LETTURE/ Se un Don Chisciotte ci spiega il senso e il male della crisi

- Domenico Bilotti

Pochi romanzi nella storia della letteratura hanno saputo fare il controcanto al loro tempo quanto il “Don Chisciotte” di Cervantes

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Statua di Don Chisciotte a Madrid (Pixabay)

Pochi romanzi nella storia della letteratura hanno saputo fare il controcanto al loro tempo quanto il Don Chisciotte di Cervantes, coi suoi due volumi apparsi in Spagna nel 1605 e nel 1615. Le gesta farsesche, contraddittorie e quasi allucinate di Alonso Quijano, che s’autoproclama cavaliere errante, hanno il dono di seminare indizi sulla loro epoca, rivelandola e raccontandola, proprio quando mettono a verbale un sentimento di critica, disillusione e distanza. Fa il verso al Siglo de oro della cultura iberica e al tramonto dell’ideale cavalleresco, Cervantes, perché la società in cui vive non ha fatto i conti con quella che potrebbe quasi apparire un’alba nuova e invece è soprattutto e prevalentemente il risultato (non sempre positivo) di ciò che veniva da prima e da tanto.

L’Occidente, nell’ultimo secolo, ebbe forse una sola volta un’opera tanto genialmente di tratto surreale da incarnare quasi con cronachistica perfezione le vicende del reale: Il giovane Holden di Salinger, che nel 1951 raccontava il beat e che influenzò poi enormemente le generazioni e gli stili dei boomers dei Sessanta e Settanta. Lì però era la fotografia in movimento di un tempo che annunciava con fiducia una sua prosperità: alle spalle le guerre mondiali (ma molte Europa e Usa ne combatterono anche nei decenni del progresso, semplicemente non scontrandosi tra loro), nato un nuovo stile di vita che soppiantava l’asfissia del vecchio.

Dal 2001 ci sono forse mancati un Holden (e un Chisciotte) che vivessero con quella sghemba irruenza autentica i tempi della “crisi”. Lo si è detto molto acutamente, anche tra i giuristi, che ogni tempo viene vissuto dai contemporanei nel segno della crisi: crisi della partecipazione politica si diceva nel 1979, quando tra terrorismo, fine dell’autonomia e inizio del disimpegno, i “vecchi” canali erano travolti; crisi dell’economia si poteva invocare all’inizio degli Ottanta e dei Novanta, visto che s’avvicinava una delle più grandi riconversioni produttive della storia umana.

Crisi internazionali hanno minacciato la pace del mondo ovunque, da Mosca a Teheran, ma è indubitabile, assolutamente indubitabile, che la nozione di crisi, così ricercata sempre perché coagulo di tutte le insoddisfazioni e di tutte le proposte per uscirne, negli ultimi vent’anni sia divenuta l’endemica ossessione del nostro malcontento. Siamo immersi nella crisi, tutto giustifica la crisi, nel senso che ne esce giustificato ogni provvedimento e nel senso che nella crisi tutto può avvenire.

La crisi è forse più modestamente allora solo un orizzonte che cambia senso, un disegno compatto che si frantuma in mosaico, un’aspirazione umana a scomporre e ricomporre il bene e il male e contemporaneamente la medicina per legittimare ogni intervento del potere: ci sono indiscutibilmente una eccezione che conferma la regola e una regola che conferma l’eccezione. 

In questo contesto, l’hidalgo pensato da Cervantes ha tanto da insegnarci: le sue fantasticherie sono le letture di cui si è imbevuto, le immagini con cui è estataticamente cresciuto. E anche noi ne abbiamo avute, e non sempre abbiamo riconosciuto che fossero, appunto, immagini e costruzioni, non fatti avvenuti. La nostra crisi è perché c’è sempre un giorno di ieri più ruggente e ormai finito che non siamo riusciti a far rivivere. Chisciotte si inventa cavaliere come oggi sui canali social ci si inventa simboli o, più spesso e mediocremente, personaggi. Anche lui confonde i nemici secondo i diktat della sua epoca, incapace di riconoscere i rivali veri: un gregge di pecore diventa un’armata di mori; tutti hanno i loro nemici per antonomasia, le facce inventate, ma riconoscibilissime, delle nostre paure. Meglio se ci consoliamo talvolta di averle battute: ci impigriremo a non cercarne di nuove. 

Anche il nostro vissuto affettivo tentiamo illusionisticamente di elevar di grado, di acconciarlo al modo in cui vorremmo fosse percepito: l’umile contadina Aldonza diventa Dulcinea. Nel segno di una sconfinata dolcezza, di generosissima utopia che se però non è collettivo e comunità si arresta alla soglia della fantasia individuale, sferziamo i mulini a vento. Il pingue Sancio Panza nient’affatto stranamente a volte sferza il suo Don invogliandolo finalmente a guardar le cose col loro nome e la loro forma, alle altre lo incoraggia inerme d’una abnegazione infinita. 

E questo strano eretico del secolo d’oro, l’hidalgo impavido e ingegnoso, si avvolge in una febbre ignota sul suo letto di morte. Abbiamo talmente tanta paura di chiudere (e di aprire) gli occhi che un morbo misterioso potremo convocare al nostro sguardo ogni volta che nella sconfitta ci sarà chiesto di rinsavire nella grazia. 

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