EDITORIALE/ Scuola e lavoro: quale rapporto?

Quattro punti di vista sul rapporto scuola lavoro: quale il più fecondo a livello culturale ed educativo? Come e perché? Lo spiega ROSARIO MAZZEO

16.09.2013 - Rosario Mazzeo
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Bud Spencer e Terence Hill

Molteplici i punti di vista sul rapporto scuola e lavoro. Ne consideriamo quattro sperando di dare il la ad un impegno corale di racconto, riflessione, ricerca perché l’una e l’altro non restino separati in quella casa, che è la formazione, e non solo delle nuove generazioni.

Il primo ci presenta la scuola come “indiscutibile propedeutica” al mondo del lavoro. Semplice è la logica: “prima, ci si prepara, poi si esercita il lavoro appreso, magari per l’intera vita”. Si tratta di una visione con due netti fotogrammi: a) si studia oggi, b) per lavorare domani. Il cosa, il come e il dove studiare sono in questa angolazione funzionali al tipo di mestiere o professione che si spera svolgere nel futuro. In questo modo il lavoro si prospetta nell’esperienza quotidiana della maggior parte degli studenti come un oggetto utopico che rimpalla sempre oltre e fuori se stessi.

La seconda angolazione, contigua e contestuale alla prima, riguarda un certo discorso, più o meno letterario, formato antologia, sullo sfruttamento brutale dei minori e delle donne nelle fabbriche e nelle miniere. L’enfasi con cui veniva impartito alle giovani menti tale discorso, a volte in modo spudorato, ha prodotto, tra l’altro, una sorta di rimozione del lavoro, soprattutto manuale, dal percorso formativo scolastico.

Oggi molte cose sono cambiate, ma la scuola sembra procedere imperterrita. Eppure non gode né di buona salute, né di una buona fama: non possiede, di fatto, nonostante le sue pretese, il monopolio dell’istruzione e della formazione. Non per nulla, da una decina di anni, si parla di ambienti di apprendimento formali, non formali e informali. Formali sono i luoghi istituzionalmente costituiti in funzione dell’apprendimento insegnato scolastico, come gli istituti e la scuola nei diversi ordini e gradi. In essi l’istruzione e la formazione si concludono formalmente con l’acquisizione di un diploma o di una qualifica riconosciuta. Non formali, invece, sono gli spazi che comprendono attività educative organizzate da agenzie non scolastiche. Informali sono situazioni, non legate a tempi o luoghi specifici, vissute in famiglia, nei gruppi dei pari, nello sport, nel mondo dell’arte, dello spettacolo e dei mass-media…Favoriscono l’acquisizione di valori, attitudini, abilità e conoscenze, anche in modo inconsapevole o non intenzionale, fuori dai sistemi educativi formali.

Quali di questi ambienti umani incidano maggiormente sulla persona è oggetto di ricerca e di interpretazioni diverse, di cui, però, per il momento non ci occupiamo. Ci interessa qui evidenziare due aspetti, attinenti alle prime due angolazioni sul rapporto scuola- lavoro, così come sono emersi nel Convegno “Il lavoro s’impara a scuola”, svoltosi in primavera a Piacenza. Il primo, paradossale, è il seguente: la scuola prosegue come se non fosse accaduto nessun mutamento e, quindi, si comporta come se fosse l’unico, garantito e qualificato centro di apprendimento. Continua così a perpetrare un pensiero dualista fatto di “obblighi” a stare sui banchi e di opportunità lavorative (percorsi professionali, apprendistati) destinate a chi non riesce a percorrere tra libri e voti la via aurea degli apprendimenti scolastici formali. 

Non ci riferiamo solo alla scuola superiore. Domina infatti anche nella scuola del primo ciclo una concezione dell’imparare secondo un paradigma che impone di separare studio e lavoro, teoria e prassi, conoscenza e attività manuali, compiti scolastici astratti e formalizzati e compiti autentici, materie di studio e attività pratiche. In altre parole, nonostante lodevoli tentativi, ci si barcamena tra la logica dell’auditorium, dove la lezione si ascolta, e quella del laboratorium, dove la lezione si fa. Non si considera il fatto che l’apprendere riguarda tutta la vita e che l’uomo impara dovunque, anche fuori la scuola, in modo dignitoso, efficace ed efficiente, studiando e lavorando.

Segno di questa miopia del sistema scolastico, dovuta a cause che prenderemo in considerazione nello sviluppo di questo numero di Libertà di educazione, è anche la difficoltà a focalizzare la questione secondo gli altri due punti di vista, che stiamo considerando: lo studio come lavoro “scolastico” e l’insegnamento come lavoro di professionisti.

Il lavoro scolastico o studio in senso lato ha una sua dinamica, suoi momenti privilegiati, suoi specifici strumenti, suoi prodotti. Chi studia, di fatto, lavora e, quindi, impara ad orientarsi nel rapporto con la realtà, a dare nome alle cose che comincia a manipolare a beneficio suo e degli altri, a conoscere se stesso e seguire la strada verso la propria realizzazione. È un’angolazione quasi sempre trascurata con conseguenze negative inevitabili nella percezione del lavoro e nell’orientamento scolastico e professionale.

L’insegnamento è pure esso lavoro: sempre più necessario, utile, faticoso, “bello”, nella sua dimensione oggettiva e soggettiva, che richiede una grande vivacità umana, passione, competenze, creatività, amore. “Il lavoro del maestro – annotava Pasolini – è come quello della massaia, bisogna ogni mattina ricominciare da capo: la materia, il concreto sfuggono da tutte le parti, sono un continuo miraggio che dà illusioni di perfezione. Lascio la sera i ragazzi in piena fase di ordine e volontà di sapere – partecipi, infervorati – e li trovo il giorno dopo ricaduti nella freddezza e nell’indifferenza. (…) Per fare studiare i ragazzi volentieri, entusiasmarli, occorre ben altro che adottare un metodo più moderno e intelligente. Si tratta di sfumature, di sfumature rischiose e emozionanti … [Bisogna tener conto] in concreto delle contraddizioni, dell’irrazionale e del puro vivente che è in noi. (…) Può educare solo chi sa cosa significa amare.”

Il numero 35 di Libertà di Educazione, proponendo una riflessione critica sul rapporto scuola-lavoro nei suoi molteplici aspetti, intende innanzitutto far conoscere esperienze significative oltre il “paradigma della separazione”; in secondo luogo, aprire un dibattito sulle condizioni e le forme di un rapporto fecondo tra scuola e impresa, quindi, per esempio sui fattori e le modalità per riscoprire la dignità culturale del lavorare anche attraverso alternanze, stage, tirocini formativi … Vuole contribuire a combattere mentalità ed atteggiamenti, presenti nella scuola, nel mondo del lavoro e nella società di tipo autoreferenziale, rinunciatario, pregiudiziale che, parafrasando una battuta di Alberto Sordi, potremmo riassumere con questa espressione: “Non lo (o la) sposo perché non mi piace avere della gente estranea in casa”. 

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