IL CASO/ Se il dramma del Corno d’Africa ci fa ricordare chi siamo

- Renato Farina

Nel Corno d’Africa circa 12 milioni di persone secondo le stime Fao mancano di cibo e acqua. Papa Benedetto XVI ha parlato di catastrofe umanitaria e ha invocato aiuto. RENATO FARINA

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Carestia nel Corno d'Africa (Ansa)

Il Corno d’Africa è il luogo della terra dove è accumulato più dolore innocente. Circa dieci milioni di persone tra i quali moltissimi bambini sono a rischio di morte per fame e per sete (l’Unicef parla di più di due milioni di bambini in stato di necessità, di cui mezzo milione in pericolo di vita). Urge, se appena siamo uomini, mobilitarsi, ricordarsi di chi siamo e di chi sono loro, non ci è estraneo nulla e nessuno. Senza il Papa non se ne sarebbe accorto nessuno. Anzi, confesso: io non me ne sarei accorto. Eppure lavoro alla Commissione Esteri della Camera, mi informo, eccetera. Spendiamo un miliardo di euro per fare guerra alla Libia, e diciamo di farlo per “protezione dei civili”, e lasciamo crepare un sacco di gente fuori dal raggio d’interesse dei nostri approvvigionamenti petroliferi.

È così. Per fortuna che c’è il Papa. È proprio vero che chi è religioso vede meglio la realtà bruta delle cose, e ne sa dire il nome. Ha detto domenica:  

1. La notizia: “Con profonda preoccupazione seguo le notizie provenienti dalla regione del Corno d’Africa e in particolare dalla Somalia, colpita da una gravissima siccità e in seguito, in alcune zone, anche da forti piogge, che stanno causando una catastrofe umanitaria. Innumerevoli persone stanno fuggendo da quella tremenda carestia in cerca di cibo e di aiuti”.

2. La domanda: “Auspico che cresca la mobilitazione internazionale per inviare tempestivamente soccorsi a questi nostri fratelli e sorelle già duramente provati, tra cui vi sono tanti bambini. Non manchi a queste popolazioni sofferenti la nostra solidarietà e il concreto sostegno di tutte le persone di buona volontà”.

Da allora qualcosa si è mosso: al di là delle macchine enormi e più o meno benemerite delle organizzazioni internazionali, guardate però con diffidenza a causa dei costi esorbitanti della loro gestione (Fao e Unicef…), ecco l’offerta personale del Santo Padre, la Conferenza episcopale italiana che ha messo a disposizione immediatamente un milione di euro, la Caritas italiana… Il resto? In Italia almeno quasi niente. In Parlamento ho presentato con altri colleghi del Popolo della Libertà (Toccafondi, Centemero, Pianetta e altri) un solenne atto parlamentare (risoluzione) perché il governo si impegni concretamente a fornire mezzi, uomini e sostegni finanziari.

Intanto però si tagliano fondi per la Cooperazione internazionale, sembra un destino inesorabile.   L’universo è occupato a badare alle tempeste monetarie, e occuparsi della fame e della sete dei popoli più poveri sembra essere un lusso che non possiamo permetterci. Quasi che la “carità” o, a chi non piace la parola, la solidarietà sia un gadget dei tempi floridi, quando dalla mensa cadono briciole. Ma oggi parrebbe che le briciole servano a noi, e restino al mondo, in fin dei conti, dei ricchi. Ci sono dati gravissimi che riguardano il nostro Paese. Negli ultimi anni i fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo siano passati da circa 600 milioni a circa 170 milioni di euro, meno di un settimo dell’obiettivo dello 0,7% del Pil sottoscritto solennemente anche dall’Italia durante gli ultimi G8.

 Ma ora che Benedetto XVI ha indicato con commozione il punto del mondo dove il dolore si concentra e si deve agire, come si fa a perseverare su questa strada e inchinarsi formalmente all’autorità morale del Santo Padre?

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