LETTURE/ Simone Weil, saper vivere ciò che non possiamo cambiare

- Francesco Roat

Il suo cammino esistenziale non fu mai lineare. Pensò a lungo la finitudine propria dell’uomo, fino a prefigurarne la trascendenza

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Simone Weil (1909-1943) (Foto dal web)

Molto si è detto e scritto su Simone Weil (1909-1943), intorno a questa eccentrica figura d’intellettuale francese tanto poliedrica quanto refrattaria a ogni collocazione ideologica, politica o religiosa. Di lei non pochi critici hanno sottolineato la contraddittorietà delle sue scelte: come quella d’esser passata dall’estremismo della militanza anarchica ad una conciliante posizione riformista, oppure quella di un radicalismo pacifista che non le impedì di schierarsi a fianco del Fronte Popolare durante la guerra civile spagnola, o ancora quella di dichiararsi senz’altro cristiana pur non aderendo minimamente al cattolicesimo, cui pure si sentiva vicina. Certo, il suo cammino esistenziale non fu mai lineare. Dalla cattedra liceale di filosofia la vediamo passare ad una penosa esperienza di lavoro in fabbrica; dagli scritti e dalle prese di posizione polemiche in ambito sociale eccola poi approdare ad uno sbocco mistico e quietistico. Come leggere dunque l’anticonformista Simone Weil?

Ci prova oggi Giancarlo Gaeta, proponendo ai lettori un’antologia di testi weiliani ‒ intitolata Pagine scelte (Marietti 1820) ‒ la quale può essere uno strumento ottimale per chi intenda avvicinarsi agli scritti di questa singolarissima autrice francese che fin dalla giovinezza considerò inscindibile il binomio individuo/società (inteso olisticamente come unitario organismo vivente), nella consapevolezza di come in Occidente ‒ dove, a suo dire, ormai l’individuo non conta più nulla e l’uomo si trova subordinato alle macchine ‒ è impossibile riformare alcunché se prima non si muta il sistema di produzione.

In altre parole si tratta di un’implicita accusa nei confronti del taylorismo, volto al conseguimento della massima produzione nel minor tempo possibile, disinteressandosi delle condizioni atomizzate ed alienanti del lavoro in fabbrica, dove l’operaio è visto dalla Weil come una sorta di schiavo. Marxismo, allora? No, certo, se per Simone le speranze rivoluzionarie sono una droga ed ella preferisce piuttosto suggerire il dettato kantiano di trattare l’uomo sempre come fine, mai come mezzo.

Una considerazione sulla “sventura” (malheur) mi sembra piuttosto possa rappresentare la cifra cruciale del pensiero di Simone. Sventura come emblema del limite, della precarietà e della finitudine propri di ogni umano. Per la Weil infatti l’accettazione del dolore e dell’apparente assurdità d’un vivere all’insegna del venir meno rappresenta la chiave utile a spalancare la porta su una dimensione altra: quella religiosa/spirituale; l’unica in grado di consentirci di non disperare dinnanzi al malheur ma di assumerlo come necessità ineludibile e di trasformare tale consenso in una sorta di libertà (dalle illusioni e dalle vane brame, quantomeno).

Non a caso l’attenzione della Weil in quanto sedicente cristiana si sofferma più sulla passione che sulla resurrezione di Gesù, giacché la croce è simbolo di un accettare/patire totalmente l’esistenza, prima ancora di una speranza oltremondana. Croce da cui fu gridata/denunciata dal Figlio l’assenza del Padre (“Dio mio, perché mi hai abbandonato?”). Assenza che in un certo qual senso ha inizio al momento stesso della creazione, allorché Dio abbandona mondo e creature alla dura legge della necessità attraverso un’abdicazione (kenosis) già avvenuta ben prima della morte del Giusto.

Ma è appunto attraverso un processo chiamato da Simone decreazione (décréation) che pure l’uomo, imitando Dio – il quale, secondo la Weil, nel creare l’universo ha compiuto un atto di rinuncia rispetto alla propria onnipotenza acconsentendo a non dominarlo – deve rinunciare all’io, all’egoismo, e a qualsivoglia pretesa velleitaria. Una rinuncia egoica totale che ricorda molto la Gelassenheit, l’abbandono a Dio del grande mistico tedesco Meister Eckhart. Ma essa ricorda anche lo stoicismo, il buddhismo e in generale un po’ il misticismo d’ogni epoca e latitudine, che fa della meditazione intorno alla morte il primo compito da affrontare per chi voglia aprirsi al divino. In quanto, paradossalmente, solo attraverso la morte – secondo la Weil – l’uomo potrà accedere all’immortalità. Il riscatto dalla sventura quindi passa per l’annichilimento dell’io e della tendenza accentratrice/predatrice. Perdita che sola ci consente di aprirci a un’ottica trasfigurata affinché possiamo cogliere la nuda bellezza del mondo universo.

E, quantunque normalmente ognuno sia portato a colonizzare/dominare l’altro da sé cercando di allargare sempre più la propria influenza sulle cose e sugli esseri, resta che questa brama si rivela puntualmente illusoria, se non altro perché al tempo (e al venir meno) non si può sfuggire. Stante tutto ciò, appare davvero suasivo l’invito weiliano a smettere di proiettarci nel futuro e di rimpiangere (o biasimare) il passato, badando a rimanere nella dimensione dell’hic et nunc, del qui e ora, qualunque cosa accada, imparando a vivere senza angoscia l’ineluttabile. È questa la contemplazione del mondo auspicata dalla mistica Simone, che si e ci chiede: “Quale dono più grande della morte poteva esser fatto alle creature?”. E risponde umilmente: “Soltanto la morte ci insegna che non esistiamo, se non come una cosa tra molte altre”.

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