LETTURE ROCK/ “Un mucchio selvaggio”: la musica che ci cambiò la vita

- Paolo Vites

Un libro che è anche una biografia di quella generazione cresciuta a fine anni 60/ anni 70 per la quale la musica rock fu la cosa più importante

negozi dischi parigi 1 590x350 640x300
Un negozio di dischi

La scrittura di Gaetano “Blue” Bottazzi (“stonato, anglofilo, motociclista classico in giacca di pelle, vive a Woodstock, Valtrebbia, si definisce cronista musicale e adora la musica rock”) ha una caratteristica rara: ti sa prendere e trasportare nelle sue pagine come se fossi tu il protagonista. Una empatia rara che solo la musica rock, probabilmente, sa produrre. Sarà anche che lettori come il sottoscritto hanno anno più anno meno la sua stessa età e quindi condividono il percorso che narra, ma la sua scioltezza narrativa ne fa di tutt’altro che un pomposo biografo, enciclopedista, come tanti colleghi.

Il suo ultimo lavoro (“Un mucchio selvaggio, Perché non lo facciamo per la strada?”, 512 pagine, disponibile solo su Amazon a 20 euro) ne è il miglior esempio nella sua ormai ampia letteratura, quello dove si è espresso in modo più coinvolgente, appassionato, aneddotico. Infatti, più che “un libro sul rock” non esito a definirlo “una biografia”. Rock, certamente, ma quello che ne viene fuori è la sua vita.

Medico di famiglia come professione, lavoro che già esprime empatia per il prossimo, cronista rock come ama definirsi, tutti gli appassionati lo conoscono come una delle prime e fondanti firme della storica rivista Il mucchio selvaggio, dove si occupava principalmente del cosiddetto blue collar rock, il rock americano della classe operaia, insomma personaggi come Springsteen e Mellencamp. Scopriamo invece altri suoi grandi amori, come il prog e il punk di fine anni 70. Ogni capitolo si può leggere a prescindere, tanto sono esaustivi e accattivanti.

E’ bellissimo tornare ai tempi della nostra adolescenza e lui sa condurci con maestria, humor, mai prendendosi troppo sul serio nonostante l’acquisita conoscenza approffonditissima di ogni genere e stile, dalla fine degli anni 60 quando cominciava a imbattersi casualmente nei primi 45 giri fino alla deflagrazione degli anni 70, quando si scopriva una canzone a una festicciola, oppure nei jukebox dei luoghi di villeggiatura  o nei frequenti viaggi a Londra (fortunello) cominciati già a 15 anni nel 1974 quando si trovò catapultato in un altro universo. E da quella canzone un filo tirava a quella successiva. Il patrimonio che avevamo davanti era enorme, infinito e ci siamo buttati dentro come un oceano di salvezza dalla noia e dalle regole obsolete di genitori e insegnanti, perché “abbiamo imparato più da un disco di tre minuti che da tutto quello che ci hanno insegnato a scuola” come diceva l’amato Springsteen.

Blue dimostra una cultura rock enorme, come quando ci parla di tutte le storiche etichette che via via sono sparite e le storie dietro di esse; le riviste, i riff di chitarra, i negozi di dischi, i vinili, le cassette C90, tutto quello che ha caratterizzato una generazione. Non sono da prendere alla lettera, perché ognuno di noi ha avuto i suoi eroi e le sue canzoni preferite, ma è un bel leggere che ti invoglia ancor oggi, a 60 anni quasi compiuti, a scoprire cose che ti erano passate inosservate. Ogni capitolo, alla Nick Hornby, si conclude con una top ten consigliata in merito all’argomento trattato. Non si fa scrupolo, poi, di criticare, cosa che manca alla maggioranza dei colleghi, ad esempio quando definisce poesia i versi “minimali ed efficaci” di Nebraska di Springsteen e “logorroici e nebbiosi” quelli di The ghost of Tom Joad” dello stesso cantante.

Difficile staccarsi dalle pagine di questo poderoso volume di oltre 500 pagine, dove Blue non si tira indietro, ammettendo di trovarsi oggi, sessantenne, con molti dubbi sulla effettiva potenza salvifica del rock’n’roll, evocato in apertura dal leggendario verso di Rock’n’roll dei Velvet Underground (“Her life was saved by rock’n’roll”): troppe stagioni si sono succedute lasciando spesso bei cadaveri e l’appassire di tanti sogni e oggi che ci rimane? Scrive che gli piacerebbe scrivere un altro libro dedicato ai giovani “perché scoprano la musica che i loro padri ascoltavano quando erano giovani loro”: “Ma Carolina, mia figlia, dice che non lo leggerebbero ugualmente. Forse è meglio così”. Io dico invece che adesso che abbiamo un cantante rock premio Nobel per la letteratura sarebbe ora che professori coraggiosi introducessero questa musica nelle scuole e nelle università: questo libro sarebbe il vademecum fondamentale.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

© RIPRODUZIONE RISERVATA