LETTURE/ Testimone e martire, il bello di vedere ciò che salva

- Moreno Morani

In molte lingue la parola per “testimone” contiene la radice che indica il vedere. Senso che si conserva anche nel greco mártyr

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Lunetta di San Lorenzo, Mausoleo di Galla Placidia, Ravenna (V sec.)

Testimone testimonio è chi è stato presente a un fatto e riferisce ciò che ha visto (testimone oculare) o sentito. Il punto di riferimento per l’etimologia è il latino testimonium, che però indicava l’attività, mentre in italiano testimonio è la persona che riferisce i fatti: questo ha obbligato l’italiano a creare un nuovo derivato (testimonianza) per indicare l’attività. A sua volta testimonium è una derivazione, per mezzo di un suffisso –monium che indica appunto attività, da testis, di cui abbiamo un’etimologia del tutto sicura: il confronto con diverse parole di altre lingue dell’Italia antica permette di ricondurre testis a una forma originaria *tri-st-is, da analizzare in tri-, la radice del numerale “tre”, più la diffusa radice del verbo stare: il testimone è quindi chi si colloca come terzo tra due contendenti ed è in grado, col suo racconto dei fatti, di determinare in un senso o nell’altro l’epilogo di una lite o di un processo. La stessa idea di testis si ritrova in uno dei termini sanscriti per indicare il testimone, madhyastha-, colui che sta nel mezzo (madhya-).

Altro derivato di testis con diverso suffisso è testamentum, parola che ha avuto una sua storia che qui non possiamo seguire.

In molte lingue la parola per “testimone” contiene la radice che indica il vedere: così nell’inglese wit-ness, nello svedese be-vitna, nell’irlandese finné, nel russo svidetel’, termini tutti che si rifanno, con svariate suffissazioni o normali alterazioni fonetiche, alla radice indoeuropea weid– che indica sia il sapere sia il vedere. In sanscrito il termine usuale per “testimone” è sākṣi– che propriamente vale “avente l’occhio”: e con ciò rientriamo sempre nell’idea del testimone come persona che ha visto un fatto.

Infine il greco: in greco “testimone” si dice mártyr. Questa parola ha normalmente il senso strettamente giuridico di “testimone in un processo”, ma sono frequenti, fin dai testi più antichi, espressioni ove sono gli dèi a essere invocati come testimoni nelle preghiere o nei giuramenti (mártyros Zeús “è testimone Zeus” per esempio in Omero).

Col cristianesimo mártyr indica qualunque realtà, persona od oggetto, contribuisce a richiamare la verità della salvezza: la Chiesa, i santuari, gli angeli, la Scrittura, Dio stesso. Ma soprattutto la parola assume un senso specifico per indicare gli uomini che hanno testimoniato la fede fino all’effusione del sangue e alla morte: martyres testantur et contemnunt mortem, non secundum infirmitatem carnis, sed secundum quod promptus est spiritus “i martiri danno testimonianza e disprezzano la morte, non secondo la debolezza della carne, ma in quanto il loro spirito è pronto”, ci dice Ireneo di Lione (Contro le eresie, V 9, 2). Accanto a quella dei martiri vi è poi la categoria dei confessori, che per aver testimoniato la fede hanno subito patimenti fisici ma senza perdere la vita.

La parola viene poi assunta in latino fin dai primi scrittori cristiani nella forma martyr. Nella traduzione latina dell’Apocalisse (17, 6) vidi mulierem ebriam de sanguine sanctorum et de sanguine martyrum Iesu “vidi una donna ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù”. Da martyr è tratto il derivato martyrium, per esempio in Tertulliano ad martyrii palmas gloriare “vàntati della palma del martirio” (de spectaculis 29).

Con la piena integrazione della parola greca nel lessico il latino ha la possibilità, che il greco non conosceva, di affiancare alla normale parola per “testimone” un termine che indica una modalità speciale e privilegiata di testimonianza della fede fino al sacrificio di sé. La parola è poi utilizzata anche in ambito non religioso, ma sempre con l’idea della suprema rinuncia alla vita in nome di un valore ritenuto superiore (martire dell’idea o della libertà). Martire è parola comune in lingue europee romanze, germaniche (inglese, svedese martyr), celtiche (irlandese mairtíreach), ma si ritrova anche in lingue di contrade remote dell’Asia e dell’Africa.

Una storia a sé hanno le lingue slave: “martire” in russo si dice mučenik, derivato da muka “tormento, tortura”: accanto a questa parola abbiamo muka “farina”: non è escluso, anzi è probabile, che le due parole siano connesse, in grazia di quei salti di significato che spesso le lingue ci presentano (l’idea sarebbe quella del triturare in modo completo, propriamente o metaforicamente).

Il Santo Padre nell’Angelus del 26 dicembre ci ha insegnato che S. Stefano “è il primo martire, cioè il primo testimone, il primo di una schiera di fratelli e sorelle che, fino ad oggi, continuano a portare luce nelle tenebre”. Questo dunque per il cristiano il significato di martire martirio. L’analisi linguistica ci mostra quanto l’idea veicolata da questa parola specificamente cristiana si sia diffusa fino ad abbracciare popoli e culture lontane in una dimensione ecumenica.



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