Didattica orientativa: un’esperienza nella scuola secondaria di primo grado

- Monica Bottai

Come scegliere le superiori? Il tentativo di un orientamento formativo e non solo informativo in cui la disciplina diviene strumento di apprendimento. Di MONICA BOTTAI

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Paesaggio reggiano - Pietra di Bismantova - Foto Juza

Una docente, ricordando gli anni trascorsi presso l’Istituto Comprensivo di Toano (RE), ci racconta come e perché è nato il “Progetto Ponte”: dal rapporto di grande amicizia e stima con la dirigente, Silvia Razzoli, dai dialoghi vivaci e costruttivi tra loro sulle tante questioni e problematiche della scuola, dei ragazzi, della vita stessa.


Affrontando il periodo deputato alla scelta della scuola superiore di secondo grado coi ragazzi dell’ultimo anno, la dirigente ed io ci accorgevamo sempre di più come ciò su cui i ragazzi non puntavano mai l’attenzione fosse se stessi, volevamo invece riportare il loro sguardo su quell’unico punto da loro così ignorato, l’io; punto senza il quale ogni criterio di giudizio perde consistenza e diventa formale. Ma se volevamo seguire questa strada, dovevamo anche riconoscere che la loro scelta non era guidata adeguatamente: poco tempo, attività informative (non formative), scarso dialogo con le famiglie, separazione fra didattica e momenti specifici di attività orientative. Così, condividendo il desiderio di offrire ai nostri ragazzi un percorso strutturato e formativo per sostenere le loro scelte, abbiamo pensato di creare qualcosa di diverso che rispondesse a tali mancanze e potesse accompagnare i ragazzi durante tutto il triennio, nella scoperta della propria umanità, del proprio carattere, capacità e passioni. Nell’elaborazione del progetto si è affiancato a noi il CCQS (Centro di coordinamento per la qualificazione scolastica), centro di risorse stabile a supporto di tutte le scuole della montagna della provincia reggiana, per il sostegno e la promozione di progetti, attività di ricerca didattica, diffusione di esperienze e competenze delle singole istituzioni scolastiche. La dott.ssa Jessica Ferrari è stata nostra collaboratrice, in qualità di operatore psicopedagogico, inserendosi nel lavoro scolastico a tre livelli: a livello organizzativo, con la creazione del calendario degli incontri di progettazione, lezioni in aula, momenti di verifica; a livello progettuale, con gli incontri di progettazione, valutazione, rimando, per garantire uno sguardo esterno, più ampio ed oggettivo, sull’andamento del progetto; a livello di monitoraggio, per garantire il rispetto degli indicatori stabiliti, intervenendo per monitorare l’efficacia della metodologia scelta e per osservare (eventualmente correggere) la relazione docenti/gruppo classe durante l’attività stessa. Comunque lo scopo degli interventi della Ferrari non era quello di avere un rapporto diretto con gli alunni, ma di supportare l’operato dei docenti stimolando alcuni livelli pedagogici e didattici, quali la progettazione cooperativa, la trasversalizzazione disciplinare, l’autovalutazione.

In cosa consisteva il progetto?

Noi non volevamo introdurre nuove attività e prassi informative sull’orientamento, ma finalizzare tutta l’attività didattica quotidiana all’orientamento. Questo significa attuare una vera e propria didattica orientativa, che sola può sviluppare quelle specifiche competenze trasversali (capacità di conoscere se stessi e il proprio contesto, capacità di leggere la realtà circostante, capacità di sviluppare strategie cognitive, capacità di rapportarsi a se stessi e agli altri) necessarie a rendere il soggetto idoneo ad attuare scelte consapevoli.  La didattica orientativa promuove quelle competenze non con momenti specifici e estrinseci al vissuto scolastico, ma proprio attraverso le discipline di studio. Come? Progettando situazioni formative in cui le discipline non siano concepite (dagli insegnanti) e percepite (dagli allievi) come depositi o classificazioni di conoscenze da memorizzare, bensì siano utilizzate in modo dinamico e funzionale per la soluzione di problemi che la vita quotidiana pone a ciascun uomo o donna, comunque ad ogni cittadino”.1 La didattica deve essere cioè risorsa per costruire situazioni problema in cui un certo campo del sapere può offrire possibili soluzioni e in cui l’allievo è protagonista nel trovare quelle stesse soluzioni. Questo approccio crea un’interazione positiva fra alunno, disciplina e contesto esistenziale che motiva chi apprende, agganciando la conoscenza proposta all’esperienza e al vissuto. Tale interazione coincide con una educazione alla scelta, un’educazione cioè ad affrontare situazioni e contesti problematici in cui l’alunno deve scegliere il percorso da compiere alla luce delle informazioni che gli vengono fornite. In tale ottica, la disciplina diventa non solo oggetto, ma anche strumento di apprendimento; diventa strada per la conoscenza di sé (metacognizione) e la scoperta di capacità trasversali soggettive; diventa un segmento di realtà in rapporto con altri saperi e col contesto circostante (A cosa serve? A quale ambito sociale afferisce? Quale possibilità offre?).

Come è stato realizzato?

Operativamente, il consiglio di classe doveva definire un Focus specifico e legato alle varie materie, che fosse attinente alla grande questione della “scelta”: il focus era l’argomento, il tema, la situazione problematica da affrontare e risolvere, come un paradigma della più ampia e profonda situazione di scelta esistenziale a cui i ragazzi sono chiamati. Il consiglio di classe è stato dunque coinvolto per intero e, all’interno di una flessibilità organizzativa (classi aperte, compresenza), le metodologie maggiormente utilizzate sono state i laboratori, i lavori di gruppo, le attività di problem solving, l’utilizzo di codici espressivi diversi da quello scritto. La classe pilota scelta era una terza, ma dall’anno seguente il progetto si è esteso anche alle prime e alle seconde per realizzare un percorso triennale. I tempi di attuazione hanno investito circa 80 ore (4-5 ore settimanali) fra ottobre e febbraio, con attività d’aula coordinate dai docenti di lettere ma relative a tutte le discipline. Con la dott.ssa Ferrari, fondamentale è stata la progettazione iniziale che ha previsto attività di didattica orientativa secondo quattro flessioni: 

 1. Attuare situazioni formative che permettessero di inserire problemi quotidiani del vissuto degli alunni nella prassi didattica;

2. Realizzare UA in chiave laboratoriale (cooperative learning);

3. Attuare stage operativi in contesti extrascolastici (istituti superiori e aziende);

4. Realizzare momenti di incontro con le famiglie e perseguire un dialogo costante, con strumenti di vario tipo (colloqui, questionari, assemblee, incontri di formazione).

 

Quali esiti?

Gli esiti positivi sono stati evidenti e su più livelli; questo ha favorito la prosecuzione del progetto anche negli anni successivi sia a Toano che in altre scuole della montagna reggiana. Sinteticamente posso individuare almeno due punti fondamentali:

I docenti hanno riscoperto il valore del consiglio di classe, come luogo di condivisione di finalità e di collaborazione sulle strategie; hanno vissuto momenti di unità di intenti spesso difficilmente esperibili;

 Gli alunni hanno vissuto esperienze didattiche altamente significative, non tanto nell’originalità delle attività, quanto nella strutturazione del percorso che in ogni passo li stimola a processi di consapevolezza, scelta e metacognizione.

 

E la domanda cruciale è: questo percorso li ha aiutati a scegliere la scuola superiore? Li ha orientati? Non abbiamo effettuato verifiche sulla questione specifica, non abbiamo fatto test attitudinali o colloqui orientativi; il nostro scopo era diverso dalle pratiche che tutti conosciamo e si rivolgeva a quelle dimensioni più profonde e trasversali che sono all’origine della scelta stessa: capacità selettiva, progettuale, di osservazione, di autovalutazione. In tal senso, i risultati avuti durante le attività sono stati più che soddisfacenti, in quanto hanno pro-vocato gli alunni ed hanno fatto emergere la loro personale intrapresa rispetto ad un compito di scelta. Poi, questo modo di procedere ha come effetto conseguente anche la capacità di affrontare il passaggio alle superiori con maggior certezza e consapevolezza; e i nostri ragazzi ce lo hanno dimostrato. Ma non possiamo aspettare quel momento finale per scoprire la loro identità in gioco; il bello può iniziare anche prima.

 

 

NOTE

1 P. Cattaneo, Le valenze orientative delle discipline, in “PuntoEdu”, www.indire.it, p. 3. Sull’argomento, ricordo anche P. Faudella, La funzione orientativa delle discipline, in “IRRE” Piemonte, pp. 36-41; i numerosi articoli di F. Marostica in www.orientamentoirreer.it; M.L. Pombeni, Criticità e indicazioni strategiche per lo sviluppo d un sistema territoriale di orientamento, in ibid.; M. Viglietti, Orientamento. Una modalità educativa permanente, SEI, Torino 1989; M.R. Mancinelli – E. Bonelli, Orientare nella scuola del preadolescente. Percorsi e strumenti, La Scuola, Brescia 2005.



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