MANOVRA 2021/ Cingolani: un mostro di 243 articoli che inseguono la crisi

- Stefano Cingolani

Il Governo presenterà la Legge di bilancio aggiornata. Tuttavia tra i tanti aiuti mancano ancora all’appello alcuni capitoli di spesa

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Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri (LaPresse)

Domani il Governo dovrebbe sfornare la nuova torta di aiuti per far fronte alla seconda ondata della pandemia. Altri 38 miliardi erogati con la stessa logica delle misure precedenti, anche se si tratta della Legge di bilancio, la vecchia finanziaria, cioè la manovra di politica economica più importante, quella che dovrebbe indicare il percorso per la ripresa. Viene in mente il famoso paradosso di Zenone su Achille e la tartaruga, ma all’incontrario. Questa volta il pie’ veloce è il virus e l’Italia insegue in affanno; per quanti sforzi faccia nel tentativo di raggiungerlo, il Covid-19 è sempre più in là.

Mese dopo mese la situazione peggiora e costringe il Governo a tamponare le falle. È inevitabile, bisogna pur correre ai ripari, ma si continua ad andare avanti alla rinfusa, senza una coerente linea di condotta mentre si diffonde l’illusione che il denaro possa continuare a cadere dall’alto. È vero, la Bce, come ha confermato la presidente Christine Lagarde, continuerà a stampare euro e a comprare titoli di stato finché sarà necessario ed è anche vero che il Patto di stabilità europeo resta sospeso, tuttavia in mancanza di scelte che possano preparare la crescita, il momento della verità potrà essere micidiale. Primum vivere, ma la stessa strategia per la sopravvivenza sarà più efficace se seguirà una meta chiara e una linea precisa per raggiungerla.

Secondo le anticipazioni, quel che verrà fuori dal Consiglio dei ministri è un mostro di 243 articoli. Da quando è stata approvata “salvo intese” il 18 ottobre a oggi, si sono aggiunti altri sussidi per far fronte all’aggravarsi della crisi sanitaria ed economica. Il presidente della Repubblica, così, ha chiesto un secondo passaggio in Consiglio dei ministri perché non basta certo, in questo caso, un aggiornamento. Da quel che si è appreso, l’impostazione è assolutamente emergenziale. Ci sarà il finanziamento di altre 12 settimane di cassa integrazione con un costo di 5,3 miliardi; 4 miliardi (o forse 5) per il fondo ristori; 3 miliardi per l’assegno unico ai figli e un miliardo per medici e infermieri. L’anticipo della riforma fiscale vale 2 miliardi (dunque un’inezia se si vuole davvero ridurre il peso dei tributi). Per il 2022 si prevede un altro miliardo e mezzo, il che conferma che si tratta di un ritocco fiscale non di una riforma, qualunque sia la strada che si voglia intraprendere (e meno che mai il modello tedesco che prevede una riduzione dell’Iva e un’imposta personale flessibile).

Ciliegina sulla torta, la voce sussidi comprende il rafforzamento del reddito di cittadinanza: altri 4 miliardi dal 2021 al 2029 che rimpolpano la dote di 7,3 miliardi stanziati per il prossimo anno e 7,2 per il 2022. Può stupire che venga rafforzato il provvedimento che ha dato meno risultati in termini di posti di lavoro, ma anche dal punto di vista assistenziale, vista la quantità di usi e abusi. Ma la meraviglia si ridimensiona pensando che si tratta di uno scambio politico che consente ai grillini acciaccati dall’esperienza di governo e ridimensionati dalle ultime elezioni, di sventolare la loro bandiera.

Cosa c’è per le imprese? È confermata la decontribuzione del 30% per chi assume al Sud, c’è il bonus casa, ci sono gli incentivi 4.0, fondi per le imprese creative e per le imprenditrici, insomma di tutto un po’. E gli investimenti? Si parla di un fondo da 50 miliardi di euro la cui fetta più consistente andrà alla difesa: 12 miliardi, quasi il doppio di quanto è destinato alle infrastrutture che, come sappiamo, non piacciono al M5S. C’è anche una voce dedicata a ponti e viadotti (600 milioni destinati alle province) che ci introduce a una serie di altri capitoli di spesa molto consistenti che non sono compresi nel bilancio, ma potrebbero entrarvi nei prossimi mesi.

Viene in mente innanzitutto Autostrade per l’Italia. In caso di esproprio, i costi per lo Stato ballano da un minimo di 7 miliardi fino a 25 miliardi di euro. Se sarà la Cassa depositi a prestiti a rilevare l’88% di Atlantia, insieme ai fondi Macquarie e Blackstone, sul tavolo verranno messi almeno 8-9 miliardi di euro. La Cdp vorrebbe poco più del 40%, quindi dovrebbe sborsare tra i 3 i 4 miliardi. Non sono direttamente a carico del bilancio statale, ma il Tesoro è pur sempre l’azionista principale e il garante della Cassa.

I tavoli di crisi, quelli di grande impatto sui conti pubblici sono molti. Il commissario Arcuri ha annunciato che in settimana verrà siglato l’accordo per l’Ilva e il Tesoro scucirà un miliardino; un altro miliardo ha chiesto Fabrizio Palenzona a nome dell’associazione dei gestori, per non chiudere gli aeroporti; sono in ballo fino a 3 miliardi per l’aumento di capitale del Monte dei Paschi di Siena; senza dimenticare i 3 miliardi già stanziati per l’Alitalia. Anche Italo batte cassa: l’amministratore delegato Cattaneo ha lanciato l’allarme, la società ha toccato il fondo con una caduta del traffico del 90%. Aggiungiamo poi le annose e sempre più urgenti vertenze come la Whirlpool di Napoli e tutte le altre. Intanto la Banca d’Italia ha diffuso un’allarmante indagine sulle imprese (730 mila società di capitali che rappresentano l’87% del prodotto). Il quadro è disastroso: calo del fatturato, contrazione degli utili, carenza di capitale. Le misure di sostegno sono state una boccata d’ossigeno, ma appena un terzo avrà abbastanza liquidità grazie ai tamponi governativi.

In sostanza, c’è da immaginare che di qui a dicembre i 38 miliardi di euro messi in bilancio dovranno salire. Un altro passo nel continuo e inefficace inseguimento della crisi.

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