LETTURE/ Una profezia (realizzata) di Tocqueville: attenti al conformismo democratico

- Angelo Campodonico

La democrazia è storicamente la migliore forma di governo, ma contiene dei rischi: una falsa idea di inclusione, l’immanentismo e il conformismo

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Il sì della Camera al Governo Draghi (LaPresse)

Che la democrazia come sistema politico sia in crisi nell’epoca dei sovranismi è un tema assai dibattuto come dimostra, per esempio, il prossimo numero di Nuova Atlantide, anche se per lo più si concorda tranquillamente con l’osservazione di Churchill secondo cui la democrazia “è la peggior forma di governo eccettuate quelle che sono state sperimentate finora”.

Ciò su cui si discute meno è se la democrazia, con la sua insistenza sull’eguaglianza (ad ogni individuo un voto), oltre ad avere innegabili pregi cui non saremmo disposti a rinunciare, possa esercitare alla lunga dei condizionamenti anche discutibili sulla nostra visione complessiva della vita. A questo pensava uno dei più grandi filosofi politici dell’Ottocento, Alexis de  Tocqueville, peraltro egli stesso fautore della democrazia, quando scriveva dopo aver conosciuto di persona la società degli Stati Uniti d’America:

“Se trovassi un sistema filosofico secondo il quale le cose materiali e immateriali, visibili e invisibili, racchiuse nel mondo non sono più considerate che come parti diverse di un essere immenso, che solo resta eterno nel mezzo del cambiamento continuo e della trasformazione incessante di tutto ciò che lo compone, non avrei difficoltà a concludere che un simile sistema, sebbene distrugga l’individualità umana o, piuttosto, perché la distrugge, avrà delle attrattive segrete per gli uomini che vivono nelle democrazie […] Esso attrae naturalmente la loro immaginazione e la fissa, alimenta l’orgoglio del loro spirito e accarezza la loro pigrizia. Fra i differenti sistemi per mezzo dei quali la filosofia cerca di spiegare l’universo, il panteismo mi sembra uno dei più adatti a sedurre lo spirito umano nei secoli democratici; è contro di esso che tutti coloro i quali sono persuasi della vera grandezza dell’uomo debbono riunirsi a combattere”.

Colpisce l’attualità di questa profezia di quasi due secoli fa che vede in una concezione unitaria e confusa della totalità dell’essere – la quale di fatto si oppone alla fede in un Dio trascendente e creatore del mondo e dell’uomo “a sua immagine” –, un possibile esito dell’assolutizzazione della democrazia intesa come forma di organizzazione sociale e non solo come regime politico.

Se oggi sono del tutto evidenti i limiti dei tradizionali regimi aristocratici, innanzitutto la rigidità della divisione della società in classi, l’ingiusta impossibilità dell’ascesa sociale da parte dei ceti inferiori, delle donne ecc., e, sul piano della visione della vita, la tendenza a pensare il mondo e la società in maniera gerarchica, il filosofo francese evidenzia in questo passo i possibili condizionamenti esercitati dalla democrazia sul piano della visione della realtà e della vita. Ciò è tanto più interessante perché quasi nessuno giustamente pensa di disfarsi della democrazia come sistema politico che garantisce l’alternanza dei governi per “tornare indietro”. Ma quali potrebbero essere in concreto questi rischi “teorici” insiti nella democrazia?

Oggi forse possiamo prenderne maggiormente coscienza. Essi consisterebbero nel confondere l’uguaglianza in dignità con l’uguaglianza di capacità, nel favorire cioè una visione confusiva della realtà che appiana le differenze individuali che pure esistono fra gli uomini, ma anche fra uomini e animali, all’insegna del “perché non anche loro?”, fino a favorire surrettiziamente una visione panteista o materialista che è di diritto una delle metafisiche possibili, ma certo non l’unica.

Ciò spiegherebbe anche l’interesse da tempo in Occidente per le religioni e metafisiche dell’Estremo Oriente e le battaglie per l’ecologismo e l’animalismo che hanno indubbiamente sottolineature assai positive. Tuttavia, se portata all’eccesso, questa concezione egualitaria e orizzontale della realtà tenderebbe a rigore a minimizzare le differenze pur sempre esistenti, per esempio fra chi è competente e chi non lo è (come nel caso del 18 politico o della discussione sui vaccini), fra i sessi, trascurando la biologia, fra popoli e culture come se l’universalismo potesse appianare le diversità culturali, e anche fra l’uomo e gli altri animali non scorgendosi più con nettezza la specificità umana.

L’invito che può venire tuttora da questo provocatorio passo del filosofo francese è quello a usare la ragione con attenzione piegandola all’esperienza e a difendere l’individualità, la concretezza, il caso specifico, il dettaglio, i dati della ricerca sperimentale, senza adottare facili schemi semplificanti. Si tratterebbe di affermare i diritti (e i doveri) di ciascuno, ma senza equiparare tutto e tutti sullo stesso piano, pensandoli come interscambiabili. A rigore a questo livellamento si oppone il liberalismo in quanto tale (Tocqueville era un liberale con simpatie per il teismo), ma non il conformismo “democratico” di una libertà appiattita a priori entro opzioni prestabilite, come accade paradigmaticamente al supermarket.

In sintesi: se la tradizione ebraico-cristiana ci ha sollecitato a non farci degli idoli e la filosofia occidentale a discutere criticamente i presupposti impliciti di ogni concezione della realtà e della vita, neppure la democrazia come tutte le cose umane può essere assolutizzata senza essere consapevoli dei suoi possibili rischi.

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