LETTURE/ “Postazione 23”, Beirut 1982: l’Italia è quella dei giovani che la fanno

- Alberto Leoni

Franco Bettolini con la giornalista Marina Crescenti ha raccontato la sua imperdibile esperienza in missione di pace: “Postazione 23. I miei 100 giorni a Beirut”

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Beirut (Libano) 23 ottobre 1983: attentato al quartier generale francese (Foto da "Postazione 23")

Postazione 23. I miei 100 giorni a Beirut (Ares, 2019) di Franco Bettolini con la giornalista Marina Crescenti, è un libro essenziale per conservare la storia degli anni Ottanta e incoraggiare i giovani a intraprendere le sfide che sembrano più impossibili. E, per chi ha vissuto quegli anni e ha servito la Patria (l’unico dovere definito “sacro” dalla nostra Costituzione) è l’occasione per rivivere quegli anni che sembrano appena trascorsi e sono già storia. Una storia in gran parte non scritta, non rivissuta se non dai reduci e, perciò, sempre più perduta. Si è tentati di mormorare “Oh mia Patria sì bella e perduta” perché la storia della nostra missione in Libano sembra davvero perduta, sommersa da quella di altre missioni, sanguinose e difficili come quelle in Iraq e Afghanistan, ma che dalla “Libano 2” del 1982-1984 traggono spunto e motivazione.

All’inizio degli anni Ottanta, l’Italia era alle prese con la lotta al terrorismo, la lotta più dura mai combattuta da uno Stato europeo in questo campo. Nel 1982 erano accaduti fatti importanti, come la liberazione del generale James Lee Dozier ad opera dei Nocs e le forze dell’ordine stavano vincendo la guerra contro il terrorismo. Un altro fatto storico fu la vittoria della nazionale italiana di calcio, che rappresentò un momento di patriottismo insolito per l’Italia. Tuttavia, tra i giovani si faceva sempre più strada l’idea del servizio civile come alternativo a quello militare: scelta del tutto legittima, ma che era accompagnata da discussioni e “querelle” con contorno di dileggio contro chi affermava l’utilità e il significato del servizio alla patria reso in uniforme e sotto il tricolore.

La missione italiana in Libano infatti, fu, inizialmente, accompagnata da ironie e sfottò, fuori e dentro i confini nazionali. Ricordo che la nave “Grado” ebbe un guasto e che quando sbarcarono i bersaglieri del battaglione “Governolo” furono denominati “galletti” o “polli”. Ma quel che fecero i bersaglieri di leva (età media 19 anni), addestrati duramente in patria, fu di essere “cittadini in uniforme” e perciò vicini alla popolazione. E, insieme ai bersaglieri, con la Libano 2, dal settembre 1982 arrivarono i paracadutisti della “Folgore” e reparti di carabinieri che diedero esempio di professionalità, rigore e umanità in un equilibrio che nessuna forza armata ha mai eguagliato. Sono stati quegli uomini a dare l’imprinting per le missioni successive, dove, più che in Libano, si è dovuti ricorrere alle risorse di combattività che sono proprie dei nostri reparti, mentre nei Balcani il ruolo dei carabinieri come polizia militare ha fatto scuola al mondo intero.

Quello di essere vicini alle popolazioni martoriate dalla guerra fu un sentimento che gli italiani dimostrarono di possedere in misura superiore a quella dei soldati di mestiere, come “marines” e paras della “Legione straniera”. E il contenimento delle nostre perdite (un morto, il marò Filippo Montesi e 75 feriti) rispetto a quelle pesantissime degli altri contingenti fu dovuto soprattutto a questo.

Quei ragazzi italiani di 19 anni, provenienti da tutte le regioni d’Italia, seppero dimostrarsi non inferiori a nessuno. E c’è da dire che anche in altri ambiti operativi i soldati di leva, in quegli anni, seppero comportarsi bene, come nelle esercitazioni della Allied Mobile Force della Nato in Norvegia. Ciò che contava era la possibilità di avere armi e mezzi competitivi: il resto ce l’avrebbero messo loro, i sottufficiali e gli ufficiali al comando, tra i quali va ricordata la figura prestigiosa, ancora oggi non dimenticata, del generale Franco Angioni, comandante dell’operazione “Libano 2”. Da quel fatidico 1982 l’obbiettivo delle “missioni di pace” italiane fu proprio quello di abbassare il tenore del conflitto ed è per questo che le nostre forze armate hanno sempre avuto più successo in queste missioni. In realtà è davvero difficile parlare di “operazioni di pace” quando ci si trova ad essere bombardati da granate di mortaio da 120 mm. Più corretta la denominazione Mootw (Military Operations Other Than War) che rappresenta la modalità vincente per porre fine a conflitti che coinvolgono la popolazione civile. Una strategia che le forze armate americane hanno sempre fatto un gran fatica ad imparare.

La storia personale del bersagliere Franco Bettolini, 19 anni, 26° battaglione bersaglieri “Castelfidardo” è stata resa da Marina Crescenti con una originalità e sincerità davvero ragguardevoli. Chi scrive ha svolto il servizio di leva da luglio 1983 a ottobre 1984. Per questo, leggendo le memorie di questo bersagliere, riaffiorano i ricordi delle mense militari e del loro livello comicamente tragico, del vecchio Garand M1, delle camerate, della fratellanza o dei conflitti con i commilitoni. Persino il cosiddetto “linguaggio da caserma” è reso, nel libro, senza censure ed è davvero un bene perché nessuno di noi ragazzi di allora era un santo e l’immagine della compianta Lilli Carati ha davvero fatto compagnia a intere classi di leva. In più, rispetto alla gran maggioranza di chi ha fatto il servizio militare in quegli anni, gli Autori descrivono l’esperienza del Libano e il terrore di essere continuamente sotto il fuoco senza poter rispondere con efficacia. Bettolini e Crescenti ricreano quei momenti con emozione incalzante, senza censure, come nel commovente episodio del soccorso prestato ai francesi dopo l’attentato che distrusse il loro quartier generale il 23 ottobre 1983. Nel libro passano figure note di quel periodo come Walter Chiari che, dopo uno spettacolo fatto sotto un bombardamento, esprime la propria commozione ed orgoglio per quello che stanno facendo quei ragazzi. E così Marco Pannella, pacifista da sempre che, incontrando i militari di ritorno da Libano in aereo così li saluta: “Ragazzi, l’Italia è orgogliosa di voi! Siate fieri di portare sempre il tricolore!”. Altri tempi, altri politici.

Nel libro vi sono grandi momenti e si legge d’un fiato: le telefonate a casa, il bar di Binasco (essenziale descriverlo per capire le radici di una personalità) e il passaggio sul discorso del presidente Pertini, figura carismatica come poche nella storia italiana del dopoguerra. Può destare sorpresa che il bersagliere Bettolini si faccia registrare il discorso e lo ascolti per sei volte di fila. Verrebbe da dire che, oggi, è impossibile che un ragazzo si emozioni per un discorso del Presidente della Repubblica. Eppure la lezione più importante di questo libro è che giovani di vent’anni, vissuti in pace e in tranquillità, possono essere, se messi alla prova e opportunamente guidati, essere in grado di superare le prove più dure, piangendo di tristezza, tremando per il terrore ma senza mollare mai. Anche ai nostri tempi ci dicevano che eravamo dei mollaccioni e che non eravamo all’altezza delle generazioni precedenti. Per dirla alla Bettolini, “quante cazzate sparano i vecchi!”.

Meglio citare, per finire, Giorgio Bassani da Il giardino dei Finzi Contini: “Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta. E allora, dato che la legge è questa, meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e risuscitare”. Il servizio militare di leva serviva anche a questo ma le occasioni, in questo nostro mondo, non mancano di certo. Auguri e coraggio ai ragazzi di oggi.

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