LETTURE/ Shakespeare e Borgese, due idee per capire la crisi italiana

- Paolo Valesio

Come mai l’Italia sembra diventato un paese in cui ai cittadini viene sistematicamente negato l’esercizio del diritto di voto?

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Votazione alla Camera (LaPresse)

“C’è qualcosa di marcio nello Stato di Danimarca”, dice all’inizio dell’Amleto shakespeariano una delle sentinelle che passeggiano nervosamente sugli spalti, in attesa che appaia lo Spettro. Se ci spostiamo in Italia (ma già la Danimarca di Shakespeare era una metafora molto generale), il “marcio” non corrisponde completamente alla solita lista (corruzione, inefficienza burocratica, giustizia in ritardo ecc.) che viene snocciolata dai principali responsabili di ciò, per anticipare ogni critica: questo marcio va ricercato soprattutto nel compiacimento cinico e fatalistico della cosiddetta gente (cioè gli altri, quelli che non siamo né tu né io, naturalmente). Atteggiamento già descritto esattamente un secolo fa, in una pagina tagliente di uno dei più bei romanzi del Novecento italiano: Rubè di Giuseppe Antonio Borgese. È il punto in cui si parla dell’atteggiamento diffuso tra gli italiani durante la Grande Guerra, ai piani alti della politica, del giornalismo, della diplomazia, degli apparati militari e della cultura: spettatori ironici e distaccati, compiaciuti della propria intelligenza critica, come se la tragedia non li riguardasse direttamente.

Qui non si vuole certo confondere uno stato di emergenza con uno stato di guerra (o almeno, si lascia ad altri l’onere di sviluppare questo parallelo).  Però, a proposito di guerre, viene in mente una frase (c’è chi l’ha ascoltata con le proprie orecchie) detta all’inizio dell’escalation, ad opera di un’Amministrazione democratica, della guerra americana nel Vietnam: la frase coraggiosa di un cittadino americano che caratterizzava quella guerra come “illegittima, illegale, immorale” (e voglia il cielo che la nuova Amministrazione democratica, così baldanzosamente decisa a cancellare ogni traccia della passata presidenza, non decida che i quattro anni trascorsi siano stati troppo “pacifici”).

Quanto alla nostra piccola “Danimarca” (e lasciando da parte ogni speculazione sullo “Spettro” che vi si aggira): gli ultimi governi italiani sono stati i governi dei nominati, dei chiamati, degli illuminati, insomma governi dei non-eletti nella prassi, pronti a trincerarsi dietro uno Stato in cui la non-elezione è una prerogativa istituzionale. Tutto ciò, forse, non è illegittimo o illegale, ma qui si parla di questioni etiche che riguardano ogni cittadino, anche il più modesto e privato (il cittadino ino-ino, per così dire). Qui è in gioco lo spazio di parola in cui sia possibile sostenere che l’andazzo governativo degli ultimi decenni in Italia sia sostanzialmente illegittimo e immorale.

È comprensibile che una cittadinanza piegata dalla pandemia possa considerare queste riflessioni come qualcosa di simile a un lusso, “quando ci sono tante cose più urgenti da fare”; e forse si potrebbe anche comprendere che una tale comunità, in preda all’infantilizzazione provocata dalla propaganda della paura, si rassegni ad aspettare le elezioni per un periodo di tempo indefinito. Tuttavia, questo modo di considerare i cittadini italiani – questa “comprensione” apparentemente così realistica e concreta, così bonariamente popolare – non potrebbe essere la maschera (o mascherina) di un atteggiamento di condiscendente degnazione, come se il popolo non fosse composto di individui autonomi, e come se ogni individuo non avesse la divina capacità di sorprendere se stesso e gli altri?

In effetti, ci sarà sempre chi, anche costretto a obbedire, trova impossibile obbedire con rispetto; ci sarà sempre chi rifiuta nel proprio cuore, non questa o quella compagine governativa, ma tutto questo tipo, questa “logica”, di governo. Rifiutare un governo nel proprio cuore può apparire a prima vista come un’idea ingenua, buona per far ridere i professionisti della politica. E invece no: questo rifiuto (riderà bene chi riderà l’ultimo) può essere la molla del cambiamento.

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