L’INDICE RT SBAGLIA/ “Epidemia in calo: ecco i dati che lo dimostrano”

- int. Cesare Cislaghi

L’Rt sale leggermente, ma non va idolatrato. Anzi, l’indice RDt, più aggiornato, sta scendendo. Anche gli indicatori di gravità sono in miglioramento

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Foto Claudio Furlan (LaPresse)

Da lunedì Sicilia, Sardegna e Valle d’Aosta sono in zona arancione, nessuna Regione è in area rossa, mentre tutte le altre sono gialle. “La curva è in decrescita – ha osservato Silvio Brusaferro, presidente dell’Iss –, sempre lenta, ma questa settimana è in calo in tutte le Regioni”. In base, poi, al bollettino quotidiano del ministero della Salute, diminuiscono i casi di Covid in Italia (da 11.807 a 10.554 i positivi registrati), con 328.612 tamponi, 4mila in più del giorno precedente, con l’effetto di far scendere il tasso di positività dal 3,6% al 3,2%.

Trend al ribasso anche per i decessi (207), i ricoveri -536 unità) e le terapie intensive (-55 con 109 ingressi). Solo l’Rt aumenta: sale a 0,80 mentre la scorsa settimana era 0,85, che per Cts e ministero resta ancora l’indice guida nelle scelte. Ma è ancora valido, anche se ai più resta imperscrutabile? “L’Rt misura l’accelerazione quantitativa con cui si diffonde il virus – risponde l’epidemiologo Cesare Cislaghi – e questo ci dice se in quel preciso momento si è verificato qualcosa che ha cambiato la velocità dell’infezione. È un indice importante, ma non va idolatrato”.

Intanto si registra un lieve aumento. Dobbiamo preoccuparci perché potrebbero essere i prodromi di una una nuova ondata?

L’indice Rt che calcola l’Istituto superiore di sanità è in leggera risalita, ma il nostro indice RDt è in leggera diminuzione.

Perché questa differenza?

L’Rt ha un ritardo dovuto al fatto che viene calcolato sull’inizio sintomi e per avere questo dato bisogna aspettare i 15 giorni di latenza. L’aumento dei casi, poi, è legato anche al problema del 25 aprile e del Primo maggio, nel quale si è registrata una pausa nella trasmissione dei dati, il che ha determinato prima un calo e poi un accumulo dei dati. Una piccola “perturbazione” nei numeri, che quindi vanno letti con attenzione. Tenendo conto anche della ciclicità legata ai flussi informativi: di solito il sabato e la domenica vengono trasmessi meno dati, per cui ogni lunedì si registra un minimo e ogni giovedì si raggiunge il picco della settimana.

E il calo dell’indice RDt che cosa ci dice?

Che in questo momento la velocità di espansione dell’epidemia sta decelerando, anche se il calo è ancora leggerissimo. Secondo i nostri modelli, stimiamo che ogni giorno mediamente si contino poco più di un centinaio di casi in meno.

Anche l’incidenza scende. Come va interpretato questo duplice calo?

L’incidenza è un indice importante, ma va rapportato non sull’intera popolazione, bensì sui suscettibili, cioè sulla fascia di popolazione che può essere ancora infettata. Oggi, grosso modo, un quarto della popolazione ha un rischio molto inferiore di essere contagiata. Il calo dell’incidenza e dell’indice RDt segnala un rallentamento dell’epidemia anche nella sua gravità. Il problema oggi è un altro.

Quale?

Bisogna vedere cosa succederà tre settimane dopo le riaperture decise dal governo. I numeri attuali sono ancora legati a quando l’Italia era tutta arancione o rossa. Dobbiamo aspettare per capire se la situazione si è più o meno consolidata o se le riaperture avranno innescato di nuovo una ripresa dei contagi.

Fino a quando dovremo aspettare?

Intorno al 20 maggio avremo un quadro più preciso, probante e definitivo. La mia speranza è che si possa cantare vittoria.

Gli indici di gravità – ricoveri, terapie intensive e decessi – stanno scendendo. Che cosa dobbiamo aspettarci?

Il tasso di letalità – che non è quello della mortalità, indice che ha come denominatore l’intera popolazione – negli ultimi tre-quattro giorni sta scendendo dal 2%, ed è un buon segnale: sta forse a significare che l’incidenza tra gli anziani, essendo stati vaccinati, sta diminuendo e che tra gli anziani infettati oggi ne muoiono di meno.

Anche ricoveri e terapie intensive sono in molte regioni sotto le soglie critiche…

Che la saturazione delle possibilità di assistenza sia fissata al 40% per i ricoveri e al 30% per le terapie intensive è una scelta, più che corretta, di politica di sanità pubblica.

Nella scelta dei colori da assegnare alle regioni non sarebbe il caso di affinare gli indicatori, visto anche l’avanzare della campagna vaccinale?

I colori non vengono assegnati solo in base all’Rt, che a livello mediatico è l’indicatore che ha avuto maggiore risonanza. Sono considerati anche altri parametri. A mio avviso, accanto all’indice quantitativo dell’espansione dell’epidemia, appunto l’Rt, è giusto prendere in esame altri indicatori qualitativi sulla gravità e sulla capacità di risposta all’epidemia in termini di posti letto, come peraltro fa anche il ministero. Sicuramente l’Rt non basta, servono indici più tempestivi e più chiari.

Come valuta il “rischio ragionato” che si è assunto il governo Draghi per arrivare a una graduale riapertura delle attività?

Non so come abbia ragionato il governo, ma è un problema di valutazione politica. Dal punto di vista esclusivamente epidemiologico, è stato un azzardo aprire così in fretta. Ma considerando i segni preoccupanti, non tanto per l’economia, perché 15 giorni in più o in meno non cambiano molto, quanto per l’insofferenza della gente, con possibili rischi che la situazione potesse sfuggire di mano, è stato giusto prendere qualche iniziativa. In tal senso mi pare un rischio ragionato.

Draghi ha puntato molto su gradualità e senso di responsabilità. Non bastano? 

È giusto ricordarlo, ma forse non è stato fatto abbastanza dal punto di vista informativo e comunicativo per far interiorizzare meglio il valore delle prescrizioni e delle precauzioni. Per esempio, quando uno sa valutare il pericolo del traffico, può attraversare la strada da solo. Quindi, gli assembramenti sono ancora assolutamente da evitare.

Il ministro Di Maio ha indicato Il 16 maggio come data “auspicabile per superare il coprifuoco”, il che “ovviamente non significa un liberi tutti”. È il momento per farlo?

Il coprifuoco ha come obiettivo ridurre la circolazione delle persone di sera, tra l’altro in un momento in cui c’è un rischio di assembramenti, specie tra i giovani, per evitare di doverlo fare di giorno, bloccando così le attività produttive, lavorative, formative e sociali, che sicuramente rivestono maggiore importanza rispetto alle, pur importanti, esigenze del tempo libero. Poi, coprifuoco alle 22 o a mezzanotte? Nel primo caso si colpiscono soprattutto i ristoratori, nel secondo tanto vale toglierlo. Insomma, se la curva epidemiologica lo consente, si può togliere; in caso invece di aumento dei contagi, il coprifuoco è una misura di cui tenere conto.

Secondo la Fondazione Gimbe, “s’intravedono precoci segnali di aumento della circolazione del virus tra cui il rialzo dei contagi in età scolare”. Colpa della riapertura delle scuole senza aver messo in atto le precauzioni di cui si parla da mesi oppure della variante inglese che colpisce soprattutto i bambini?

Non c’è alcuna evidenza che la variante inglese colpisca soprattutto i bambini, sarei più cauto a dirlo. Il problema è che oggi si eseguono molti più tamponi rispetto a prima.

In Italia a prevalere è proprio la variante inglese, ma fa paura anche la variante indiana. Le varianti possono essere tenute sotto controllo?

Sì, attraverso l’attività di sequenziamento per sapere quanto sono diffuse. Un’attività che in Italia si fa meno che in altri paesi. Quanto alla variante indiana, sono un po’ scettico: hanno sicuramente commesso degli errori, partecipando a eventi religiosi e politici di massa senza troppe precauzioni, ma se si va a vedere l’incidenza del virus in India, che ha una popolazione 20 volte maggiore di quella italiana, è inferiore che da noi. Non le nascondo che sulle varianti mi è venuto un dubbio.

Quale?

Le varianti hanno sicuramente avuto un ruolo, non lo si può negare, ma tutta questa voglia di dare la colpa alle varianti penso che sia emersa per non incolpare noi che non siamo riusciti a contenere i contagi. Di certo, la variante inglese non può essere considerata la causa della seconda ondata. Piuttosto, speriamo che non arrivino varianti non gestibili con i vaccini, in tal caso la situazione diventerebbe sì grave.

A tal proposito, come valuta l’andamento della campagna vaccinale?

Se a dicembre ci avessero detto che a inizio maggio avremmo immunizzato il 25% degli italiani con una dose, saremmo stati molto contenti, anche perché si sapeva già che ci sarebbero stati problemi di approvvigionamento delle fiale. Siamo partiti male, ci sono stati ritardi e colpe, ma adesso stiamo andando abbastanza bene, anche perché in un’operazione di questa portata è difficile raggiungere un’efficienza del 100%.

(Marco Biscella)

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