palate è sempre conveniente procurarsi una bella ragione nobile di cui farsi scudo.

Un’altra curiosa deformazione semantica per cui il politicamente corretto cade parossisticamente sotto i colpi del sistema di pensiero di cui si è fatto vessillo ha riguardato una prescindibile contesa verbale tra i due principali protagonisti delle prossime elezioni: Giorgia Meloni ed Enrico Letta. Meloni sta facendo, più o meno dignitosamente e invero più efficacemente, ciò che la Le Pen aveva fatto cinque anni addietro – anche Di Maio, peraltro: incontrare l’establishment, trasformare il serbatoio enorme ma non infinito del voto di pancia nella base di una pratica di governo. È un rifarsi il trucco davvero, il trucco di scena, non quello della cosmetica. È un dare veste sempre inappuntabile a quel che si è a volte torbidamente rimestato. Letta lo ha notato, stigmatizzato e sottolineato: guardatela, è sempre la stessa, si sta solo “incipriando”. Così facendo non si è accorto che il bislacco senso comune, alimentato da un immaginario moralista di cui ha spesso fatto uso la sua stessa parte politica, si era messo in allarme. Davanti alla mania di usare vocaboli che non possano essere in alcun modo legati al genere sessuale (totem assoluto!) alcuni dei notisti più spesso proclivi all’argomentazione misogina hanno potuto dare a Letta a momenti del servo del patriarcato. Ossimori e distopie di un’estate ferma, fermissima, già quasi soffocata. E noi facciamo il ballo del mattone al pieno del giro di boa.

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