LETTURE/ Sindbad il marinaio, la nostalgia è più forte di tutte le sventure

- Silvia Stucchi

Marietti 1820 ha da poco pubblicato un classico scomparso, “Sindbad il marinaio” nella traduzione di François Pétis de La Croix (1701)

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Da poco in libreria per Marietti 1820, Sindbad il marinaio. Traduzione inedita del 1701 di François Pétis de La Croix, a cura di Aboubakr Chraïbi e Ulrich Marzolph, rappresenta forse una delle più interessanti uscite degli ultimi mesi di questa casa editrice, oltre che una deliziosa trouvaille letteraria e antiquaria. Infatti, sino a non molto tempo fa, si riteneva, anche da parte di critici esperti de Le Mille e una Notte, che fosse stato Antoine Galland (1646-1715) – colui che, attraverso la sua traduzione francese (1704-1717), aveva fatto conoscere questa raccolta in Europa –, il primo, nonché l’unico, ad aver tradotto le avventure di Sindbad. Invece, il presente volume è basato su un manoscritto che rivela come fu l’amico e concorrente di Galand, François Pétis de La Croix (1653-1713) ad avere realizzato una traduzione delle avventure di Sindbad – che egli chiama Sindabad – giusto poco prima di Galland.

In verità Pétis de La Croix scrisse due versioni della traduzione delle avventure di Sindabad. La prima di esse, sulla quale è basato il volume di Marietti 1820, presenta soltanto il testo francese; questo manoscritto, conservato alla Biblioteca nazionale bavarese di Monaco (dove è inventariato con la segnatura di Cod. Gall. 799), conta 278 pagine ed è stato ultimato nel 1701, quindi tre anni prima della traduzione di Galland.

La seconda versione approntata da Pétis de La Croix, di oltre 300 pagine, è invece menzionata nei cataloghi di vendite di biblioteche appartenenti a studiosi e amanti della letteratura orientale, ed è descritta come un testo con il corpo in arabo, inframmezzato da note esplicative in latino, con traduzione francese a fronte e seguìto alla fine da un dizionario latino-arabo. Questa seconda versione era molto più adatta alle esigenze dei lettori che volevano cimentarsi seriamente in uno studio strutturato della lingua araba, ed era quella che forse Pétis de La Croix (che sarebbe stato anche il traduttore-adattatore dei racconti turchi noti con il titolo di I Mille e un giorno, 1710-1712) usava nelle sue lezioni al Collège Royal. Questo secondo manoscritto, iniziato nel 1701 e ultimato il 7 (o il 17) febbraio 1713, è però, purtroppo, andato perso, si spera non irrimediabilmente: e chi sa se da qualche collezione privata non riemergerà, prima o poi, a mo’ di prezioso cimelio.

La presente traduzione è basata su un manoscritto arabo, datato, secondo quanto afferma nell’ultima pagina Pétis de La Croix, 17 giugno 1672; ma poiché nulla sappiamo nemmeno di questo manoscritto, non possiamo sapere se la data si trovi nell’originale utilizzato dal traduttore o se Pétis de La Croix abbia adattato per il lettore francese una data dell’Egira. Le gesta di Sindabad, come che sia, sono rimaste inedite per secoli, per quanto riguarda questa versione, che solo ora viene data alle stampe. Nulla sappiamo circa le motivazioni che persuasero Pétis de La Croix, a inizio Settecento, a non pubblicare la sua traduzione: tale decisione potrebbe essere stata causata dalla semplicità dell’espressione e dello stile, semplicità che sembra voler riprodurre, più o meno letteralmente, il testo arabo, senza abbellimenti né fronzoli retorici, e che potrebbe avere indotto il traduttore a tenere come strumento di studio privato il manoscritto; oppure, Pétis de La Croix aveva intenzione di trasformare la sua traduzione in qualcosa di più ampio ed elaborato, come sembra suggerire la seconda versione, con il testo latino fra le righe e un glossario latino-arabo; o forse, più banalmente, Pétis de La Croix fu battuto sul tempo dai racconti su Sindbad tradotti da Galland, pubblicati nel 1704.

Le avventure di Sindabad provengono, almeno in parte, da storie di marinai, come quelle contenute nella raccolta nota come Il libro delle meraviglie dell’India (composto nella prima metà del X secolo); un’altra connessione possibile, ma ancora poco esplorata, potrebbe trovarsi in un classico della letteratura indiana, I viaggi del mercante Sanudasa, un personaggio che affronta un’avventura molto simile al secondo dei sette viaggi di Sindabad. La connessione con l’ambiente culturale indiano è notevole, in quanto tratto importante da sottolineare è che i viaggi di Sindabad si svolgono solo nell’Oceano Indiano, fra Malacca, le isole Andamane e Nicobare, Sumatra, Ceylon, le Maldive e le Comore, in un tempo in cui la Cina, dopo un massacro di mercanti stranieri nell’848, era di fatto sparita dall’orizzonte degli interessi dei mercanti arabi.

Se dovessimo chiederci chi sia Sindabad, potremmo definirlo senza difficoltà un uomo che sfida continuamente la morte: nelle sette avventure che egli racconta a un facchino (che ha udito lamentarsi della sua triste sorte), Sindabad si presenta infatti come un mercante ardimentoso che ha accumulato una fortuna da capogiro, esponendosi però a rischi e pericoli mortali, i quali trovano fra l’altro corrispondenza nei libri dotti del tempo sulla flora e la fauna misteriose dei luoghi esotici in cui il protagonista si avventura (ricordiamo, fra le creature fantastiche incontrate, almeno il gigantesco uccello Rouk).

Sempre sul punto di morire per le minacce connesse con i viaggi in isole e regni sconosciuti e spesso selvaggi, Sindabad è animato da una volontà di vivere tenacissima, che lo rende capace di resistere e sopravvivere anche nelle condizioni più ardue e disperate: prova ne sia la freddissima determinazione con cui, nel corso del suo quarto viaggio, egli si salva quando viene calato nella tomba della sua ricca compagna, perché in quel Paese è costume che il marito muoia di fame e sete accanto al cadavere della moglie.

Molte delle avventure di Sindabad ricorderanno per certo al lettore l’epica greca, in particolare i viaggi di Ulisse: è il caso del terzo racconto, in cui il protagonista si trova di fronte a un gigante cannibale, una sorta di Polifemo, dotato però di due occhi; ma ricordiamo anche il particolare, nel corso del quarto viaggio, dell’erba che, mangiata dai compagni di viaggio affamati di Sindabad, ha su di loro un effetto molto particolare, che non può non ricordare l’erba che Circe diede ai compagni di Ulisse.

Sempre, in tutti i casi, Sindabad, con la sua astuzia e il suo tenacissimo attaccamento alla vita, riesce a uscire da situazioni disperate, di contro ai compagni più avventati, meno riflessivi, meno ingegnosi (o semplicemente meno fortunati); e, ogni volta che, coperto di pietre preziose, o di beni materiali, egli fa ritorno a casa, pur potendo vivere nel lusso, viene assalito da un senso di nostalgia asfissiante per l’avventura e di tedio per l’esistenza tranquilla e senza soverchi scossoni, e così egli riparte nuovamente verso l’ignoto: un autentico novello Ulisse residente a Bagdad.

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