IL CASO/ Quei terroristi tornati dall’Iraq che “tifano” Di Battista & co.

- Renato Farina

Molti sono partiti dall’Italia per mettersi in testa il turbante nero dei tagliatori di teste del califfato. Quando ritornano, sono pronti a reclutare altri “soldati”. RENATO FARINA

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Molti sono partiti dall’Italia per mettersi in testa il turbante nero dei tagliatori di teste del califfato, altri si sono sparpagliati partendo da Milano, Genova, Cremona, Torino, Napoli, Perugia, dalla Brianza per rinfoltire le milizie jihadiste di varie denominazioni. Parecchi di loro si sono fatti saltare ammazzando gente innocente, altri sono caduti in combattimento. Ma poi quelli che sopravvivono, tornano. 

E si atteggiano da eroi, e tali sono considerati da chi vede in loro il fascino di un’avventura dove la morte coincide con la gloria; la morte propria ma soprattutto quella del prossimo. I reduci delle truppe coraniche hanno l’attrattiva di poter mostrare le tacche sul calcio del kalashnikov o sul manico del coltello: a ciascuna corrisponde una vittima colpita tra i cristiani o gli yazidi o i musulmani eretici ammazzati, come Buffalo Bill aveva quella dei bisonti sul fucile. Tornano o sono rispediti alla base italiana e sono incaricati di curarsi della logistica, soprattutto del reclutamento per la prima linea irachena o siriana o libica. Si chiama reducismo, quello dei miliziani jihadisti in rientro dal teatro di guerra, ed è il fenomeno più inquietante identificato da Stefano Dambruoso, magistrato antiterrorismo e ora deputato.

La questione è che il numero di questi banditori di leve terroristiche è sconosciuto. Il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha sollevato anch’egli l’allarme, e di certo fornirà alle Camere e all’opinione pubblica elementi non solo e non tanto per avere paura, ma per suscitare l’avvertenza del pericolo, e la serietà di quello che è in gioco, non solo sul piano della sicurezza, ma su quello culturale. 

Esistono fatti che, non si capisce bene per quale motivo, non sono riusciti a diventare notizia. Il jihadismo, cioè il terrorismo islamico, in realtà è un fenomeno addirittura autoctono. Non ha bisogno di missionari stranieri. Abbiamo lasciato fiorire questo giardino del nostro orrore per anni. La magistratura è intervenuta, ha negli anni individuato via via cellule islamiste. La moschea-centro studi di viale Jenner a Milano è stata, secondo il dipartimento del Tesoro statunitense, “la principale base di Al-Qaeda in Europa”, attiva in senso jihadista sin dalla fondazione nel 1988. 

Ora sfidiamo a mandare una mail, chi, a parte gli specialisti, lo sapeva già prima di leggere le notizie contenute nelle righe seguenti.

1. Partì da Milano il primo attentato suicida di matrice jihadista in Europa: un’autobomba guidata da un egiziano residente a Milano contro una caserma della polizia croata a Fiume/Rijeka nel 1995. Subito dopo a essere chiamati in giudizio, sin dal 1995, furono 17 militanti del Centro studi. Furono ritrovati centinaia di documenti falsi, per spedire nel mondo terroristi reclutati qui. Centinaia! Senza nemmeno bisogno del richiamo degli eroi. 

2. Partirono da Milano almeno quattro tra i maggiori protagonisti degli attentati suicidi in Iraq. Un esempio fra tutti: Fahdal Nassim che, nell’agosto del 2003 causò 22 vittime a Bagdad, nella sede dell’Onu, tra le quali Sergio Vieira De Mello, era un algerino partito da viale Jenner. 

Adesso i giornali italiani si risvegliano davanti all’orrore. Da anni non se ne trovava traccia. Nessun pericolo, al massimo ha avuto compiaciuto risalto – su Repubblica, Corriere della Sera e La Stampa − lo smantellamento giudiziario e mediatico del nostro controspionaggio. Invitiamo chi voglia informarsi davvero a leggere e studiare il volume ad alta caratura scientifica di Lorenzo Vidino, da cui abbiamo attinto queste notizie. Si intitola Il jahidismo autoctono in Italia, edito dall’Ispi. 

Esiste un problema culturale molto grave. Il califfato è inteso come qualcosa di fiabesco, con i bianchi minareti purificati dal male iniettato in popoli incontaminati dal cristianesimo identificato con l’occidente.

In fondo le dichiarazioni di Di Battista riecheggiano questo mito dell’uomo buono in origine e sporcato dai cattivi, a cui ora è giusto ribellarsi dando la morte.

Non è così. Il terrorismo islamico non è un fatto reattivo. Non ha niente a che fare con la risposta un po’ scomposta a una ingiustizia. È questo che insegnano i convertiti all’islam che partono per le loro guerre di tagliatori di teste e poi ritornano come guerrieri coraggiosi rilucenti di nere vesti e spade scintillanti che replicano alle ingiustizie subite. Il jihadismo non è una reazione a qualcosa, ma nasce con l’islam aggressivo della guerra santa (il jihad è la guerra santa di conquista, vuol dire “sforzo” letteralmente: ma per versare il sangue degli altri). Chi non ha in mente questo paradigma, fa come i Cinque Stelle, che incoronano l’Iris come forza purificatrice. Non è così, è il male che si regge su una potenza spirituale terribile, che si trasforma in ideologia del “bere sangue”. A questo “troppo” spirituale non si può rispondere con il vuoto di ideali. La lezione di Oriana Fallaci dovrebbe insegnarci qualcosa. Se non si ama la libertà, abbiamo perso.

Il jihadismo è una multinazionale che ha in Gran Bretagna e in Italia le due sezioni europee di logistica, reclutamento, trasferimento uomini e donne per sconfiggere l’occidente. Ora il fronte è a qualche ora di aereo da noi. Ma è tattica. Si può spostare in qualsiasi istante anche qui. Anche in questo istante, mentre non colpiscono direttamente (per la capacità dei servizi italiani, negli anni caldi dal 2001 al 2006, quando Londra e Madrid, ma anche segretamente la Francia, furono colpite, noi restammo immuni), però operano sotto traccia. Su un punto Di Battista dice la verità. Non si batte l’Isis con i droni ma con una potenza spirituale più forte, certo capace di usare tecnologia.   

La questione è che la dittatura del relativismo, il culto del nichilismo, ha reso l’occidente senza speranza, contagiando di questo sentimento di resa molti giovani. Tanto vale rincorrere il paradiso nell’aldilà, con la corona del martirio e molte vergini, ed intanto vivere l’avventura del sangue e dell’audacia, a costo di sterminare bambini.

Il fatto è che chi porta con sé l’esperienza di un’altra possibilità, di una risposta al bisogno di senso che è piena di pace, ed è quella cristiana oggi – vedi il Meeting di Rimini e le “periferie esistenziali” ignorate dai potenti e lì ospitate e testimonianti – viene deformato, vilipeso, negato da chi poi si meraviglia se i giovani siano disperati. E chi tiene i fili della cultura e della politica poi si lamenta se appare un compito impossibile rispondere con un ideale esistenzialmente vero e forte a chi propone la gloria infame della morte degli altri come modo per dare un po’ di sale al niente. 

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