LETTURE/ Universale, persona, nuova convivenza: il bene comune è ancora possibile

- Andrea Caspani

Nel suo ultimo lavoro, “Universale, plurale, comune. Percorsi di filosofia sociale”, Francesco Botturi traccia una via d’uscita dalla crisi del nichilismo

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Ambrogio Lorenzetti, Allegoria del buongoverno (particolare) (1338-39)

Un recente testo di filosofia sociale (Francesco Botturi, Universale, plurale, comune. Percorsi di filosofia sociale, Vita e Pensiero, 2019) ci costringe a risalire alle radici culturali del nichilismo oggi imperante che tenta di affermarsi come l’unico regime che legittima le differenze antropologiche e sociali senza sovrastrutture ideologiche.

Ma, osserva acutamente Botturi, come può consistere una società senza un orizzonte universale di senso capace di unificare la pluralità delle esperienze sociali?

Per cercare l’origine del processo epocale in atto, occorre risalire alla dinamica del processo di secolarizzazione dell’universale cristiano messo in opera dalla modernità.

L’umanesimo cristiano è infatti caratterizzato dal riconoscimento che il divino si è incarnato nell’unità di una persona, Gesù Cristo, è diventato cioè un evento singolare che sostiene una prospettiva universale. L’incontro con l’avvenimento cristiano ha generato un nuovo tipo di conoscenza e di cultura di tipo universale (che ha saputo ricomprendere la ricerca razionale del vero, del giusto e del bello degli antichi) che è al contempo capace di mettere in relazione le realtà e le conoscenze particolari con l’universale.

Distinguendo, come fa ormai tutta la storiografia più aggiornata, tra prima e seconda modernità, Botturi osserva che è la seconda modernità (fondamentalmente dall’illuminismo in poi) a costituire “un tentativo eccezionalmente creativo di risposta” a quella crisi che è già emergente nel Seicento, come sviluppo dello “scandalo” per la rottura dell’unità cristiana e per le conseguenti guerre di religione che non rendono più affidabile come inglobante unitario un cristianesimo che invece di unire divide e separa anche con violenza.

Tutta la seconda modernità non va quindi compresa come la proposta di trascrizione secolarizzante dell’universale cristiano, ma va interpretata come una “rottura” delegittimante l’inglobante cristiano a cui vuole sostituire un nuovo inglobante secolare, nella prospettiva di “una rinnovata universalizzazione del mondo, nello sforzo di un’inedita razionalizzazione (scientifica/politica) o in quello di una progressiva manipolazione empirica (tecnica)”.

Le dialettiche interne al processo secolarizzante finiscono però per avere un effetto paradossale sull’opera di ricostruzione dell’universo-mondo sulla base di valori razionalistici: l’ateismo ottocentesco depotenzia drasticamente la portata universale della sua pretesa innovativa (sia essa scientista e/o rivoluzionaria) e il nichilismo (lo coglie bene per primo Nietzsche) si afferma come l’esito del radicalismo ateo.

Così l’abbandono di ogni tentativo di universalizzazione diviene la premessa per l’affermazione autoreferenziale del valore di ogni differenza, che però così diventa pura e semplice ingovernabilità di ogni espressione particolare individuale. L’affermazione del radicalismo individualista nichilista costituisce di fatto la smentita del nuovo progetto universalizzante della modernità.

Questa visione non conduce comunque in genere al tentativo di superare le contraddizioni della modernità, perché si accompagna all’accoglimento acritico della novità della globalizzazione che, con la sua pretesa tecnica universalizzante e l’innegabile capacità di produrre sempre nuovi beni con efficacia ed efficienza, “può apparire facilmente come una superiore risposta pacificante alla crisi odierna dell’universale”, favorendo anzi l’affermazione di una mentalità tecnicistica che conduce verso la tecnocrazia. Ma, nota l’autore, “l’universalità tecnologica è dei mezzi, delle strutture, degli apparati, dell’efficienza produttiva e organizzativa, non della convivenza e delle sue ragioni, dei rapporti e dei legami sociali, delle culture, del bene comune; in sintesi il globo delle tecnologie non è il mondo delle relazioni”.

Di conseguenza una gestione di tipo tecnocratico della vita sociale non può sostituire il governo politico e tantomeno un autentico sistema democratico “senza gravi mutilazioni della vita associata”, e soprattutto il mondo della globalizzazione non può sostituire, se non ideologicamente, l’esigenza razionale di individuare un nuovo inglobante culturale capace di mettere in relazione principi universali umanistici con la pluralità delle diverse esperienze sociali.

È dalla riaffermazione della struttura relazionale della persona che si dipana il filo della pars construens del testo che, attraverso vari “sondaggi”, mira a ricostituire una teoria del legame sociale che superi i limiti dell’idea di individuo secolarizzato e immunizzato rispetto alla sua appartenenza comunitaria oggi prevalente, riscoprendo il valore fondativo del riconoscimento per l’identità relazionale degli individui e l’importanza del riemergere dell’istanza di comunità a livello sociale, istanza che esprime “il desiderio di ‘mondo della vita’ e la ricerca di una possibile risorsa-base per una società civile consapevole del suo nuovo ruolo storico”. L’’idea comunitaria, sostiene l’autore, in quanto sintesi concreta di universalità e di particolarità, potrebbe riaprire la prospettiva antropologica e politica umanistica.

Su questo punto l’autore delinea alcune linee direttrici per il lavoro di ricostruzione di “un’idea ben fondata e coerente di comunità da parte di un soggetto postmoderno”, atta ad evitare le derive delle molte forme comunitarie contemporanee, che sono “di fatto versioni collettive di pulsioni e proiezioni individualiste”, evidenziando il valore ermeneutico sul piano antropologico e sociale della presenza “di luoghi e tradizioni rigenerative della capacità relazionale”.

Il libro sviluppa poi un’analisi critica delle principali problematiche della vita sociale attuale, esaminandone quasi tutti i “nervi scoperti” sul piano teoretico, dal senso autentico della laicità ai limiti del multiculturalismo liberale di impronta rawlsiana (e reciprocamente del neocomunitarismo di Macintyre), e infine svolge una preziosa puntualizzazione sull’importanza e sul senso autentico del bene comune, visto come possibile stella di riferimento per navigare più consapevolmente nell’agitato mare della vita sociale della postmodernità, alla ricerca di un nuovo orizzonte per la convivenza umana, rispettoso insieme dell’universale dignità dell’uomo e della pluralità delle tradizioni culturali e sociali della nostra attuale società multiculturale.

Il volume è stato recentemente presentato al Centro Culturale di Milano. Qui il video

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