LETTURE ROCK/ “Bob Dylan & Like a rolling stone”: come nasce un capolavoro

- Paolo Vites

Un nuovo libro analizza la nascita e la creazione della più importante canzone rock di tutti i tempi

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Durante la registrazione di Like a rolling stone

Già Greil Marcus, il più importante critico rock al mondo, ci aveva provato, un intero libro su una sola canzone (Like a rolling stone, Bob Dylan una canzone, l’America, Donzelli Editore). D’altro canto è stata, giustamente, definita “the greatest rock song of all the time”, la più grande canzone rock di tutti i tempi. Una canzone che ha sconvolto ogni regola compositiva, cambiando per sempre il corso della storia, e che resta ancor oggi un gran mistero. Adesso ci prova un italiano, Mario Gerolamo Mossa (laureato in Filologie e Letterature Europee presso l’Università di Pisa, è attualmente iscritto al primo anno di dottorato in “Studi Italianistici”, si occupa di poesia contemporanea italiana e anglofona, rapporti tra letteratura e musica, oralità, popular music e filologia della performance) con Bob Dylan & Like a rolling stone (Mimemis, 329 pagine, 20,00 euro) ed è una bella soddisfazione vedere che un nostro connazionale possa misurarsi con i grandi della critica rock mondiale. Ma se Greil Marcus, nel suo classico stile, oltre ad aver sondato la genesi del brano, si apriva alle influenze sociali, politiche, culturali della canzone, Mossa si lancia in un poderoso studio di filologia e musicologia che potrà risultare “indigesto” alla gran parte dei lettori.

Se lo scopo del libro è affascinante, e cioè ricostruire passo per passo la genesi e il prodotto finale della canzone, il modo con cui viene argomentato tutto questo è quanto di più lontano dalla letteratura rock come la conosciamo. “Inside the museums, infinity goes up on trial” cantava Dylan e Lou Reed, dal canto suo, aggiungeva “tre accordi e già stai suonando del jazz”. La primordiale forza selvaggia della musica rock rischia, in questo approccio accademico, di difficile lettura, perdendo ogni fascino. In modo freudiano sfugge anche ad Alessandro Carrera quando, nella sua introduzione dice che questo libro è “l’analisi più ampia, minuziosa e ossessiva (…) di Like a rolling stone, ma anche la più scientificamente accurata dove musica, voce e testo vengono passati al microscopio elettronico e la “costruzione” della canzone, mattone per mattone (non la sua decostruzione) è l’obbiettivo finale”. “Filologia, musicologia popular, teoria morale e critica letteraria” dice invece l’autore.

Il fascino dell’impresa dell’autore permane comunque, nel percepire, almeno negli anni 60, il segreto compositivo di Dylan, da lui stesso esplicitato in una intervista con Ralph Gleason del 1966: “Canto sempre quando scrivo, anche se scrivo una prosa”. Parola su carta e voce cantante dunque, nella tradizione della popular song.

L’autore ha avuto l’onore di accessi privilegiati per la consultazione di documenti  contenuti nel Bob Dylan Archive di Tulsa presso lo Helmerich  Center for American Research, accesso esclusivo consentito ancora a pochi dove si trovano ad esempio numerosi manoscritti a matita delle prime stesure di Like a rolling stone, ricostruendo così passo per passo la nascita della canzone, a cui Dylan ha dedicato mesi di arduo lavoro su carta.

Se allora Like a rolling stone prende musicalmente vita in due session il 15 e il 16 giugno 1965, principalmente grazie all’intuizione del chitarrista Michael Bloomfield che porta il brano dalla versione dylaniana a tempo di innocuo valzer pianistico (si può ascoltare in The Bootleg Series Vol. 1 & 3) in chiave sol al do e alla chitarra predominante – “è proprio quest’ultimo a intuire che le nuove modifiche comportano innanzitutto una tensione maggiore in coincidenza dell’ultima dominante prima del ritornello (…) cioè promette un’esplosione che la chitarra solista deve mettere in evidenza” scrive Mossa –  e al riff di Hammond di Al Kooper – “soprattutto dall’organista Al Kooper il quale inizia a comporre il celebre hook di Like a rolling stone inserendo una frase melodica” -, che avrebbero avuto secondo il sottoscritto il merito di essere citati come co-autori per aver dato a Dylan la strada giusta, il brano comincia a nascere testualmente su macchina da scrivere. Mossa lo fa risalire alla famosa scena di Don’t look back il 3 o il 4 maggio 1965 al Savoy Hotel di Londra in cui si vede Dylan battere a macchina furiosamente mentre Joan Baez gli tiene compagnia cantando Love is just a four letter word e poi con l’arrivo di Bob Neuwirth quando i tre si uniscono per eseguire Lost highway di Hank Williams che non a caso contiene i versi “I’m a rolling stone, all alone and lost”. Coincidenza? Noi crediamo di no.

Dunque una poesia, “un lungo pezzo di vomito su carta” come disse lo stesso Dylan, che a lungo avrà in testa solo il ritornello “How does it feel” a cui continuerà ad aggiungere versi su versi, cambiandoli continuamente. Ecco allora la forma testuale che diventa orale e quindi musicale di un modo di produrre arte. Interessanti tutte le varianti che Mossa ha potuto esaminare (“You never understood all your friends that used to brag turned out to be just metod  actors all in a drag all the friends” ad esempio), ma anche il ritornello, concepito con grande fatica: “How does it feel? To be on your own Like a dog withut a bone Now you’re unknown New direction home Like a rolling stone”.

Come dicevamo, l’approccio a libro non è per tutti: “Ciò che colpisce non è soltanto la ricorrenza dello schema 2 + 2 e il sostanziale isosillabismo di versi ed emistichi, ma soprattutto il riutilizzo di piedi identici e la tendenza generale all’impiego del coriambo per garantire l’alternanza tra attacchi trocaici e chiusure giambiche. Questa ultima costante è talvolta carrellata all’uso di aggiungere una sillaba breve o prima del trocheo o tra trocheo e giambo come avviene anche in 1) anello stesso 5) tra due anfibrachi consecutivi”. Se i professori universitari si fregheranno le mani, a noi poveri mortali viene da pensare: “Ma non si sarà semplicemente fatto uno spinello mentre scriveva Like a rolling stone?”.

Tanta foga verbale dell’autore lo porta poi a banali errori, come quando cita Garth Hudson, tastierista di The Band, al pianoforte nella versione di Like a rolling stone che appare sul doppio live Before the flood o addirittura il violinista e mandolinista David Mansfield chitarrista solista nel tour del 1978.

Altra critica che ci sentiamo di fare è la mancanza quasi totale di traduzione in italiano delle lunghissime note, a volte prendono più di una pagina, tratte da interviste allo stesso Dylan o da libri di autori angloamericani: ci chiediamo, perché non tradurle?

Il libro resta di difficile approccio anche nel capitolo in cui affronta l’evoluzione musicale della canzone; presenta poi una selezione di versioni dal vivo, dalla prima esecuzione il 25 luglio 1965 al Festival di Newport alla quella storica del 17 maggio 1966 alla Free Trade Hall di Manchester, quella dello scambio di insulti con uno spettatore; poi all’Isola di Wight il 31 agosto 1969 fino a quella del 14 ottobre 2018.

Molte riproduzioni dei manoscritti con correzioni di Dylan arricchiscono il libro. Come dice l’autore, il mistero del brano resta aperto: “(…) questo è un libro senza conclusioni. La storia di Like a rolling stone non è finita”.

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