L’INCREDIBILE STORIA DELL’ISOLA DELLE ROSE/ Il film tradito da un freno a mano tirato

- Emanuele Rauco

Quello che si percepisce guardando L’incredibile storia dell’Isola delle Rose è un freno a mano costantemente tirato

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Una scena del film

Stavolta i mezzi non sono una scusante, come sarebbero potuti esserlo per i film di cui abbiamo parlato le scorse settimane (Il talento del calabrone e La belva). Groenlandia e Netflix hanno dato a Sydney Sibilia, regista de L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, tra gli 8 e i 9 milioni di euro per realizzare il film disponibile sulla piattaforma: stavolta il problema è il contrario del solito, ossia l’ambizione era troppo bassa.

Il film racconta la storia vera e molto romanzata di Giorgio Rosa (Elio Germano), ingegnere refrattario a obblighi e doveri che decide di conquistarsi la propria libertà assoluta costruendo un’isolotto fuori dalle acque territoriali e fondando una propria repubblica autonoma. Il Governo italiano (siamo tra il 1968 e il ’69) non è d’accordo e allora Giorgio decide di rivolgersi al Consiglio d’Europa per farsi riconoscere come Stato sovrano.

Da questo riassunto, sembra che L’incredibile storia dell’Isola delle Rose sia un film politico e generazionale sui sogni di libertà e le ragioni della politica; in realtà la sceneggiatura di Sibilia e Francesca Manieri pone le questioni ideologiche come sfondo di una commedia estiva, balneare come i governi di quella stagione politica, qui rappresentati dal presidente del consiglio Giovanni Leone (Luca Zingaretti) e dal ministro dell’interno Franco Restivo (Fabrizio Bentivoglio).

Sibilia cerca quindi di stimolare lo spettatore con un tipo di narrazione più televisivo che cinematografico, nel modo di racconto, nella successione delle scene, nella costruzione dei caratteri e soprattutto nell’abbassare i toni cercando sempre e comunque la leggerezza, gli elementi del racconto più semplici e una messinscena che possa esaltare quella semplicità: i trascorsi e gli intrecci sentimentali da un lato, la burletta istituzionale dall’altro.

Niente di male in senso assoluto: Sibilia ha abilità registica e sa come condurre in porto il film, come far sentire a suo agio il pubblico, e poi gli attori funzionano bene, soprattutto Matilda De Angelis e il duo Zingaretti-Bentivoglio, libero di gigioneggiare con consumato umorismo da commedia dell’arte (volendo è il nodo più interessante del film: è raro che in un film nazional-popolare si riducano volontariamente due figure storiche, padri della Costituzione, a ridicole macchiette). Sembra però che il regista abbia voluto fuggire dalle potenzialità di un racconto simile e dalle responsabilità di un tale budget.

Forse l’accoglienza non troppo calorosa riservata a Smetto quando voglio 2 e 3 o il timore di bruciarsi di fronte al colosso dello streaming ha portato Sibilia ad abbassare il tiro e ridurre il film al minimo sindacale, ma quello che si percepisce da L’incredibile storia dell’Isola delle Rose è un freno a mano costantemente tirato, l’impossibilità del racconto e di ciò che c’era dentro di diventare davvero universale, di poter davvero ambire alla visibilità internazionale che Netflix garantisce. Il finale prova ad ampliare il ventaglio emotivo del film, ma come da tradizione italiana finisce per essere una questione di tarallucci e vino, di accontentarsi di ciò che la vita ci dà, tradendo lo spirito stesso alla base del film, ma forse accontentando un pubblico conservatore al quale la pellicola, suo malgrado, strizza l’occhio. Un pubblico che preferisce gli amori in riva al mare ai sogni delle utopie.



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