LETTURE/ Socialismo, l’utopia di un esperimento condannato a non funzionare

- Rainer Zitelmann

Il socialismo, anche nella sua versione “democratica”, ha fallito ovunque sia stato applicato. Anticipazione di un saggio di Rainer Zitelmann (Ibl libri)

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Il presidente del Venezuela Hugo Chavez (1954-2013) con Fidel Castro (1926-2016) nel 2006 in Argentina (LaPresse)

Nel corso degli ultimi cento anni, il mondo ha visto l’avvicendarsi di più di una dozzina di esperimenti socialisti, che si sono però conclusi sempre nello stesso modo. Il constatare che il socialismo si sia rivelato un modello fallimentare in qualsiasi paese, in qualsiasi forma e in qualsiasi tempo è quindi un semplice dato di fatto: in Unione Sovietica è stata applicata una variante del modello socialista, in Jugoslavia un’altra ancora, mentre il socialismo cinese era a sua volta una cosa ben diversa dal socialismo nordcoreano, come anche nel caso di quello venezuelano rispetto a quello cubano. La caratteristica comune a questi esperimenti si ritrova, quindi, nel fatto che hanno tutti avuto una conclusione fallimentare. Eppure, i suoi sostenitori continuano a giustificare questa lunga lista di insuccessi sostenendo che “l’idea era valida, semplicemente non è mai stata messa in pratica correttamente”.

Venezuela: il socialismo del XXI secolo

L’ultima volta in cui abbiamo visto i socialisti esaltarsi per uno di questi esperimenti è stato vent’anni fa, quando Hugo Chávez salì al potere in Venezuela. Gli intellettuali di sinistra di tutto il mondo erano pervasi dall’entusiasmo nel considerare il nuovo presidente venezuelano come il fondatore del “socialismo del XXI secolo”, e Chávez arrivò ad avere una sua cricca di ammiratori tra gli intellettuali di simili vedute persino negli Stati Uniti. Uno dei maggiori esponenti della categoria, Tom Hayden, scomparso nel 2016, diceva: “La mia previsione è che, col passare del tempo, il nome di Hugo Chávez verrà venerato da milioni di persone”. Un altro capo ultrà del fan club di Chávez in seno all’intellighenzia progressista era Cornell West, professore a Princeton, il quale una volta dichiarò: “Adoro il fatto che Hugo Chávez abbia fatto della lotta alla povertà una priorità assoluta. Vorrei che l’America facesse lo stesso”.

Non dissimili le parole della famosa giornalista statunitense Barbara Walters: “Chávez è un socialista, ha molto a cuore i poveri. Quello che sta provando a fare per tutta l’America Latina è esattamente ciò che si è tentato di fare per anni: eliminare la povertà. Ma lui non è quel pazzo che abbiamo sentito farneticare… in realtà si tratta di un uomo molto intelligente”. Tuttavia, anche questo esperimento ha alla fine portato alla povertà e alla dittatura. Nessun altro paese al mondo ha subito un’inflazione galoppante come quella che si è vista in Venezuela. Il 10% della popolazione ha già abbandonato il paese, mentre la parte restante sta morendo di fame, e il Venezuela è dovuto persino ricorrere all’importazione di benzina dall’Iran, nonostante si tratti del paese più ricco di petrolio al mondo.

Qual è stata, a questo punto, la replica dei socialisti? La solita che siamo abituati a sentire dopo ogni tentativo fallito: “scusate, ma quello non era vero socialismo”. Oppure, in alternativa, si incolpano gli Stati Uniti per aver imposto sanzioni, come se le economie della Corea del Nord o del Venezuela fossero mai state in condizione di poter prosperare anche a prescindere dalle sanzioni. Si tratta, ovviamente, di una totale assurdità.

La progressione degli eventi è sempre la stessa per ognuno di questi tentativi, come documentato da Kristian Niemietz nel suo Socialism. The Failed Idea That Never Dies. Nei primissimi stadi di ogni nuovo esperimento socialista, gli intellettuali di sinistra incensano il protagonista di turno. Ad esempio, alcuni tra i più famosi intellettuali occidentali decantarono Stalin e Mao, ma dopo il fallimento dei rispettivi esperimenti dichiararono “Beh, in fin dei conti quello non è mai stato il vero socialismo. Le cose andranno sicuramente meglio la prossima volta”. La domanda però è: cosa dovremmo pensare di un’idea che si è sempre rivelata fallimentare, e che ha causato la morte di più di 100 milioni di persone?

Socialismo democratico?

La seconda opzione per i socialisti è quella di provare il “socialismo democratico”. Suona bene, vero?

Ad oggi, il socialismo democratico ha guadagnato un ampio sostegno in seno a parecchi paesi occidentali – ad esempio tra le fila del Partito Democratico americano e tra i membri del Partito Socialdemocratico (Spd) e del Partito di Sinistra (Die Linkspartei) in Germania. In Gran Bretagna, invece, Jeremy Corbyn è stato la figura di spicco di tale corrente politica, ma ha passato la mano con la sconfitta incassata dal suo partito alle elezioni del 2019. Gli inglesi, in particolare, avrebbero dovuto avere più giudizio, dato che hanno già scontato sulla propria pelle i danni causati dal “socialismo democratico”. Nel 1945, quando il Partito Laburista vinse le prime elezioni del dopoguerra, fu effettivamente adottata una forma di socialismo democratico. Le politiche del Labour ricalcarono fedelmente ciò che Bernie Sanders e altri socialisti sperano di introdurre oggi in America: una tassazione estremamente pesante sui ricchi e un’ampia influenza dello Stato nell’economia.

Il governo britannico di allora tentò di prendere il controllo del settore privato. L’economista Arthur Shenfield disse, ironizzando, che “la differenza tra il settore pubblico e quello privato era che il settore privato era controllato dal governo, mentre il pubblico non era controllato da nessuno”. La Gran Bretagna divenne quindi l’esempio da manuale per l’implementazione della cosiddetta terza via tra comunismo e capitalismo. Margaret Thatcher, che all’epoca era una fervente critica di questo tipo di politiche e che in seguito introdusse la sua serie di riforme capitalistiche, una volta dichiarò: “a nessun’altra teoria di governo è mai stato concesso un esame più equilibrato o un periodo di sperimentazione più lungo in seno ad un paese democratico di quanto non sia stato accordato al socialismo democratico in Gran Bretagna. Eppure, ciò si è tradotto in un misero fallimento su tutta la linea. Anziché invertire la rotta del lento, relativo declino del paese rispetto ai suoi principali avversari sul piano industriale, l’ha accelerato. Siamo rimasti ancora più indietro, per finire nel 1979 ad essere liquidati da tutti come ‘il malato d’Europa’”.

L’economista tedesco Holger Schmieding, che visitò il Regno Unito per la prima volta da giovane negli anni 70, ricorda di essere rimasto scioccato dalle “terribili condizioni di vita nel paese. In molte case mancavano gli apparecchi che noi avevamo nelle nostre cucine, nelle nostre lavanderie e nei nostri salotti. La gran parte del paese appariva curiosamente fatiscente. Un sistema dei trasporti obsoleto e l’infima qualità di alcuni beni e servizi non faceva che rendere il tutto ancora peggiore. Al tempo, la Gran Bretagna era lontana anni luce dagli standard e dalle comodità a cui ero stato abituato a casa mia, o da quelli di cui avevo avuto il privilegio di godere qualche anno prima da liceale negli Stati Uniti. Se non fosse stato per il ricordo dei molti soldati britannici all’epoca stazionati vicino a casa dei miei genitori, nei pressi di Osnabrück, il mio primo viaggio in Inghilterra avrebbe potuto portarmi a chiedermi quale paese avesse veramente vinto la guerra”.

Fu solo dopo le riforme della Thatcher, messe in atto dopo la sua vittoria alle elezioni del 1979, che il Regno Unito – la patria del capitalismo – fu riportato sulla via dell’economia di mercato, e mettendo in pratica il suo programma di privatizzazioni, tagli delle tasse e deregolamentazione furono creati diversi milioni di posti di lavoro.

Il modello socialista svedese

Tra il 1965 e il 1976, l’epoca d’oro del socialismo democratico in Svezia, il numero degli impiegati pubblici salì da 700.000 a 1,2 milioni. Lo Stato intervenne sempre di più nell’economia, e furono create molte nuove autorità di regolazione. Nel 1960, per ogni 100 svedesi che ricevevano un reddito da lavoro nel settore privato ce n’erano 38 che lo percepivano dallo Stato, per poi arrivare, nel 1990, ad una proporzione di 151 svedesi che percepivano la maggior parte dei propri redditi dallo Stato ogni 100 lavoratori del privato.

Il socialismo ha danneggiato seriamente l’economia svedese, causandone il declino e portando numerosi imprenditori a un livello di frustrazione tale da spingerli ad abbandonare il paese. Uno di questi era Ingvar Kamprad, il fondatore di Ikea, che emigrò in Svizzera per trovare riparo dalla pesantissima imposizione fiscale svedese sui patrimoni.

La Svezia di oggi non è più un paese socialista – per quanto la pressione fiscale sia ancora molto alta nonostante sia stata applicata tutta una serie di tagli – infatti, stando alla classifica della Heritage Foundation sui paesi più economicamente liberi al mondo, la Svezia si piazza tra i primi venti.

L’esperimento del “socialismo democratico” è insomma anch’esso fallito, tanto in Gran Bretagna quanto in Svezia: gli unici risultati che vi si possono ascrivere sono l’esplosione della disoccupazione e l’abbassamento dei tassi di crescita a livelli miserevoli, quindi la capacità di portare un paese alla paralisi perché attanagliato dagli scioperi e di abbassare drasticamente le condizioni di vita generali della popolazione. In entrambi i paesi in questione, col tempo la gente ha deciso di voltare le spalle al “socialismo democratico”, accettando riforme d’indirizzo capitalista che hanno infine restituito al paese il benessere perduto.

Che dire, quindi, del socialismo? Semplice: che non ha mai funzionato, in nessuna delle sue forme. Nemmeno quelle “democratiche”.

L’articolo si basa sui contenuti del libro “La forza del capitalismo. Un viaggio nella storia recente di cinque continenti”, di Rainer Zitelmann, pubblicato da IBL Libri, la casa editrice dell’Istituto Bruno Leoni. Traduzione dall’inglese di Veronica Cancelliere

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