L’UOMO INVISIBILE/ Le scelte che rendono vincente il “B-movie” di Whannell

- Emanuele Rauco

Leigh Whannell riesce a creare una versione interessante di un personaggio e un topos vecchi come il cinema

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Una scena del film
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Un personaggio e un topos vecchi come il cinema al servizio di nuove esigenze culturali e tematiche: il romanzo di H. G. Wells di fine ‘800 diventa nella nuova versione di Leigh Whannell, prodotta dalla Blumhouse specializzata in stimolanti B-movies contemporanei, un thriller che racconta la condizione femminile nella società tecnologica.

L’uomo invisibile comincia con una fuga: quella di Cecilia dal fidanzato violento e oppressivo. Dopo che l’uomo viene trovato morto suicida, la ragazza pensa di poter tornare a vivere serenamente, ma ha sempre l’impressione di essere spiata, che qualcuno agisca di nascosto alle sue spalle. E se il suo ex non fosse morto, ma, da genio dell’ottica, avesse trovato un modo per rendersi invisibile?

Dopo la riuscita del precedente Upgrade, Whannell scrive oltre a dirigere un thriller lievemente fantascientifico in cui – un po’ come L’uomo senza ombra di Paul Verhoeven – lavora sull’invisibilità per raccontare la cultura del possesso nella società maschilista vista però stavolta dalla parte della vittima.

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Il racconto dello stalking diventa un modo intelligente per utilizzare l’armamentario del cinema, del visibile e della sua negazione, così da farne una riflessione tanto teorica quanto socio-culturale sul rapporto tra maschile e femminile, sulle dominazioni fisiche e psicologiche (interessante il sotto-testo economico) e su come questo stato di cose non sia appunto visibile.

Whannell realizza così un piccolo saggio di regia al servizio della suspense e del presupposto che la genera, fin dalla prima sequenza in cui l’invisibilità ancora non è in atto: utilizzo di punti di vista narrativamente ingiustificati per comunicare rottura della normalità, movimenti di macchina insoliti, zone vuote dell’immagine che diventano centrali e sound design minuzioso. Ogni inquadratura può rivelare qualcosa, può essere la soggettiva del maniaco: sta qui la chiave che rende il film vincente.

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L’uomo invisibile conferma il talento del regista nel reinventare con stile e vivacità le regole della serie B (basso budget, alta funzionalità, arrivare dritti all’obiettivo attraverso i meccanismi propri del cinema), ma mostra anche una certa difficoltà a impostare un gioco un po’ più “alto”: quando il film prende pieghe hitchcockiane e sceglie strade psicologiche sembra fermarsi, flettersi, girare a vuoto, con l’interpretazione di Elizabeth Moss sembra andare in controtendenza rispetto al racconto. Molto meglio i guizzi di azione pura, gli sguardi allo slasher, il finale ideologicamente ambiguo ma coerente con lo spirito del film. È lì che Whannell e il suo film danno il meglio di loro.

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