LILIANA SEGRE/ Vaticano provò a salvarla dai nazisti: quel telegramma del futuro Papa

- Dario D'Angelo

Liliana Segre: gli atti con cui il Vaticano tentò di esercitare pressioni sui nazisti per strappare l’attuale senatrice a vita deportata ad Auschwitz.

Liliana Segre
Liliana Segre (LaPresse, 2019)

Nell’Archivio Apostolico Vaticano, di recente aperto al pubblico per la consultazione delle carte relative al pontificato di Pio XII (Eugenio Pacelli, 1876-1958), c’è la traccia che la Santa Sede durante la Seconda Guerra Mondiale si mosse con atti ufficiali in favore dell’attuale senatrice a vita Liliana Segre, del padre Alberto, e di altri ebrei deportati dai nazisti. Padre e figlia 14enne furono costretti a salire, il 30 gennaio 1944, sulla tradotta al binario 21, sotto la Stazione Centrale di Milano e deportati ad Auschwitz. Alberto Segre aveva fiducia nell’Italia: non immaginava, come invece gli aveva suggerito di fare il padre di Tullia Zevi, suo amico, che dopo l’emanazione delle leggi razziste del 1938 sarebbe stato necessario per lui e la sua famiglia fuggire. Le cose andarono come sappiamo, e quando un tentativo di fuga fallì, per loro iniziò la spirale di discesa agli inferi. Vi fu però chi continuò a pensare loro ogni giorno, a non rassegnarsi a quel destino infame: si trattava di Dario e Oscar Foligno, i fratelli della mamma di Liliana Segre, Lucia, morta quando l’attuale senatrice aveva un anno. Di Oscar, internato in Svizzera, commuove oggi la lettura di un messaggio inviato il 30 giugno 1944: “Pensovi con tanto affetto tranquillizzatemi vostro stato di salute indicando se possibile invio pacchi…Abbiate fede vi abbraccio Oscar”. Dal canto suo sollecitò la nunziatura apostolica a Berna, guidata da monsignor Filippo Bernardini, in contatto con gli ambienti ebraici e la Croce Rossa internazionale. Neanche l’intervento di quest’ultima, però, smosse di un millimetro i tedeschi…

LILIANA SEGRE: QUANDO IL VATICANO SI MOSSE PER SALVARLA DAI NAZISTI

L’altro fratello, Dario Foligno, avvocato rotale, riuscì a far muovere addirittura il Vaticano. Ne è la prova il telegramma del 23 agosto 1944, firmato dal sostituto della Segreteria di Stato, monsignor Giovanni Battista Montini, il futuro Papa Paolo VI, allora responsabile della commissione soccorsi (un ufficio operativo sulla guerra e le ricadute umanitarie), e inviato al nunzio a Berlino: “Prego Eccellenza Vostra Reverendissima assumere notizie giovinetta Liliana Segre che pare trovasi campo di concentramento Pomerania Greifswald. Voglia V.E.R. prestare possibilmente assistenza”. La nunziatura a Berlino accolse quell’appello rivolgendosi direttamente al ministero degli Esteri tedesco, il 19 settembre 1944, ma non arrivò nessuna risposta. Fino a quando una nota, senza data, conservata tra le carte vaticane, riepilogando i vari passi compiuti in favore degli ebrei, conclude che “tutte le segnalazioni a favore dei non ariani arrestati, fatte all’ambasciata di Germania, non hanno sortito alcun effetto”. Papa Pio XII doveva con ogni probabilità essere a conoscenza della vicenda di Liliana Segre, poiché, a guerra conclusa, ricevendola in udienza, presentatagli dallo zio Dario, nel vederla in ginocchio secondo il protocollo, le disse: “Alzati! Sono io che dovrei stare inginocchiato davanti a te”.

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