LETTURE/ Scerbanenco, una “luna di miele” piena di veleno

- Silvia Stucchi

Grazie a La nave di Teseo riemerge un capolavoro di Giorgio Scerbanenco (1911-1969), scritto a Coira nel ’44 in un campo profughi e uscito per la prima volta nel 1945

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Milano (LaPresse)

Metti un sacerdote, un semplice parroco di paese, ben lontano però da quel bonario e superiore distacco dalle cose del mondo che saremmo propensi ad attribuire a chi è tutto dedicato alla cura d’anime in un borgo di qualche centinaio di abitanti. Al contrario, don Paolo, protagonista di Luna di miele, di Giorgio Scerbanenco (La nave di Teseo, 2019), è un sacerdote dalla sensibilità esacerbata e torbida, dalla coscienza inquieta, e che conosce sin troppo bene il peccato: peccato di superbia intellettuale, in primo luogo, come confessa sin dall’inizio del romanzo:

“Lo so che il mio più grande peccato contro Dio è l’immaginazione sfrenata. Lo so che le mie preghiere, i miei pentimenti sono quasi una derisione verso Colui del quale sono un indegno ministro, perché mentre Gli chiedo perdono, ricomincio a correre con la fantasia; mentre mi pento, la mente persevera nei suoi sogni sfacciati”.

Ed è appunto con questa sensibilità sin troppo viva e sottile – acuita anche dalla tubercolosi che non gli dà tregua e rende insonni e faticose le sue notti – che don Paolo segue ed entra, da spettatore simpatetico, nella vicenda di Lena, Alberto ed Eva, tre suoi parrocchiani: Alberto, un giovane prestante, è fidanzato con Eva; ma Lena, che pure di Eva si dice amica, con un’astuzia riesce a strapparle il fidanzato, prima facendosi accompagnare in città, e poi, dopo essere riuscita a trascorrere una notte insieme ad Alberto, simulando una prossima maternità, arriva a farsi sposare.

La coppia si trasferisce in città, ma il matrimonio è infelice: scoperto l’inganno di Lena, inizia la disistima di Alberto per la moglie; disistima perfettamente ricambiata da Lena, che rinfaccia ad Alberto tutto: dalle difficoltà economiche in cui la neo-coppia si dibatte, ai piccoli piaceri che Alberto riesce a strappare, come il fumo, sino alla luce accesa che l’uomo deve avere accanto al letto per poter prendere sonno. In breve, la loro vita si trasforma in un piccolo inferno domestico, uno come ce n’erano e ce ne sono tanti, e che non lascia scampo, anzi peggiora, anche quando Alberto trova un nuovo lavoro, più redditizio, e i due finalmente hanno una bambina, la cui nascita però non cementa affatto l’unione, ma al contrario sembra inasprire i contrasti fra i coniugi.

E don Paolo? Da lontano, segue il naufragio del matrimonio, e si rende conto che Eva, che è rimasta in paese, dove svolge la professione di ricamatrice, senza mai cercare di crearsi una famiglia o nuovi rapporti affettivi, non ha mai dimenticato Alberto. Don Paolo va a volte a trovare Lena in città, per informarsi e portare conforto, e un giorno scopre uno scenario orribile: la donna è stata strangolata, con ogni probabilità proprio da Alberto, che, poco prima, il sacerdote ha visto in un bar, con l’aria stravolta che si conviene a un uomo che abbia appena ucciso la moglie. Poco dopo, al buffet della stazione, Alberto si incontra con Eva, e don Paolo, a questo punto, li segue. Li segue sino a un alberghetto di periferia, un po’ equivoco, dove prende una camera proprio di fronte a quella dei due amanti che lì si sono rifugiati per trascorrere la loro tragica “luna di miele”, dopo tanti anni di separazione.

E lì, don Paolo immagina: immagina Eva e Alberto insieme, e, con una fantasia sin troppo fervida, allucinata, ricostruisce e, direi, indovina i loro gesti, i loro pensieri, i loro stati d’animo, le loro emozioni, con una capacità di pietas e di immedesimazione impressionante, da cui non è esente la compassione per Lena, la vittima, che però è stata anche carnefice, di sé stessa e dei suoi due compagni di sventura:

“La mia mente accettava di immaginare fino alle estreme abiezioni l’insania di Alberto, di Eva, della situazione. Mi osservavo pensare a loro e avevo sgomento di me, degli abissi in cui può cadere l’anima umana, ma non smettevo di immaginare, di seguire gli immondi connubi e, peggio ancora, i pensieri che dovevano suscitare nei due (…) Ogni sozzura serviva, se li rendeva incoscienti un attimo. Il corpo si piegava alle aberrazioni della mente, la natura era violata in ogni modo, i sensi stanchi venivano richiamati in vita con ogni artificio”. (…) “Non potevo avere che commiserazione per i due che erano nella stanza vicina, e per Lena. Credevano di essersi odiati, di aver ucciso, e ora di amarsi, quei due, e tutti e tre non avevano fatto altro che mal usare la potenza spirituale che Dio aveva messo in loro. La loro anima, creata dal nulla da un’Onnipotenza infinita, doveva servire a portarli attraverso la prova della vita per ritornare infine al Creatore dopo il doloroso viaggio, e loro l’avevano usata stoltamente per futili scopi che li allontanavano da quel Creatore (…)”.

Luna di miele venne scritto in Svizzera, a Coira, nell’inverno del 1944, in un campo profughi dove l’autore si trovava dal settembre del ’43: rispetto agli scenari più familiari ai lettori di Scerbanenco (serial killer, rapinatori, menti criminali di stampo lombrosiano) e che saranno tipici della produzione successiva, questo romanzo (pubblicato solo una volta nel 1945 per Baldini & Castoldi e ora ristampato) è profondamente diverso per scenari e personaggi. In effetti, nel campo profughi, l’ateo Scerbanenco venne aiutato da un sacerdote, don Felice Menghini, che si occupava dei rifugiati italiani, e forse da qui gli venne l’idea di un romanzo al cui centro vi fosse un sacerdote. Don Paolo è un parroco che, se da un lato è misogino e assai bigotto, portatore di un cattolicesimo fatto da norme da rispettare, funzioni cui presenziare, dall’altro è tormentato da un’immaginazione che gli fa comprendere sin troppo bene i suoi sventurati parrocchiani, vittime delle loro pulsioni. Inoltre questa vena tutta interiore si riflette anche nello stile, dato che questo è uno dei pochissimi casi nella produzione di Scerbanenco in cui la vicenda è narrata dal protagonista in prima persona; in particolare, l’esperimento coinvolge anche la punteggiatura, che, spesso, soprattutto per quanto riguarda il discorso diretto, è completamente omessa, con un effetto modernissimo, e assai straniante per noi, se pensiamo che questo racconto ha più di settant’anni.

Luna di miele doveva essere anche un omaggio a don Menghini: l’intento però non andò propriamente a buon fine, perché il sacerdote, invece che apprezzare, si scandalizzò. La storia, infatti, è molto cruda, e così lo stile. Come però scriveva Scerbanenco a don Menghini, questa in fondo è la reazione se non migliore, certo naturale, perché è propria non di un animo ingenuo, di un “puritano ipocrita”, bensì “di un lettore che capisce”, che vede e quasi tocca con mano, tanto è vivido il racconto di “come con una serie di piccole cose, di piccole ordinarie ferite si possa condurre alla ribellione anche due anime miti come quelle di Alberto ed Eva”. Tale è l’assunto segreto del libro, che lo rende ancora terribilmente contemporaneo e attuale.

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