Liana Milella, intercettazioni con Palamara/ “Niente merende, solo una fonte: basta!”

- Claudio Franceschini

Liana Milella torna sul caso delle intercettazioni pm-giornalisti: le sue conversazioni con Luca Palamara non nascondono altro se non lo sforzo di far parlare una fonte, così si è difesa.

Luca Palamara udienza lapresse 2020
Il magistrato Luca Palamara (LaPresse)

In questi giorni, diciamo pure per tutto il mese di maggio, si è parlato spesso e volentieri delle intercettazioni di conversazioni tra il magistrato Luca Palamara e vari giornalisti o personaggi pubblici, dialoghi che sono stati dati in pasto alla stampa. Di queste ha parlato anche Liana Milella, penna di Repubblica: già lo scorso 4 maggio La Verità aveva riportato stralci delle conversazioni tra lei e Palamara, poi altri quotidiani avevano fatto seguito con accuse anche pesanti, per esempio quella de Il Riformista che dice come i giornalisti più importanti parlassero con il magistrato partecipando “alle operazioni politiche in corso per determinare i nuovi equilibri nella magistratura”. Ora, una delle dirette interessate ha deciso di rispondere in prima persona e si è affidata al suo blog personale Toghe per dire la sua.

INTERCETTAZIONI PM-GIORNALISTI, PARLA LIANA MILELLA

Liana Milella ha iniziato citando appunto i quotidiani che hanno dato risalto alle intercettazioni, e poi ha proseguito esplicitando il fatto di fare la giornalista da 40 anni. “Non consento a nessuno di sporcare la mia storia” ha scritto, dicendo di esserne fiera. Riguardo il nome comparso nelle intercettazioni di Palamara – che sono state depositate a Perugia – per la Milella è un fatto ovvio seguendo il Csm e la politica della giustizia; “nella primavera del 2019 l’argomento più gettonato a palazzo dei Marescialli era chi avrebbe occupato la poltrona di procuratore di Roma dopo Pignatone”. Ricorda, la giornalista, che all’epoca Palamara non faceva più parte del Csm ma era un magistrato “intervistato ovunque”, una fonte che anche la penna di Repubblica utilizzava per scrivere i suoi articoli, come quello che cita del 24 maggio appunto sul destino di Roma.

“Con questa fonte io ho avuto delle normalissime conversazioni” si difende la Milella che poi, riferendosi ad un titolo comparso nei giorni scorsi, dice che di mezzo non ci sia stata alcuna “merenda”, solo la fatica di scovare dei retroscena e la fatica che il cronista onesto deve fare per scrivere un articolo ogni giorno. “Nessun patto. Nessun favoritismo. Solo notizie”. La giornalista ha poi ricordato che all’epoca Palamara era un magistrato di Unicost e aveva fatto domanda per la procura di Torino, per cui lei gli aveva chiesto dove preferisse andare. “Ti metto a Torino?”, questa la formulazione. Oggi, la Milella si chiede invece cosa ci sia di tanto “infame” in una domanda del genere. E dunque parla di scorrettezza da parte di chi oggi cerca di colpire “chi si è sempre battuto per la trasparenza delle carte giudiziarie, per la piena pubblicazione, anche delle intercettazioni”. La giornalista conclude dicendo che nei dialoghi avuti con Palamara risulterà soltanto lo sforzo profuso nel convincere una fonte a parlare. “Certo, per chi da decenni scrive solo commenti capisco che il dialogo può risultare da extraterrestre”.

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