L’ITALIA CHIUDE ALLE 22/ Quella “politica” della paura che copre errori e mancanze

- Monica Mondo

Nonostante i mesi di tempo dopo la riapertura delle attività, nulla è stato fatto per evitare il ritorno del Covid. Solo ritardi, sprechi e proclami moralizzanti

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LaPresse

Ci hanno stordito, confuso, illuso, depresso. I virologi hanno sentenziato, discusso, litigato, diffuso informazioni che informazioni non erano, col risultato di lasciarci più smarriti e sfiduciati, e dunque maldisposti a obbedienze imposte senza senso condiviso. E la politica ha presuntuosamente e tronfiamente dilagato, nell’accaparrarsi meriti surreali, dato che siamo stati i primi, in Europa, a lasciar dilagare il contagio, e i primi per numero di vittime. Non per caso, ma per inadempienze e irresponsabilità.

E quando gongolavamo supponendo un’eccellenza italica nel rispetto di comportamenti virtuosi, dando di gomito a Francia e Regno Unito, il virus ci ha assalito di nuovo, con più cattiveria, con più forza, perché di fronte a meno difese, meno organizzazione. Così, saremo di nuovo drammaticamente i primi. Dal 18 maggio, data di un lockdown devastante per la psiche, il lavoro, l’economia, la vita di tantissime famiglie, ci si poteva aspettare una seconda ondata, o almeno immaginarla. Stanziare fondi e far partire lavori per aumentare le terapie intensive, i posti letto, approvvigionarsi di tamponi rapidi, non di banchi a rotelle, liberare gli studi medici dal decisionismo statalista, e fornirli di strumenti, anche a pagamento, per vaccinare a tappeto tutti i cittadini, per avere visite ed esami in grado di diagnosticare per tempo la malattia.

Si potevano seguire i piani suggeriti dal malcapitato Comitato tecnico-scientifico, che oltre che presenziare in tv qualche buona pratica l’aveva suggerita, ad esempio sulla riapertura delle scuole: orari differiti, aumento delle corse nel trasporto pubblico, utilizzo di trasporto privato per ampliare il parco auto. Ai piani alti ci si bea dell’italico sole, e l’unico provvedimento preso in vista di un ritorno della pandemia è stata la chiusura, a ferragosto, delle discoteche. Bene, sono passati da quel tempo due mesi esatti, e stando a quel che dicono gli esperti, i contagi si sviluppano in un tempo variabile tra i 4 e i 10 giorni, dato che hanno anche ridotto la quarantena. Le discoteche sono un lontano ricordo, e anche i contagi di ritorno dalle follie estive per cui hanno colpevolizzato milioni di ragazzi cui stiamo rubando con inadempienze il presente, e forse il futuro.

Sono invece le scuole, e il lavoro d’ufficio, a intasare nuovamente i mezzi pubblici, a mettere a contatto milioni di giovani, bombe virali a spasso per il paese. Uffici e scuole non muniti di misure necessarie, e intelligenti: non un metro di distanza dalle “rime buccali”, improponibile per dei ragazzini con l’argento vivo, non le fantomatiche rotelle nei banchi colorati, ma nuovi spazi, medici in istituto, tamponi rapidi da subito.

Nulla, se non proclami, messa all’indice dei cittadini, ditini alzati moralisticamente a reprimere coscienze e portafogli. Quando i buoi scappano si chiudono le stalle, e l’Italia è speciale nel lasciar correre bovini e altre specie animali: sono però i vari esperti, politici, soloni che scorrazzano per l’etere a suscitare paura per scaricare responsabilità e coprire errori e mancanze. Per crescere, ci spiega ogni educatore che si rispetti, ci vuole la libertà. Bisognava suscitare libertà e responsabilità, infondere sicurezza e stabilità. Spargere umiltà, mostrando le fragilità e scusandosene, promettendo pensiero e opere per fronteggiarle. Bisognava essere maestri e leader.



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