MADE IN ITALY/ L’export alimentare soffre la Brexit meno del previsto

- Manuela Falchero

A fronte di un crollo generale del 40% del nostro export verso il Regno Unito, food & beverage limitano i danni con flessioni attorno al 17%

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Parmigiano Reggiano (Lapresse)

È allarme per le esportazioni italiane nel Regno Unito. Un’analisi condotta da Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi al commercio estero nel mese di gennaio 2021 – il primo dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea – rileva un crollo vicino al 40% dell’export Made in Italy in Gran Bretagna per effetto degli ostacoli burocratici e amministrativi che frenano gli scambi commerciali. La battuta d’arresto – osserva sempre Coldiretti – rischia di mettere in pericolo 3,4 miliardi di esportazioni agroalimentari italiane registrate lo scorso anno con il Paese Oltremanica, che si classifica al quarto posto tra i partner commerciali del Belpaese per cibo e bevande dopo Germania, Francia e Stati Uniti.

Secondo però le analisi dell’Agenzia Ice – che attraverso il suo Desk Brexit, istituito presso l’Ufficio Ice di Londra, presidia da vicino il mercato britannico – l’impatto della Brexit sembra al momento incidere sulla filiera alimentare in misura minore rispetto a quanto accade per altri settori merceologici. 

“Bisogna innanzitutto premettere – spiegano dal Desk Brexit di Ice Londra – che il primo mese dell’anno generalmente non è mai molto significativo. E ciò a maggior ragione in un contesto come quello del 2020 e dell’inizio 2021, caratterizzato contemporaneamente dalle novità della Brexit e dal Covid. Detto questo, va evidenziato però che, nel confronto tra gennaio 2021 e gennaio 2020, la flessione delle importazioni dall’Italia di prodotti alimentari e bevande (-17,7%) e dei prodotti agricoli (-16,8%) è stata sensibilmente inferiore a quella registrata per il totale merci dall’Italia (-41,4%). Nel confronto poi con gli altri fornitori, va registrato come le importazioni UK di prodotti alimentari e bevande dal mondo (-27,5%) siano diminuite più di quelle provenienti dall’Italia, che limitano la flessione a 10 punti percentuali in meno. Per i prodotti agricoli, dell’allevamento e della pesca, invece, la flessione media degli acquisti dal mondo, stimata dai dati rilasciati dalle Dogane UK in un calo del -8,3%, ha registrato ritmi nettamente più contenuti rispetto a quelli rilevati per le importazioni dall’Italia, come detto penalizzate da un -16,8%”. 

Dall’analisi di Agenzia Ice sul mese di gennaio emerge insomma un cauto ottimismo che viene peraltro corroborato anche dai dati relativi alle performance ottenute nell’anno appena concluso. “Nonostante un calo delle vendite nel comparto delle bevande – rileva sempre il Desk Brexit di Ice Londra -, tra il 2019 e il 2020 le importazioni dall’Italia nel Regno Unito di prodotti del settore agroalimentare sono complessivamente cresciute dello 0,8%. E questo dato appare particolarmente significativo se si pensa che il totale delle importazioni nel 2020 è sceso di oltre il 15%. Non dimentichiamo inoltre che nel corso dello scorso anno si è registrato un notevole calo dei consumi del settore, in parte attribuibile – anche se al momento non se ne può valutare esattamente la portata – alla sospensione e chiusura del settore Horeca (bar e ristoranti) e Hospitality (alberghi) che ha interessato tutti i Paesi del mondo, senza eccezione per il Regno Unito, mèta di turismo, lavoro e studio. E questo fenomeno in UK ha impattato, per esempio, sul calo degli acquisti di vino italiano (-12,6%), per i quali peraltro il 2019 era stato un anno di massimo splendore”. 

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