ATTENTATO A ISTANBUL/ Erdogan paga il “tradimento” del califfo

- Renato Farina

Ieri sera a Istanbul, all’aeroporto Ataturk, 3-4 terroristi hanno sparato sulla folla e poi si sono fatti saltare. Il bilancio provvisorio è di 36 morti e almeno 140 feriti. RENATO FARINA

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LaPresse

Colpire un aeroporto non è colpire il cuore di un Paese, ma significa volerlo isolare, chiudere, vuol dire tagliargli le mani che ne vogliono stringere altre, intimidire che desidera affacciarsi dentro la casa di un popolo amico.
Questo è successo ieri a tarda sera a Istanbul, porta europea della Turchia, all’aeroporto Ataturk. Tre, forse quattro terroristi hanno fatto irruzione nel terminal dedicato ai voli internazionali. Hanno sparato sulla folla, si sono fatti saltare poi in aria da kamikaze. Il bilancio a notte fonda è di 32 morti e almeno 60 feriti, ma sono cifre provvisorie.
Chi come chi scrive negli ultimi anni ha viaggiato spesso per Istanbul sa che i controlli sono rigorosi, non solo in fase di check-in ma anche all’ingresso. Ma contro chi usa il proprio corpo come una bomba non c’è rimedio dell’ultimo istante, l’unico lavoro possibile è individuare le cellule assassine prima che si muovano dalle loro basi grazie ad un lavoro di intelligence.
Prima di oggi c’erano già stati sei attentati nel 2016 in territorio turco. Il governo di Erogando preferisce addossare sistematicamente le responsabilità agli estremisti curdi, i quali di certo non sono mammolette, ma ormai a colpire sono gli uomini del califfo, che si sentono traditi dal Paese e dal governo che fino allo scorso anno era una sorta di Stato cuscinetto, neutrale se non favorevole sotterraneamente alla jihad di Al Baghdadi, alleati con i miliziani dell’Isis nel combattere Bashar al Assad e i formidabili guerrieri curdi.
Bisogna assolutamente rompere l’isolamento della Turchia, offrendo la strada a Erdogan per riallacciare rapporti di più forte collaborazione con l’Occidente. E’ l’unica strada. Il terrorismo, come la mafia, colpisce chi è isolato. Erdogan ha impresso un corso politico alla sua Turchia che è carico di contraddizioni: apre all’accordo con l’Unione Europea per accogliere i profughi previo congruo pagamento (3 miliardi di euro) poi minaccia i Paesi che riconoscono il genocidio degli armeni; stringe forti accordi intrasunniti con i palestinesi di Hamas e proprio ieri firma un accordo di pacificazione e buoni rapporti con Israele (in chiave anti-iraniana); critica Mosca per il suo aiuto ad Assad in Damasco e ora chiede scusa per il jet russo abbattuto scientemente al confine con la Siria.
Con questo attentato, con ogni probabilità, per le tecniche usate, e prima ancora che si sia a conoscenza di una rivendicazione attendibile, il califfo prende atto della scelta di campo ostile di Erdogan e gli manda un segnale terrificante. Vuole isolare il Paese, distruggerne il turismo, impedire la mescolanza di islamici e di “infedeli”.

L’Italia ha un ruolo importante. In questo momento si tratta di creare le condizioni di amicizia, di democrazia, di diritti umani e di sicurezza tali da poter coinvolgere la Turchia nell’Unione Europea, secondo livelli di appartenenza graduali ma senza umiliazioni. Ci sono di mezzo ragioni di giustizia e di solidarietà verso un grande popolo, ma anche sani calcoli di realismo politico. Non ci possiamo permettere un gigante economico, militare, culturale, geopoliticamente essenziale, alle nostre porte. Una guerra totale in corso con il califfato nelle sue varie diramazioni non consente la neutralità di nessuno. Altrimenti la guerra mondiale a pezzi (Francesco dixit) diventerebbe un unico gigantesco blocco che schiaccerà la libertà e la vita peggio delle altre guerre mondiali.



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