BIRMANIA/ La lezione di Aung San Suu Kyi, piccola grande signora della pace

- Renato Farina

Una donna minuta e mite di fronte a un popolo vittima di angherie e l’invito a guardare al proprio desiderio di libertà e giustizia. Così, spiega RENATO FARINA, nasce una politica adeguata all’uomo

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Foto Ansa

Davvero il cuore dell’uomo è invincibile. C’è qualcosa che la tirannide non riesce a schiacciare. Ma ogni volta che questo fiore spunta sotto le macerie si resta incantati. E si deve avere il coraggio di dare testimonianza di questo dono ricevuto e dire grazie. Grazie a questo fiore, grazie al popolo da cui è spuntato, e grazie a Dio che ha fatto l’uomo teso all’infinito, alla libertà e capace di imitare il suo Creatore nella misericordia!

Così ieri, nel suo primo discorso, dopo essere vessata insieme al suo popolo da ventidue anni, la birmana premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, 65 anni, ha detto: «Non serbo rancore». In queste tre parole c’è un mondo in cui vale la pena di vivere. Bisogna imparare da Suu Kyi anche e soprattutto in Italia; le sue parole e il suo invito valgono per noi che siamo e desideriamo essere cattolici, ma non esclude nessuno: essere religiosi in ogni atto è ciò che rende il politico e la politica adeguati alla necessità, qualunque sia la situazione, la crisi, la fatica.

Nulla di meno che essere religiosi serve alla politica. Non per forza si declinerà nella medesima proposta o programma: ma se c’è questa religiosità di base anche dividersi, persino polemizzare con durezza non è una tragedia, ma persino una ricchezza.

Proviamo a metterci spiritualmente in mezzo ai quarantamila, vittime ancora pochi giorni fa di elezioni burla, schiacciati insieme ai loro leader buddisti dall’aggressione poliziesca, senza uno spazio fisico per radunarsi da un sacco di decenni. Hanno cambiato persino l’insegna alla loro casa, gli oppressori: l’hanno stuprata e chiamata Myanmar, rubandole il nome di battesimo che era ed è Birmania.

Davanti a questo popolo sta una donna minuta e mite, nelle sue prime ore oltre la soglia della prigionia: era stata chiusa in carcere e poi a domicilio per sedici anni; la sua colpa era di aver vinto le elezioni nel 1989 contro la giunta militare (comunista, filocinese) che lei era riuscita a sconfiggere. E lei invece di gonfiarsi come un’eroina, chiamare alla rivolta, mostrare le piaghe e manifestare amarezza e un digrignante odio, elogia la libertà. E non la sua libertà di circolare, muoversi, respirare per le strade della sua Yangon. No, «la libertà di parola come base della democrazia». La quale è la libertà – ha detto – di dialogo, dà la possibilità di incontrare l’altro, e scambiare tra popoli e nazioni la propria anima, «di aiutarsi reciprocamente».

Non è stato il discorso di una donna imbelle. Perdono e rinuncia al rancore non significano accondiscendenza al potere ingiusto. Instaurano però un metodo di lotta dove l’avversario non è un nemico, anche se ti ha fatto del male. Ci dovrà essere giustizia, ma non violenza. Ha detto ancora, dinanzi alla sede del suo partito, la Lega nazionale per la democrazia» (Nld): «Anche se penso di sapere cosa volete, vi chiedo di dirmelo voi stessi. Insieme, decideremo quello che vogliamo, e per ottenerlo dobbiamo agire nel modo giusto. Non c’è motivo di scoraggiarsi». Ha aggiunto: «Accetto la mia responsabilità. La mia voce però da sola, anche se libera, non è democrazia. Niente può essere raggiunto senza la partecipazione della gente. Dobbiamo camminare insieme».

Ha chiesto di abrogare le sanzioni internazionali perché danneggiano il popolo. Ora vedremo come reagirà la giunta militare (e i suoi protettori a Pechino…).

Ieri su Avvenire, Luigi Geninazzi ha spiegato che quando un regime libera il suo principale oppositore è giunto alla vigilia della sua fine. Perfetto. È tanto più vero quanto più l’oppressore è comunista e perciò ha fatto proprio il motto di Lenin: «Il nemico non si piega, si annienta». Non sono riusciti ad annientare Suu Kyi, ed ora sono i violenti a doversi piegare. Più forte della violenza è la misericordia. Impariamo da questa piccola grande signora della pace.

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