L’EUROPA ALLA DRAGHI/ Il nuovo “whatever it takes” contro gli errori di Ue e Ema

- Gianluigi Da Rold

Nella conferenza stampa di giovedì Draghi non ha risparmiato perplessità su come Ue ed Ema stanno gestendo il caso AstraZeneca e i rapporti con Big Pharma

vonderleyen 6 lapresse1280 640x300
Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea (LaPresse)

Sembra incredibile la capacità dell’Unione europea di fare del male a se stessa. La fiducia e la spinta verso un europeismo quasi militante erano cresciute negli ultimi mesi. E in effetti, sebbene mancassero ancora i passaggi decisivi verso, non tanto, una grande federazione, ma almeno una confederazione, qualche passo in avanti era stato compiuto.

Lo scoppio improvviso, violento e tragico della pandemia del Covid-19 aveva ricompattato, anche in piena Brexit, un’Europa sempre troppo differente al suo interno, divisa e “pilotata” da Francia e Germania in modo molto spesso irritante, così come avvenne dopo la crisi finanziaria, non quella dei “debiti sovrani” come qualcuno cerca di definire, quasi mascherando la spericolata speculazione sui mercati esplosa nel 2008, con il ruolo irresponsabile delle banche e il ricorso sistematico ai derivati.

E’ stato il Recovery Fund, poi ribattezzato Next Generation Eu, a fare un passo decisivo in avanti, a ridare fiducia all’Europa e all’europeismo, con una mole di aiuti che molti hanno paragonato al “piano Marshall” americano dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

La svolta, tra l’altro, era inserita in un’altra rete di aiuti e di facilitazioni, ma soprattutto verso la possibile mutualità del debito che, per la prima volta, facevano vedere la realizzazione di una ormai antica possibilità: il varo dei famosi eurobond. Veniva così parzialmente anche dimenticato il dumping incredibile della fiscalità, quello del costo del lavoro tra paesi dell’Ue, che ha differenze stridenti, e persino la centralità dell’euro, della moneta, rispetto alla grande costruzione politica e con una forma di nuova statualità, continentale e sovranazionale.

Per mesi, dalla prima ondata del Covid-19, si è andati avanti con questa speranza. Poi, nel momento della ricerca scientifica sui vaccini, quindi nei contratti internazionali con le Big Pharma per una campagna vaccinale europea, infine per una coralità di risposta sanitaria, l’Europa si è ripersa nel particolarismo e poi in un irresponsabile burocratismo. E naturalmente ha riperso gli europeisti che si erano ricreduti.

Forse, il momento più accettabile che l’Europa sta attraversando adesso, è rappresentato proprio dall’azione di un uomo come Mario Draghi, il premier italiano, che, nonostante le oziose discussioni mediatiche, ha impresso una svolta all’azione del governo italiano, con la prudenza di mantenere compatta una delle maggioranze più incredibili e contraddittorie della storia del Paese e nello stesso tempo indicando obiettivi precisi, partendo proprio dalla campagna vaccinale, che interessa sia l’Italia che l’Europa intera.

Secco e preciso nelle sue argomentazioni, Draghi non ha risparmiato nella conferenza stampa fatta giovedì i problemi da affrontare e le critiche da muovere. Fin dal suo primo incontro con i giornalisti, l’uomo del “whatever it takes”, che salvò come presidente della Banca centrale europea, nonostante i mugugni tedeschi, l’euro, non aveva risparmiato critiche all’Unione europea, quando disse esplicitamente: se il coordinamento europeo andava bene nella campagna vaccinale si seguiva questa linea, ma se non andava bene “ognuno doveva fare per conto suo”.

Era un segnale da vero europeista, uno che critica per migliorare, cercando di raggiungere il bersaglio che si è prefissato all’interno di un contesto politico che in questo momento storico non si può certamente mettere in discussione.

Per questa ragione, giovedì Draghi si è soffermato quasi con una battuta ironica sulla questione dei “contratti” stipulati dall’Unione europea con le Big Pharma. Si è limitato a dire, con un sorriso accennato, quasi sarcastico: speriamo che i prossimi contratti siano migliori, anzi crediamo che debbano essere senz’altro migliori.

Questo aspetto delle risposte di Draghi è stato abbastanza trascurato dalla “unanimità” dei grandi media italiani. Pazienza, Non crediamo che Draghi, con la sua personalità, abbia risentito di questi “buchi” mediatici.

Ma il nostro Presidente del Consiglio ha toccato diversi argomenti. Con le sue risposte razionali e precise, senza alzare la voce o dare in escandescenza, ha dato una “stoccata” ai “furbetti”, ma sarebbe meglio dire ai furbastri del nostro Paese, che hanno aggirato la fila dell’età, per andarsi a farsi vaccinare in nome di “professioni” certamente utili, ma non certo esposte, in questo periodo, al pericolo del contagio rispetto ai “fragili” e agli “anziani” che costituiscono la maggioranza del tragico conteggio di morte di queste giornate.

Non si è fermato solo a questo Draghi. Al contrario di quanto molti pensano e, nonostante il suo ondeggiante pensiero economico, Draghi ha un senso politico molto superiore rispetto agli andazzi di questi tempi. Giovedì ha dato alcune “lezioni” di politica.

Erdogan? Draghi non si scompone: è un dittatore. I libici? Certamente non hanno spirito umanitario nell’“ospitare” i profughi. Ma il problema è anche che, con questi personaggi discutibili sul piano morale, sul piano politico occorre trattare.

E non bisogna sbagliare, dire stupidaggini come da vent’anni fanno i grillini di tutte le bandiere italiane, perché altrimenti si commettono errori. E gli errori in politica, come spiegava Talleyrand, sono peggio dei delitti perché coinvolgono milioni di persone.

Ma il senso politico di Draghi è stato, se si può dire, ancora superiore giovedì scorso. Perché ha deciso di dare quella conferenza stampa? C’era una ragione precisa: cercare di tranquillizzare gli italiani, dopo le manifestazioni sempre più insistenti che avvengono in tutte le città e, dall’altro, invitare a farsi vaccinare senza timore.

In effetti, sono state due le mosse di Draghi: da un lato, ha cercato di rassicurare il Paese, precisando che raggiungerà i livelli di vaccinazione prefissati dal “suo” generale Figliuolo e quindi, con la dovuta accortezza, non ha risparmiato alcune perplessità su quello che ormai può essere chiamato “l’affare AstraZeneca” gestito dall’Unione europea.

In quest’ultimo caso, siamo quasi all’incapacità di un organismo come l’Ema, l’Agenzia europea per i medicinali, che ha letteralmente seminato il panico nell’opinione pubblica sul cosiddetto “vaccino di Oxford”, con migliaia di persone che si rifiutano di sottoporsi a questa scelta contro il Covid.

Difficile comprendere perché l’Ema abbia riservato un tale trattamento da “vaccino di serie B” ad AstraZeneca, che sta praticamente mettendo in sicurezza la Gran Bretagna. Si dicono e si fanno tanti retroscena, che assomigliano a complotti commerciali, piuttosto che a scrupoli medici.

Ma questa purtroppo è l’Europa che ogni tanto si rivela in tutta la sua debolezza burocratica e sovranazionale, perdendo inevitabilmente consensi non solo in Italia.  Draghi, in questo caso, ha speso un altro “whatever it takes”: “Io mi sono vaccinato con AstraZeneca e anche mia moglie”. Speriamo che gli vada bene.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

© RIPRODUZIONE RISERVATA