LETTURE/ Perché i giornali sono in crisi ma la domanda di informazione no?

- Giuseppe Di Fazio

I giornali sono in crisi ma la domanda di informazione no, perché il Covid ha richiesto a tutto di “tornare alle cose”. La sfida

edicole libero feltri
LaPresse

“Sei ancora spaventato, essere umano?” Era questo il titolo con cui The Guardian l’8 settembre scorso pubblicava il primo editoriale scritto interamente da un robot (per la cronaca: GPT-3). E per quanto il robot scrivesse: “Sono qui a convincervi di non avere paura perché l’intelligenza artificiale non distruggerà gli esseri umani”, in molte redazioni, soprattutto in quelle in cui sono in atto drastici tagli di giornalisti, la notizia ha destato allarme. Il robot usato per scrivere articoli, e ora anche editoriali, arriva in un momento in cui in Italia i quotidiani cartacei registrano una perdita media impressionante di copie vendute (oltre il 50% dal 2006 a oggi).

È vero, però, che crisi dei quotidiani cartacei non significa crisi dell’informazione. Le rilevazioni Audipress 2020/1 documentano un cambiamento dei comportamenti degli italiani: a luglio 2020, rispetto al semestre precedente, mentre continuava a calare la diffusione cartacea dei quotidiani, cresceva del 9,1%, invece, la propensione dei lettori a usare il mezzo digitale.

Nonostante il calo della diffusione in edicola e la drastica riduzione dei punti vendita (-26% in 10 anni) ancora oggi un terzo degli italiani legge almeno un titolo di un quotidiano al giorno. E la tendenza è confermata anche al Sud, come documenta il Report sull’Informazione 2020 della Fondazione Domenico Sanfilippo editore, che presenta un focus sui quotidiani siciliani (dal 5 ottobre consultabile gratuitamente su edicola.lasicilia.it).

La pandemia è stata una grande occasione per riflettere su questi temi. Gli italiani hanno riscoperto un bisogno di informazione, fondamentale come il pane. E hanno imparato anche ad apprezzare un elemento prima trascurato: l’affidabilità delle notizie e il loro nesso con l’oggettività del reale. Anche noi giornalisti abbiamo cominciato ad avvertire la necessità di percorrere strade nuove per produrre informazione e ci siamo incamminati, sia pure timidamente, sulla via del “Digital first”, che ora va percorsa fino in fondo, salvaguardando sempre la qualità dell’informazione.

Nel nostro lavoro di operatori della comunicazione dobbiamo fare i conti non solo con la sfida di informare in tempo reale, ma anche con quella di analizzare la gran mole di notizie che circolano in Rete: la quantità enorme di dati risulta difficilmente gestibile. L’uso di algoritmi può aiutare, in buona parte, a rispondere a questo problema, ma apre un’altra questione: l’abdicazione da parte dei giornalisti alla fatica di pensare, giudicare, scegliere, immaginare. “Essere equipaggiati con un gemello basato su database, machine learning e intelligenza artificiale – scrivono Rossignaud e de Kerckhove nel recente volume Oltre Orwell. Il gemello digitale – (…) probabilmente fornisce a ciascuno di noi l’accesso a poteri cognitivi enormemente aumentati; ma più useremo quei poteri, meno dipenderemo dalle nostre facoltà interne”.

Queste difficoltà oggettive alimentano un timore in chi svolge il lavoro giornalistico nell’era di Internet: il rischio dell’inutilità, come già qualche anno fa intuiva Domenico Quirico.

Il dato da cui partire per comprendere questo livello della crisi dell’informazione è un distacco progressivo dalla realtà. Esso è maturato a causa di due fattori. Il primo è il narcisismo di tanti giornalisti che hanno preferito le proprie immagini, rappresentazioni, idee al riscontro del reale. Il secondo fattore, secondo una bella espressione di de Kerckhove, è “l’industrializzazione delle notizie false (…) incoraggiata dal dilagante mito della verità alternativa e della post verità”.

La post verità non ha più bisogno di essere verificata con la prova della realtà. Essa, piuttosto, si poggia sulle affermazioni (anche se esse sono in contrasto coi fatti noti e col buon senso) di chi ha autorità o sugli algoritmi. In tal modo, come ben documenta il film The social dilemma, viene demolito il confine tra vero e falso. Rischiamo così di assoggettare la comunicazione e la stessa vita sociale all’intelligenza artificiale che, utilizzando algoritmi,  controlla e governa le nostre vite. Abbiamo barattato la libertà per la sicurezza, la verità per la comodità. “La comunicazione umana trasportata negli algoritmi – scrive de Kerckhove – non ha più bisogno di senso, né di fare senso”.

Se osserviamo, tuttavia,  la condizione che abbiamo vissuto nei mesi del lockdown ci rendiamo conto che “il mondo intero da marzo è (stato) sottoposto a un test di resistenza” e che la domanda più ragionevole sul “dopo” riguarda il “punto d’appoggio che c’è nel presente”, perché da esso dipende la nostra possibilità di restare in piedi. “L’invito a un’indagine sincera sulle ragioni del presente che permettono di avere una memoria (che sia) speranza del futuro – ha sostenuto su Ilsussidiario.net Fernando De Haro – non è privatizzabile. (…) Ora il significato è diventato la domanda pubblica per eccellenza”.

Il Covid-19, da questo punto di vista, potrebbe superare il virus digitale, inducendoci a riportare al centro del dibattito pubblico la domanda sul significato.

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