LETTURE/ “Visione verticale”: quando l’alpinismo diventa storia

- Alberto Trevissoi

Alessandro Gogna è in libreria con una nuova storia dell’alpinismo, “Visione verticale”. Il cuore batte sempre per il “nuovo mattino”

montagna_dolomiti_1_pixabay
Particolare del gruppo del Civetta, nelle Dolomiti (Pixabay)

In questa lunga estate post-emergenza pandemia, il desiderio di tornare sui monti è tanto e i banchi delle librerie lo alimentano con guide nuove e vecchie di escursioni e arrampicate. In mezzo c’è anche, e subito attrae, nientemeno che una piccola storia dell’alpinismo. Da molti anni non se ne vedeva una nuova, e l’autore ha fatto lui stesso la storia dell’alpinismo, con le sue prime ascensioni in genere su pareti enormi e poco frequentate, dalle Grandes Jorasses alle Pale di San Lucano. È Visione verticale (Laterza) di Alessandro Gogna: il suo Sentieri verticali degli anni 80 resta uno dei più bei libri alpinistici mai scritti.

Ci sono tanti modi di andare sui monti, dalle camminate nei boschi al free solo sul Cerro Torre, tutti ugualmente importanti, e ci sono in fondo tre modi di rappresentarli, tutti emozionanti. La montagna descritta, come gli acquerelli di Compton o le fotografie di Ansel Adams o anche una bella guida di andar per rifugi. La montagna vissuta, ed ecco Le mie montagne di Walter Bonatti, per intenderci. E la montagna pensata, dove fatti, personaggi, tragedie, polemiche, diventano ipso facto materia di riflessione e discussione. I libri e gli interventi di Gogna (a cominciare dal suo blog) ne sono un esempio.

Questa storia dell’alpinismo si chiede come e perché si scalano le montagne e insegue le risposte date da tanti protagonisti che da due secoli e mezzo hanno vissuto e spesso sono morti su rocce e ghiacci verticali. Soprattutto alcuni, è evidente un capitolo dopo l’altro, affascinano Gogna, perché dopo tanti anni si è capito che erano in qualche modo visionari in grande anticipo sui loro tempi. Albert Frederick Mummery, ironico, disincantato e formidabile. Angelo Dibona, re del quinto grado e precursore del sesto. Hermann Buhl, eroe solitario del Nanga Parbat ma non solo. Renato Casarotto, Michelangelo dell’alpinismo autore di imprese misconosciute e grandissime. Peter Boardman e Joe Tasker, una delle cordate migliori di tutti i tempi, morti sull’ultima cresta dell’Everest non lontano da dove un secolo fa scomparvero Mallory e Irvine. Il corpo di Boardman fu poi rinvenuto ed è rimasto lassù, come per Mallory, quello di Tasker mai ritrovato. Come per Irvine.

Ma più di tutti Gian Piero Motti, di cui Gogna era amico. Scopritore di pareti nelle sue amate valli piemontesi, Motti era soprattutto il filosofo e lo psicologo dell’alpinismo, e i suoi articoli hanno fatto epoca: I falliti, Il nuovo mattino, Le antiche sere… Così come la sua memorabile Storia dell’alpinismo. Indagava sempre sul senso dell’alpinismo e sul senso stesso della vita. Non lo trovò, quel senso, e scelse di non vivere più.

© RIPRODUZIONE RISERVATA