LETTURE/ Quel patto tra sinistra e mercato che ha prodotto i “sovranismi”

- Lorenzo Ettorre

Sovranità è ormai una parolaccia in odore di fascismo. Ma se non la esercita il popolo (art. 1 Cost.), chi lo fa al suo posto? E con quali conseguenze?

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Enrico De Nicola firma la Costituzione il 27 dic. 1947. A sinistra Alcide De Gasperi, ultimo a destra Umberto Terracini (foto dal web)

Forse per inveterata ignoranza, forse per ottuse convinzioni, forse – ancora – per quella piaggeria tutta nostrana di compiacere il pensiero dominante per nascondersi nella palude superba della maggioranza, quando parliamo di “sovranità” spesso affiorano alla testa accostamenti cabalistici a fenomeni considerati tra i più nefasti e negletti della storia: “sovranità” diventa così sinonimo di nazionalismo, di fanatismo, di sciovinismo, di fascismo e finanche di nazismo. E così, chi oggi è sorpreso in odore di “sovranità” non ce la fa proprio a restare incolume dinanzi all’etichetta solerte di maleducato o troglodita che da più parti si è pronti ad affibbiargli addosso. Dovrà imparare a conviverci, compatito e schernito come chi cercasse di telefonare in cabine a gettoni.

La cosa è piuttosto curiosa se si pensa che non le Leggi fascistissime, non le Leggi di Norimberga hanno insistito su un uso specifico di questo termine, ma – tra gli altri – il primo articolo della nostra Costituzione, dove espressamente ci si riferisce alla “sovranità” stabilendo che essa appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

A meno di non ritenere i nostri padri costituenti dei fascisti incalliti mascherati da democratici – il che fa piuttosto sorridere parlando di uomini che avevano ben chiaro cosa fosse, e dove portasse, l’esiziale ideologia nazionalista; che avevano conosciuto il carcere, l’esilio o il confino, che stavano tentando di ricostruire una nazione dilaniata dalle macerie e dalla retorica bellica, e che in alcuni casi, come per il Pci, facevano un vanto il loro essere “partito della nazione” – ecco, a meno che non vogliamo ostinarci a credere l’incredibile, occorre ammettere che la sovranità nazionale sa ritagliarsi degli spazi autonomi e originari rispetto alla (solo) possibile, e in ogni caso conseguente, degenerazione nazionalista che va a deformarne e snaturarne il senso.

Anche perché, e non serve essere degli storici per accorgersene, lo stigma più o meno condiviso verso la sovranità è cosa tutto sommato recente: è da una ventina di anni circa che è iniziata la sua condanna come male da estirpare per giungere a una vita finalmente felice e spensierata (soprattutto, spensierata, da intendere qui come “senza la fatica di pensare”). Un Moro, un Andreotti, un Craxi e anche un Berlinguer non avrebbero fatto alcuna fatica a riconoscere in questo principio le basi della nostra democrazia. Basti pensare al caso emblematico di Sigonella che vide protagonista l’allora presidente Craxi, quando proprio in nome dell’interesse nazionale, e della sovranità che di esso è garante, si è difesa la dignità e la libertà di un popolo nella sua integrità. D’altronde, l’alternativa alla sovranità è l’anarchia, che da sempre equivale alla legge del più forte: non esattamente una prospettiva rassicurante.

Se, allora, il fenomeno è incompreso dal punto di vista storico e recente dal punto di vista cronologico, val la pena chiedersi perché ciò sia accaduto. Perché, cioè, negli ultimi anni la condanna della sovranità è divenuta così unanime e condivisa? La retorica della costruzione della “casa comune europea” – dove vengono limitate le sovranità particolari a vantaggio di un’unione politica (ancora tutta da fare, per la verità) – è un accenno di risposta. Accenno che, come tale, è insufficiente a fornire una risposta in qualche modo esaustiva, anche perché in questo caso non è condannata la sovranità in quanto tale, che invece verrebbe solo traslata da un perimetro nazionale a uno sovranazionale.

E allora, perché questa riprovazione così veloce e condivisa della sovranità?

La risposta chiama in causa il Potere, per dirla col grande Pasolini, e per coglierla nella sua articolazione sono forse utili le pagine dell’ultimo lavoro del politologo Carlo Galli, intitolato per l’appunto Sovranità (il Mulino, 2019).

È stata la forma economica dominante, cioè il neoliberismo, ad aver dato un colpo ferocissimo al concetto e alla pratica della sovranità. L’economia neoliberista – che trionfalmente si è affermata con la globalizzazione, dapprima in Inghilterra con la signora Thatcher e poi negli Stati Uniti con Reagan – tende infatti a proporsi come autonoma, capace di darsi legittimità da sé e quindi come essa stessa sovrana; una sovranità che non richiede l’unità politica ma l’unità del mercato, nel quale agisce una pluralità di soggetti in grado di calcolare razionalmente il proprio utile. Anche nelle sue varianti non estremistiche, il neoliberismo considera lo Stato come un soggetto non sovrano, dotato del potere di “regolare” il mercato ma non di esprimere e decidere in ultima istanza le sorti di un gruppo storico e geografico di uomini e donne: ciò perché questa decisione in realtà è già avvenuta, ed è appunto la decisione del mercato, il quale contesta e travolge la capacità della sovranità di porgli argini e confini, di delimitare un dentro e un fuori, di costituire l’asse attorno a cui ruota la politica.

Non a caso l’economia, oggi più che mai, esige piena libertà di movimento, di uomini, merci e capitali, e pretende che questa libertà dell’utilità sia l’ultima parola della vita associata, il nec plus ultra dell’umanità. Contro questa nuova mondiale sovranità, priva di forma e di limiti, quella vecchia e locale non sembra avere scampo, se non altro perché la nuova viene presentata al singolo non come compressione dei suoi diritti ma come occasione per esaltare le sue capacità e i suoi desideri. L’obiettivo del neoliberismo è sostituire il privato al pubblico: la globalizzazione – ha scritto Zygmunt Bauman – “ha globalizzato il vero potere scavalcando la politica”.

In quest’ottica molto complessa occorre allora gettare nuova luce anche sull’invocazione della sovranità a cui si assiste oggi in Europa e negli Stati Uniti. Al netto delle considerazioni semplicistiche e al contempo veementi con cui spesso si è soliti liquidare i cosiddetti “sovranismi” e “populismi” – la solerzia della lotta contro i quali dovrebbe far riflettere, se non altro perché condotta in modo unitario da forze che prima si dichiaravano avversarie – essi andrebbero letti con più umile accuratezza e meno sbrigativa saccenza. Lungi dal rappresentare il segnale di becere forme di ignoranza (ingrediente che esiste, evidentemente, ovunque), tali invocazioni della sovranità rappresentano piuttosto il tentativo di recuperare la distinzione tra esterno e interno, fra pubblico e privato, nello sforzo di perseguire una nuova protezione riducendo l’insicurezza generata dalle potenze che si abbattono sulle società occidentali.

Tali potenze generano impoverimento materiale e identitario, facendo precipitare in uno stato di paura permanente, quando non in una vera e propria angoscia, soprattutto alla luce della velocità con la quale innescano certi vorticosi meccanismi. Si tratta di potenze economiche, i mercati, che i loro magnificatori definiscono inesorabili e onnipotenti (“con i mercati non si tratta”, è il moderno ritornello in voga), senza capire che è proprio tale pretesa ciò che genera la lotta di larghe fasce popolari contro i mercati stessi. La richiesta di sovranità politica è, dunque, la ribellione all’idea che ci si debba sottomettere a un’autorità trascendente, è il sintomo di una sofferenza psicologica ed economica causata da una società instabile in continuo movimento, è il ritorno alla funzione protettiva che è poi la prima prestazione della sovranità.

Come si può vedere, la ricerca della sovranità è una forte istanza politica, e quindi è errato associarla al qualunquismo o all’antipolitica. Essa è piuttosto una volontà di ritorno della politica e delle sue tutele, soprattutto a fronte di un’economia che si è fatta onnipotente e minacciosa.

Né si può sostenere che la sovranità sia ontologicamente solo di “destra”: è vero che attualmente la richiesta di sovranità viene intercettata soprattutto dalla destra, ma ciò accade sostanzialmente per le responsabilità storiche della sinistra, la quale non ha intravisto la natura a-sociale del liberismo che ha invece a suo tempo assecondato.

La soluzione? È una domanda a dir poco complessa. Quello che è certo è che il sovranismo aiuta ad indicare chiaramente il problema ma non intercetta immediatamente le soluzioni. Almeno coscientemente. Non le intercetta ma, nelle sue forme meno becere e più nobili, le evoca, in chi vuole leggerle. E le evoca esprimendo proprio un ritorno alla Politica nel senso vero e proprio del termine. Il sovranismo è la richiesta di una politica che non sia soltanto il calcolo del Pil o dei decimali di sforamento del rapporto con l’Unione Europea, di una politica che sia finalmente un agire e non un lasciarsi agire, che sia un movimento e non un impaludamento.

È forse allora tutta qui, la soluzione: tornare a una politica che sia un servizio agli uomini e alle donne, e non ai mercati. Una politica che – in una cooperazione internazionale sostanziale e condivisa – si serva della sovranità come elemento per sostenere la difesa e la rinascita dal basso dei corpi intermedi, vera ricchezza della società europea (ed italiana in particolare) che ha permesso la ricostruzione di un tessuto sociale e connettivo dei nostri popoli più volte uscito devastato dai drammatici avvenimenti della storia contemporanea. Quei corpi intermedi, come affermò La Pira in sede Costituente, “nei quali la persona si integra e si espande”. Cioè si realizza e si compie.

Fuori da questa rinnovata centralità della persona c’è il nulla dentro cui tutto si perde. Eccolo allora in agguato il bivio di sempre: o la persona o il nulla. Tertium non datur. A ognuno la scelta.

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