LIBIA E TURCHIA/ Draghi e quel messaggio a Erdogan perché l’Europa intenda

- Giuseppe Di Gaspare

Quello del “dittatore” è stato un richiamo di Draghi ai partner europei e un avviso ai naviganti per Erdogan. Operazione riuscita

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Recep Tayyip Erdogan, presidente della Turchia, fa il saluto a quattro dita dei Fratelli musulmani (LaPresse)

Bene ha fatto Mario Draghi a prendere la palla al balzo dell’umiliazione pubblica della stizzita von der Leyen nel cosiddetto “sofagate” per ricordare a tutti, soprattutto ai partner europei, che l’adesione della Turchia all’Unione europea, che anche di recente qualcuno ha tentato di rimettere in moto a Bruxelles, è incagliata sulla fondamentale questione del rispetto dello stato di diritto, con i diritti fondamentali in piena regressione dall’avvento al potere di Erdogan.

Cifrata, ma non troppo, l’allusione al veto italiano alla ripresa del negoziato. Un messaggio inequivoco agli alleati: non pensate di trattare il dossier turco in ordine sparso, secondo prospettive ed esigenze nazionali. Dando, ad esempio, come già è avvenuto, priorità al contenimento dei flussi migratori provenienti dalla rotta balcanica, il cui costo, anche se in termini di doverosi aiuti umanitari ai profughi siriani, grava sul bilancio comunitario. Flussi fortemente attratti verso la Germania, che Erdogan tiene sotto scacco, allentando di volta in volta i controlli frontalieri. La Ue non ha mostrato la stessa unità nella gestione dei flussi migratori provenienti dalla sponda sud del Mediterraneo.

Il messaggio di Draghi è dunque facilmente intellegibile: bisogna fare fronte comune. Flussi migratori, sicurezza del Mediterraneo e tutela degli interessi strategici energetici europei, anche nella sponda sud del Mediterraneo, devono rientrare a pieno titolo nel negoziato dell’Unione con la Turchia.

Una novità non solo nel linguaggio, ma anche nel contenuto della politica estera italiana, sempre piuttosto pedissequa. Un monito a Erdogan a non ripetere la prova muscolare, coronata da successo, del blocco navale del febbraio 2018, quando la flotta turca impedì l’accesso alle acque territoriali di Cipro a una nave della Saipem impegnata in operazioni di prospezione dei fondali, inducendo l’Eni ad abbandonare lo sfruttamento della concessione petrolifera, nella totale indifferenza dell’allora governo italiano.

Così, a fronte della recente dichiarazione di Erdogan che si è detto pronto a inviare truppe in Libia, è suonato un campanello d’allarme. La Libia non è Cipro. È un fronte sul quale l’Italia è fortemente esposta. Draghi ha fatto chiaramente capire che il governo italiano questa volta non intende subire un’altra prova muscolare senza prendere o promuovere contromisure.

Il messaggio sembra essere andato a segno. Erdogan ha contenuto la sua reazione sul piano formale della maleducazione di Draghi. Si è ben guardato dal raccomandare un trattamento psichiatrico, come diagnosticato invece a Macron dopo il loro incontro all’Eliseo.

“Dittatore”, dunque, è stato un rappel à l’ordre ai partner europei e al contempo un avviso ai naviganti per Erdogan. Fin qui abbastanza bene per quello che ci riguarda, si potrebbe dire, ma il “sofagate” suscita non poche perplessità in merito alla gestione delle relazioni esterne e sulla legittimazione e rappresentanza internazionale dell’Unione.

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