KAMIKAZE SALVATO/ Il gesto gratuito di un artificiere batte tutto l’odio di noi uomini

- Renato Farina

La notizia di attentati suicidi è ormai cosa di tutti i giorni. Ma la notizia di un artificere afghano che ha salvato un kamikaze, come ci interroga? Ne parla RENATO FARINA

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Afghanistan (Infophoto)

Perché lo salva? Perché rischia la vita per l’assassino? Seguendo la logica del mondo è un pazzo o forse un esibizionista, uno che desidera far carriera con il bel gesto. Li vediamo questi due. Sono due afghani. Quello sdraiato è un candidato martire. Ha scelto (ha scelto?) di dare la morte agli altri e contemporaneamente a se stesso. Lui però avrà, a differenza delle sue vittime, come minimo 70 vergini.

Una dei predestinati al sacrificio umano, un afghano come lui, un musulmano come lui, ma con un’altra divisa, altri maestri, forse un’altra voce che ode nel suo cuore, incartato in uno scafandro, si piega sul corpetto imbottito da esplosivo. Noi che guardiamo non sappiamo se si sia guastato l’innesto o se non sia stato capace o magari abbia cambiato idea. In un film molto famoso, l’artificiere americano impegnato a Kabul per salvare uno di questi kamikaze non fa in tempo. Qui è diverso. Sono due fratelli in guerra tra loro. Sono le guerre dove si odia di più, quelle civili. Perché lo ha salvato?

Se fosse stato un americano avrebbe risposto: “Perché era la cosa giusta”. Sì ma perché era ed è la cosa giusta?

Io questa domanda voglio tenermela dentro. Essa esplode in noi più di quella bomba così razionale e logica nelle guerre asimmetriche del nostro tempo. Ci dice che c’è qualcosa di più grande. Più grande di cosa? L’uomo è fatto per qualcosa di grande, di gratuito. Lo abbiamo sperimentato appena nati, e ci è rimasta dentro la traccia di quella carezza e del nome pronunciato da nostra madre. Poi ci scordiamo. Finché questa gratuità che ci ha fatto esistere spunta inaspettata. Illogica, eppure più vera. Più vera del calcolo, del dare e avere.

Chissà se questa foto sfonderà il circuito dell’atrocità a poco prezzo. Siamo ormai abituati alle immagini di orrore. Anche a quelle del terrorismo islamico che ci minacciano per interposto ostaggio. Fino al 2004 abbiamo reagito con la paura, con la rabbia, con la pietà. Ricordo i filmati di quel giovane americano che aveva creduto di offrirsi come volontario ai macellai di Al Qaeda, chiedendo di essere assunto, come un loro amico e fratello. Si chiamava Nick Berg. I fotogrammi carpiti da siti internet del Jihad diventarono la prima pagina di Libero. Si discusse se era opportuno o no, se tutto questo non fosse un ulteriore scempio di quel povero ragazzo. O magari consentisse al suo grido di non sparire nella dimenticanza. E forse anche per non scordare il culto della morte di quel certo tipo di islam fondamentalista.

Finì presto la storia dei decapitati in prima pagina. Quando venni in possesso dell’incredibile osceno filmato dei jahidisti che straziarono 19 tibetani, scandendo la condanna a morte contro gli infedeli idolatri, non importava già più a nessuno: erano passati pochi mesi. 

Io mi domando: all’orrore ci si abitua, lo abbiamo visto, ma ai gesti gratuiti? Io penso che essi destino in noi più inquietudine del mistero del male. Quello in fondo è una vecchia storia. Comincia da Caino. Ma dare la vita, metterla in gioco per salvare il nemico, che magari riproverà ancora a eliminarti, è qualcosa che impedisce di cedere al fatalismo per cui è impossibile che esista una logica diversa dell’homo homini lupus. I cristiani sanno bene che la fonte della speranza e della gioia è proprio la notizia che questo amore non è un episodio, ma la verità della storia, perché è il nome di Dio incarnato. Il nostro Dio è fatto così.

Io rivedo in quell’uomo nello scafandro il buon samaritano, immagine stessa di Dio. Che non è un messaggio da fare, una dottrina da mettere in atto, ma il concreto piegarsi di un Altro su noi, poveri infelici violenti come quel disgraziato imbottito di tritolo.

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